Coprifuoco alle 18 e spostamenti limitati. Regioni contrarie alle zone rosse locali
  • Sindaci e governatori fanno muro. Giuseppe Conte in Aula, poi nuovo dpcm. Stretta sulla mobilità e didattica a distanza fin dalla terza media.
  • Nel dl Ristori soldi per gli straordinari. I numeri: calano i morti, stabili i contagi.

Lo speciale contiene due articoli.

    Nel film immaginato dagli sceneggiatori di Palazzo Chigi, quello terminato ieri sera è stato un weekend negativo, in cui è fallita per due volte l’operazione-scaricabarile che governo e maggioranza avevano disperatamente tentato.

    Il primo pesantissimo intoppo si è verificato sabato sera, con la nota congiunta di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi per respingere il trappolone di una «cabina di regia» proposta da Giuseppe Conte fuori tempo massimo. Dopo mesi di sistematico rifiuto da parte del governo delle proposte dell’opposizione, ai leader di Lega-Fdi-Fi è parso curioso ricevere una chiamata vaga e tardiva, utile solo ai giallorossi per provare a dividere con il centrodestra il costo dell’imminente decisione sul nuovo lockdown.

    Ieri la reazione della maggioranza si è concretizzata in un tweet abbastanza lamentoso del capogruppo alla Camera del Pd Graziano Delrio: «Grave che Meloni, Salvini e Berlusconi abbiano detto no a una cabina di regia per l’emergenza. È tempo di confronto, di condivisione, di spirito unitario per superare insieme questa sfida senza precedenti. La politica dia segni di unità e non di divisione». Come se fosse colpa del centrodestra il fatto che Conte abbia bocciato per mesi tutte le proposte dell’opposizione (si pensi solo all’anno bianco fiscale), si sia limitato a telefonate irridenti nell’imminenza delle sue conferenze stampa, e abbia riservato alla maggioranza le decisioni di spesa su somme immense (100 miliardi stanziati) rese utilizzabili solo grazie al concorso del centrodestra nei voti parlamentari per autorizzare gli scostamenti di bilancio. E come se un trasparente confronto a Montecitorio e a Palazzo Madama, cioè nelle sedi proprie della dialettica tra esecutivo e forze parlamentari, fosse qualcosa di sgradito ai giallorossi.

    La seconda battuta d’arresto per il governo si è materializzata nel rapporto con le regioni e i comuni (confronto che riprenderà stamattina alle 9). Nel film di Palazzo Chigi, lo schema era fin troppo chiaro: passare il cerino a governatori e sindaci, convincere qualcuno a chiudere per primo, lasciando così a Conte (atteso per le sue comunicazioni alle 12 di oggi alla Camera e alle 17 al Senato), la possibilità di una mera presa d’atto di decisioni già assunte da altri, con uno scarico di responsabilità da parte del governo verso le dimensioni territoriali e locali.

    Ma gli enti locali non ci sono cascati. I governatori, a colloquio con i ministri Roberto Speranza e Francesco Boccia, hanno chiesto misure omogenee sul piano nazionale, evitando uno sminuzzamento decisionale tra una parte e l’altra del Paese. Ecco sul tema Attilio Fontana: «Una serie di interventi territorio per territorio, polverizzati e non omogenei, sarebbero probabilmente inefficaci e anche incomprensibili ai cittadini», mentre Vincenzo De Luca ha posto la questione del materiale controllo del territorio dopo i blocchi. Diverse regioni avrebbero suggerito, in alternativa a un lockdown generalizzato, eventuali limitazioni agli spostamenti delle persone più vulnerabili, per età o condizioni mediche. Nettissimo Luca Zaia: «Un lockdown generalizzato non è sostenibile e non serve, in Veneto la maggior parte sono asintomatici e la sanità è assolutamente sotto controllo». Sulla base di queste premesse, il governatore veneto avrebbe dato semaforo verde ad alcune limitate misure nazionali («decidiamole insieme»), lasciando spazio se necessario a interventi ulteriori («chi ritiene può aggiungere misure territoriali restrittive»). Zaia avrebbe anche espresso fastidio per l’imperversare in tv dei cosiddetti esperti: «È intollerabile che i virologi dicano tutto e il contrario di tutto in tv».

    E il governo? Boccia e Speranza, una volta compreso che l’operazione scaricabarile non stava andando in porto, hanno dato la sensazione di voler riaffermare una sorta di automaticità degli ulteriori provvedimenti restrittivi, evocando i rapporti dell’Istituto superiore di sanità e i meccanismi di monitoraggio esistenti, e puntando a misure destinate a scattare al superamento del livello 1,5 dell’indice Rt. Ma a più d’uno dei partecipanti è sembrato nuovamente un modo per un verso per buttare la palla verso i sindaci e i governatori, e per altro verso per tentare di togliere al governo l’onere di una decisione che invece è tutta politica, e non può derivare solo dalla burocratica constatazione del superamento di una certa soglia. Anche sulla scuola, secondo quanto è trapelato, Boccia avrebbe ripetuto il solito mantra: «Non si deve prendere una decisione univoca ma deve dipendere dal grado di Rt in ogni regione».

    Morale: davanti al muro opposto dalle regioni, Conte si è dovuto chiudere in collegamento con i capidelegazione di maggioranza per ragionare con loro sul dpcm che varerà oggi o al massimo domani. In campo resta tutto il ventaglio di strumenti più volte illustrato in questi giorni dalla Verità: anticipo alle 18 del coprifuoco e del relativo blocco della circolazione, ritorno delle autocertificazioni, stretta ulteriore a danno dei centri commerciali, fino all’arma quasi finale (nel senso che prefigura il lockdown generalizzato) dello stop agli spostamenti tra regioni. Per la scuola, probabile didattica a distanza in tutta Italia per le superiori, e forse anche per le terze medie.

    Resta tuttavia un senso di sgomento per ciò che il governo doveva fare e non ha fatto. A che serve chiudere tutti in casa alle 18 se alle 8 del mattino si è ammassati come sardine sui bus e in metro?

    Intanto ieri un gruppo di amministratori locali, tra i quali il sindaco di Codogno Francesco Passerini, ha manifestato a Conte la volontà di ricorrere contro l’ultimo dpcm.


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