- Anche il leader 5 stelle dice no all’intervento in Siria. Chiude al Pd, parla di «sinergie» con Matteo Salvini ma si attacca alla «battutaccia» del Cav: «Senza un suo passo di lato niente governo». E affida al professore vicino al Quirinale e a Sabino Cassese il compito di vagliare i programmi.
- Silvio Berlusconi intanto si riprende la scena. E il centrodestra rilancia lo spirito di Pratica di Mare sull’asse Stati Uniti e Russia.
Lo speciale contiene due articoli
Luigi Di Maio, a furia di insistere con la politica dei due forni, rischia di finire cotto. È questa la sensazione che si avverte, al termine di una giornata di consultazioni densissima di elementi interessanti. Il M5s si ritrova alle prese con la solitudine dei numeri primi: il 32% ottenuto lo scorso 4 marzo non basta a realizzare il sogno di Giggino da Pomigliano d’Arco, ovvero quello di diventare premier. Il centrodestra, seppure alle prese con divisioni interne tutt’altro che ricomposte, regge: Matteo Salvini non intende derogare dal principio di un presidente del consiglio della Lega e non vuole rompere la coalizione di centrodestra. L’opposizione ai «governisti a tutti i costi», ovvero al cerchio magico di Luigi Di Maio, monta all’interno del M5s.
Il leader dell’ala ortodossa, Roberto Fico, è stato tutt’altro che ingabbiato: nella nuova veste di presidente della Camera continua a rappresentare un punto di riferimento importante per chi, all’interno del M5s, non ha nessuna intenzione di sacrificare la propria credibilità politica (e il relativo consenso elettorale) sull’altare delle ambizioni personali di Di Maio e dei suoi fedelissimi. L’attacco di due giorni fa a Silvio Berlusconi da parte di Alessandro Di Battista è stata una stilettata diretta verso Di Maio, accusato dai suoi oppositori interni di essere disposto a qualunque compromesso pur di diventare presidente del Consiglio.
La battuta di Silvio Berlusconi ai giornalisti è stata interpretata come un vero e proprio sberleffo da una parte del M5s: «Mi raccomando», ha detto Berlusconi, «fate i bravi e sappiate distinguere i veri democratici da chi non conosce l’abc della democrazia». Di Maio e i capigruppo del M5s, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, hanno aspettato mezz’ora, terminato il colloquio con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prima di presentarsi davanti ai giornalisti. Non sapevano, semplicemente, cosa dire. Come reagire alle porte sbattute in faccia da Silvio Berlusconi e anche da Maurizio Martina, il segretario reggente del Pd, che due ore prima, dopo l’incontro con Mattarella, aveva a sua volta confermato il «no» dei dem a un’alleanza con il M5s.
Concluso il lunghissimo conciliabolo post consultazione, Di Maio si è presentato davanti alle telecamere dimostrando la debolezza della sua posizione: ha parlato più di Salvini e Berlusconi che del M5s. «Abbiamo proposto a Lega e Pd», ha detto Di Maio, «una soluzione basata su un contratto alla tedesca. Devo dire che ho apprezzato l’apertura da parte di autorevoli esponenti del Pd ma è chiaro che in questo momento il Pd è fermo su posizioni che non aiutano». Spento il primo forno, Di Maio ha cercato di rinfocolare l’altro: «È inutile dire», ha proseguito Di Maio, «che con la Lega c’è una sinergia istituzionale che ha permesso di rendere operativo il parlamento immediatamente, eleggendo i presidenti delle camere e quelli delle commissioni speciali. C’è sinergia anche tra i nostri gruppi. Ma è chiaro», ha proseguito, «che prendiamo atto ancora una volta che la Lega ci sta proponendo lo schema del centrodestra che è un ostacolo a un governo di rinnovamento del Paese. Noi non riteniamo assolutamente possibile un governo con il M5s e Forza Italia. Berlusconi dovrebbe fare un passo di lato, oggi ci ha rivolto una battutaccia che dimostra che il centrodestra non è compatto e che lui pensa al Pd». «La Lega», ha aggiunto Di Maio, «sta dicendo due cose: o che vuole fare un governissimo che non ci vede assolutamente d’accordo o che vuole tornare al voto».
Le speranze di Di Maio di diventare premier sono dunque legate a una sola formula: Salvini molla Berlusconi, diventa il capo di un partito del 17% e non più di una coalizione del 37%, e quindi accetta di fare la stampella del M5s al governo. Il problema è che Di Maio si sta muovendo come un elefante in una cristalleria. Con i suoi interventi continui, destinati secondo lui a spaccare il centrodestra, in realtà lo rafforza. Non solo: Di Maio ieri ha annunciato di aver conferito a Giacinto Della Cananea l’incarico di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Della Cananea, gradito a Sergio Mattarella, docente di diritto amministrativo europeo presso I’Università di Roma Tor Vergata, componente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti, allievo di Sabino Cassese, già consulente di enti locali, regioni, e dello stesso Cassese quando era ministro, è il simbolo di quelle élite che con il rinnovamento non hanno nulla a che fare. Fan dell’asse franco-tedesco, lo ritroviamo anche nel comitato scientifico centro studi dell’Istituto affari internazionali. Insomma, Di Maio si è affidato a un emblema dell’establishment internazionale. Quell’establishment che il M5s ha sempre sostenuto di voler combattere.
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