Di Maio promette: «Alt al fisco inquisitore»
ANSA
  • Il vicepremier si trasforma per la platea Confcommercio: con un discorso dagli echi berlusconiani ottiene l’ovazione all’annuncio dell’abolizione di spesometro e redditometro e dell’inversione dell’onere della prova. Poi assicura: «L’Iva non aumenterà».
  • Il capogruppo del Pd, che si è guadagnato le prime pagine dei giornali accusando il premier Conte di imperdonabili amnesie su Cosa nostra, dimentica le proprie. Nel 2012 davanti ai pm antimafia fece una pessima figura dicendo di non ricordare nulla.
  • La replica alle critiche di Conte: «Il mio incarico all’Anac scade nel 2020, sono sereno».


Lo speciale contiene tre articoli.

Esattamente due anni fa, il 9 giugno 2016, l’allora premier Matteo Renzi fu contestato a suon di fischi all’assemblea generale di Confcommercio. A scatenare le proteste della platea, fu la difesa da parte di Renzi degli 80 euro di bonus in busta paga, provvedimento che Confcommercio giudicava assistenzialista. Ieri, a Roma, Luigi Di Maio ha conquistato quella stessa platea: applausi, sorrisi, richieste di selfie a raffica per il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Sembrava di essere tornati ai tempi di Silvio Berlusconi, idolo assoluto di Confcommercio, alla cui assemblea regalava immancabilmente barzellette e storielle, sicuro dell’apprezzamento dei commercianti italiani, che approvavano le sue politiche e lo sostenevano immancabilmente alle urne, costituendo lo zoccolo duro del suo elettorato.

Eppure, Luigi di Maio, con la sua promessa del reddito di cittadinanza, correva il rischio di incorrere nelle stesse proteste suscitate da Renzi. Invece no: il vicepremier di Pomigliano d’Arco, diventata Pomigliano d’Arcore per l’occasione, ha tenuto un discorso in pieno stile liberal, rassicurando i delegati dell’assemblea generale di Confcommercio su tutti i fronti, pronunciando parole d’ordine storicamente care a Berlusconi.

Di Maio è partito dall’argomento che più di ogni altro sta a cuore ai commercianti: l’Iva. «Sull’Iva», aveva ammonito poco prima dal palco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «non si tratta e non si baratta!». Un diktat dovuto alle voci circolate nei giorni scorsi, alle indiscrezioni su una presunta volontà del governo di non disinnescare le clausole di salvaguardia del valore di 12,5 miliardi di euro, provocando così l’aumento dal 1 gennaio 2019 dell’aliquota agevolata (dal 10% attuale all’11,5%), e di quella ordinaria (dal 22% al 24,2%).

«Avete la mia parola», ha promesso solennemente Di Maio, «qui a Confcommercio che l’Iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». Bene, bravo, bis: la platea si è infiammata, spellandosi le mani per Giggino, che non si è accontentato e ha deciso di mandare in solluchero l’assemblea. «La ricetta», ha aggiunto il vicepremier, «per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace. Rivolgo una preghiera al Parlamento: prima di tutto alleggerite un po’ le leggi che ci sono perché ce ne sono già troppe. Aboliremo tutti gli strumenti come lo spesometro e il redditometro», ha aggiunto Di Maio, «e inseriremo l’inversione dell’onere della prova. Perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario».

Parole che hanno letteralmente esaltato i delegati, probabilmente dettate dalla volontà di corteggiare un elettorato lontano dalle parole d’ordine tradizionali del M5s. Non a caso, l’altro vicepremier, Matteo Salvini, pur presente all’assemblea generale, ha lasciato a Di Maio il palcoscenico. «Sono state fatte», ha proseguito Di Maio, «delle norme antievasione che però rendono tutto troppo complicato e trattano tutti come fossero evasori, e finiscono col perseguitare i cittadini che le tasse le hanno sempre pagate. Non credo a spesometro, redditometro o split-payment: sono strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e premiare gli onesti, ma in realtà si impiegano ancora 100 giorni l’anno per tutti gli adempimenti. Li aboliremo tutti».

Meno tasse, meno controlli, e addirittura l’inversione dell’onere della prova: «Siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Luigi Di Maio ha abbattuto quello che fino a 12 ore prima sembrava uno dei pilastri del governo guidato da Giuseppe Conte, la tanto denunciata «stretta giustizialista», mandando in visibilio i delegati di Confcommercio, che al termine del suo intervento lo hanno letteralmente preso d’assalto per strette di mano, selfie e congratulazioni, manco fosse (ma forse lo è) una pop star.

Certo, bisognerà verificare fino a che punto Di Maio sarà in grado di realizzare le sue promesse, ma questo è un problema che hanno avuto, hanno e avranno tutti i governi di tutte le nazioni. Quello che però appare significativo, è che Di Maio e Salvini stanno sostituendo, passo dopo passo, gli annunci roboanti con un sano realismo. Va in questa direzione il dibattito sulla introduzione della flat tax, che potrebbe essere modulata sui prossimi due anni, per poter centrare l’obiettivo senza appesantire troppo il bilancio dello Stato. Il discorso di ieri di Di Maio, però, non può non essere sottolineato: la coalizione legastellata si lancia alla conquista di un’altra fascia di elettori, quelli tradizionalmente più affezionati a Silvio Berlusconi e a Forza Italia. «Per tutta la generazione di lavoratori», ha precisato Di Maio, «fuori dalla contrattazione nazionale, va garantito almeno un salario minimo, almeno fino a che non si arriva alla contrattazione». Nessun applauso ma neanche nessun dissenso esplicito per questo passaggio, l’unico «di sinistra» dell’intero discorso del vicepremier. Una piccola sterzata, del resto, era necessaria, per non sbandare e finire fuori strada, in questa giornata così particolare, quella della apparente svolta liberale, liberista e garantista di Luigi Di Maio.

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