Di Maio imbastisce un tour all’estero per far credere di essere in partita
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  • Incontro con gli omologhi Ue e frasi di rito: «Serve un cessate il fuoco». Dopodiché il ministro va in Turchia e annuncia visite in Algeria ed Egitto. L’iperattivismo serve a nascondere il fatto che Roma è tagliata fuori.
  • In Iraq restano i militari italiani. Mentre la Germania sposta il suo contingente in Giordania, il nostro rimarrà in loco limitandosi a cambiare base poiché quella Usa a Baghdad non è abbastanza sicura.

Lo speciale comprende due articoli.

Agitarsi molto per nascondere la propria drammatica irrilevanza. Naufragata la missione in Libia a cui Luigi Di Maio aveva legato le sue residue speranze di poter giocare un qualche ruolo nella crisi in corso, e incassata la sequenza di figuracce dell’ultima settimana (tra la mancata telefonata di Mike Pompeo e l’inopportuna vacanza a cavallo di Capodanno), il titolare della Farnesina è entrato da 36 ore in una fase di frenetico quanto inutile attivismo.

Se tutto fosse andato secondo i suoi desideri, ieri il capo politico grillino, insieme all’Alto rappresentante Ue Josep Borrell e ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito, sarebbe dovuto essere in Libia. Ma la sera prima l’uomo di Tripoli Al Serraj ha disdetto tutto: ufficialmente, per l’attacco alla scuola militare dei giorni precedenti, quasi certamente ordinato dal generale Haftar (che nel frattempo avanza inesorabilmente); ma ufficiosamente, perché nessuno sente l’esigenza della mediazione di Di Maio. Non la sentono i due contendenti, Al Serraj e Haftar, il primo sostenuto dalla Turchia, il secondo da Russia, Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita. Non la sentono Vladimir Putin e Recep Erdogan. Non la sentono nemmeno Berlino, Parigi e Londra, che non hanno alcun motivo per farsi guidare e rappresentare dal grillino.

Morale, naufragata la missione, l’altra sera Di Maio si è portato a cena in un ristorante romano lo spagnolo Borrell, il successore di Federica Mogherini, di cui ha ereditato la linea politica ambigua, oltre che l’incarico. Incontro inutile, da cui sono solo scaturite meste fotografie a tavola.

Poi, ieri mattina, Di Maio ha rilasciato un’intervista al Fatto Quotidiano, con toni più da aspirante Miss Italia che da capo politico e diplomatico («Cerchiamo la pace. Anche Usa e Libia si devono parlare»), e con una bambinesca colpevolizzazione retrospettiva di Matteo Salvini («L’ex ministro dell’Interno Salvini avocò totalmente a sé il dossier libico, puntando solo sull’immigrazione per farne un tema da campagna elettorale. Una scelta del tutto sbagliata. Noi siamo sempre per la pace: se al governo ci fosse la Lega, ci porterebbe in guerra»). Insomma, pure la guerra civile in Libia sarebbe colpa del leghista: tesi francamente curiosa.

Più tardi, Di Maio ha aperto i social, per annunciare che sempre ieri a Bruxelles avrebbe incontrato i suoi omologhi europei: «Continuiamo tutti a ritenere che non esista alcuna soluzione militare e ne discuteremo oggi in sede europea. Come Italia abbiamo peraltro ottenuto che al Consiglio affari esteri di venerdì si parli, oltre che di Iran, anche di Libia, che per noi è la priorità. L’Ue, questa volta, dimostri di saper fare l’Ue». Insomma, una specie di giaculatoria (ripetuta pari pari anche da Borrell) su una mitica «soluzione politica» mentre la guerra è sempre più in corso, e – soprattutto – mentre sono altri i player decisivi.

Più tardi, a Bruxelles, consumato il rito del vertice, altre dichiarazioni dello stesso tenore: «Questa è una riunione veramente molto importante, abbiamo chiesto che l’Europa prenda iniziative sulla Libia. Bisogna parlare con tutti gli interlocutori, convincerli a un “cessate il fuoco”. Come Italia tuteliamo i nostri interessi quando chiediamo all’Ue di essere protagonista: la Libia è a pochi chilometri dalle coste siciliane», ha fatto sapere Di Maio. Che poi ha proseguito così: «La Libia non è solo un rischio per l’immigrazione, ma anche per il pericolo del terrorismo. C’è una guerra per procura. Devono cessare le interferenze: ci sono paesi che interferiscono con una guerra civile facendola diventare una proxy war. Il nostro lavoro sarà coeso: l’Ue parlerà e deve parlare con una sola voce».

Insomma, il solito canestro di luoghi comuni, fino all’annuncio conclusivo: «Sto per partire per la Turchia, incontrerò il ministro degli Esteri turco, mentre domani sera (oggi, ndr) sarò in Egitto. E in settimana ci sarà anche una visita in Algeria».

E qui ci sono due cose da annotare. La prima è che Di Maio punta a costruire un fantomatico «gruppo di contatto», provando a coinvolgere anche altre nazioni nordafricane, ma, visto il punto a cui le cose si sono spinte militarmente, non si capisce bene a cosa possa servire questo attivismo, che finirà anzi per irritare ulteriormente i protagonisti sul terreno e i loro sponsor internazionali, a partire da Russia e Turchia.

La seconda cosa è che proprio oggi dovrebbe svolgersi un incontro decisivo a Istanbul tra Erdogan e Putin, che non hanno certo bisogno di Di Maio per parlarsi. Da questo punto di vista, il frettoloso incontro del capo della Farnesina con il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu dà plasticamente l’idea di un’iniziativa in tono minore, di una specie di tavolo dei ragazzi, mentre i grandi decidono.

Sempre ieri, inevitabile, è giunta anche l’ironia di Matteo Salvini, dai microfoni di Radio 24: «Anche a gennaio 2020 è colpa di Salvini? Se non sono capaci di fare i ministri, facciano altro».


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