Costituzionalisti increduli: «La Corte deve decidere non inviare dei messaggi»
ANSA
  • Gli ex presidenti Valerio Onida e Giovanni Maria Flick critici sul pronunciamento nel caso di dj Fabo. E se il Quirinale sollevasse il conflitto, i giudici dovrebbero valutare sé stessi.
  • Il Parlamento chiamato a esprimersi resta quanto mai diviso sull’argomento. E se i grillini sono piuttosto favorevoli, la Lega punta i piedi: «Non è nel contratto».

Lo speciale contiene due articoli

La Corte costituzionale, rinviando di un anno la sentenza sul caso di Marco Cappato e dj Fabo, ha chiesto al Parlamento di approvare una legge sul fine vita, allo scopo di sopperire ai vuoti di «tutela» per «determinate situazioni meritevoli di protezione» (ossia, come ha riconosciuto lo stesso Cappato esultando per l’inaudita mossa della Consulta, la posizione giuridica di chi aiuta i malati a darsi la morte).

La «non decisione» ha però scontentato due ex presidenti della suprema Corte, Valerio Onida e Giovanni Maria Flick. Per il primo, la scelta dei giudici costituzionali istituisce «un grave precedente», con il quale la Consulta «ha abdicato alla propria funzione». Ancora più tagliente, se vogliamo, il commento di Flick, a parere del quale, in casi simili, «nei quali aveva ritenuto di non avere strumenti» per dirimere la controversia, la Corte «aveva sempre usato la chiave dell’inammissibilità, per poi dare al contempo un monito al legislatore». Insomma, Flick ha confermato la validità di un principio che sulla Verità abbiamo sempre difeso. Cioè che, a differenza di quanto sostiene persino qualche magistrato della Consulta, ad esempio la vicepresidente Marta Cartabia, il ruolo della Corte costituzionale non è affatto quello di «dinamizzare» l’ordinamento giuridico, bensì di preservarne l’integrità. E quando non ci sono elementi sufficienti per risolvere una questione di costituzionalità, essa deve intanto conservare il corpus normativo esistente (ovvero, giudicare inammissibile il ricorso) e poi, eventualmente, esortare il Parlamento a intervenire.

Questa volta pare proprio che l’alta Corte si sia orientata diversamente. Ha riconosciuto che sì, oggi, quelli come Cappato, quelli che portano a morire in Svizzera i dj Fabo, sono privi di «tutela». Una frase che sembra significare: il reato di aiuto al suicidio, quello contro il quale avevano presentato ricorso i legali dell’esponente radicale, è costituzionale. I supremi giudici, a meno di rinviare la sentenza e, nel frattempo, chiedere alle Camere di legalizzare l’eutanasia, avrebbero dovuto dare il sostanziale via libera alla condanna del reo confesso Cappato. Dunque, se questa lettura è corretta, la Corte costituzionale non solo non ha voluto preservare l’ordinamento, ma ha praticamente richiesto al Parlamento di metterla nelle condizioni di non dover decidere per la sua conservazione. Per di più, la Consulta ha indirizzato in modo abbastanza preciso quella che dovrebbe essere l’attività di deputati e senatori, lasciando intendere che questi ultimi dovrebbero garantire adeguata tutela a chi aiuta i cosiddetti «vegetali» a morire.

Ma la «non decisione» dell’altro ieri potrebbe avere anche un intricatissimo risvolto tecnico. La Corte costituzionale, sospendendo il suo giudizio ed esortando il Parlamento a legiferare, ha inviato alle Camere un qualcosa di piuttosto simile al «messaggio» che è facoltà del presidente della Repubblica indirizzare a deputati e senatori, come indica il comma 2 dell’articolo 87 della nostra Carta. Tale potere può essere esercitato qualora il capo dello Stato ritenga di dover intervenire in difesa della Costituzione, ma anche, secondo la dottrina giuridica, nel caso in cui l’inquilino del Quirinale voglia diventare parte attiva del processo legislativo, svolgendo una funzione propositiva.

In particolare quando, proprio come la Consulta, egli ritenga che la legislazione non soddisfi specifiche esigenze, le famose «situazioni meritevoli di protezione». Dato che la Corte costituzionale non ha tra le sue prerogative quella di inviare messaggi alle Camere, Sergio Mattarella potrebbe sollevare un conflitto di attribuzione, sul quale, paradossalmente, sarebbero proprio i giudici supremi a doversi pronunciare. Un potenziale cortocircuito istituzionale che, per quanto dipenda da un’ipotesi ardita (anche se avessimo ragione, non ce lo vedremmo Mattarella a rompere le uova nel paniere ai suoi ex colleghi), non è assurdo immaginare.

Vero è, in effetti, che la Consulta ha spesso esortato il Parlamento a colmare vuoti legislativi. Ma, come ha notato Onida, lo ha sempre fatto dichiarando nel frattempo inammissibile il ricorso a essa presentato. Stavolta, invece, il giudizio definitivo sul caso Cappato è stato rinviato di un anno. Quindi, la richiesta rivolta ai rappresentanti eletti, che per di più contiene anche una chiara indicazione sulla direzione in cui essi dovrebbero muoversi, somiglia molto di più al messaggio alle Camere che il capo dello Stato è autorizzato dalla Costituzione a inoltrare.

Sia come sia, i giudici costituzionali hanno dato l’ennesima prova di una tendenza preoccupante che si è consolidata in Occidente. Quella per cui, sui temi etici, mentre i rappresentanti politici si incartano in discussioni infinite (ci mancherebbe altro: il loro «indecisionismo» ricalca le profonde divisioni delle nostre società su materie simili, che andrebbero il più possibile sottratte al controllo pervasivo della legge), le corti imprimono brusche accelerazioni al processo di «dinamizzazione» degli ordinamenti.

Vuoi perché sono esse stesse a sostituirsi al legislatore silente, vuoi perché fanno di tutto per costringere quest’ultimo a pronunciarsi. In fondo, i cittadini ricorrono sempre più spesso ai magistrati supremi e questi ultimi, dovendo decidere, sono sempre meno disposti a conservare, sempre più inclini a innovare. È sulle gambe dei togati, in parole povere, che cammina la rivoluzione.

Alessandro Rico

Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.