- Vittoria politica per i pentastellati, il Consiglio dei ministri silura il sottosegretario del Carroccio. L’alleanza per il momento regge, però è già chiaro quale sarà il prossimo terreno di scontro: le autonomie regionali.
- I grillini pianificano un compromesso: «Spending review e nessun aumento Iva».
Lo speciale contiene due articoli.
Poco prima dell’inizio del Consiglio dei ministri il leader della Lega, Matteo Salvini, pubblica sui social network la foto della figlia con lo sfondo del Castello Sforzesco: «Vita, gioia, speranza e amore», è il commento al tweet. Quasi che il vicepremier inviti a guardare avanti con serenità, forse perché già sa come finirà il braccio di ferro su Armando Siri. Anche se è convinto della sua estraneità alle accuse.
Infatti alle 10.45 Giuseppe Conte, con un decreto presentato davanti a tutto il governo al gran completo, ufficializza la revoca dell’incarico al sottosegretario del Carroccio, indagato per corruzione e al quale il ministro Danilo Toninelli aveva ritirato la delega alle Infrastrutture subito la notizia dell’avviso di garanzia. Il documento del premier non è stato messo ai voti, lo ha semplicemente letto per informare l’assemblea. Nessuna conta quindi al tavolo di Palazzo Chigi. Del resto la legge che autorizza il presidente del Consiglio a nominare i sottosegretari dice che le proposte del capo del governo si fanno «sentito» il Consiglio dei ministri. E la stessa regola vale al contrario: anche per la revoca il governo può limitarsi ad ascoltare quello che eventualmente avranno da dire i colleghi di esecutivo, ma senza che si blocchi il procedimento.
Così la Lega ha continuato a fare muro contro la decisione del premier, senza però potersi opporre per stopparla. L’accorata difesa di Siri è stata affidata al ministro della Pubblica amministrazione, l’avvocato Giulia Bongiorno, che ha rivendicato «la linea garantista». Durante la discussione le due parti sono rimaste ferme sulle rispettive posizioni: da un lato il premier, sostenuto dagli esponenti del Movimento 5 stelle e dall’altro il Carroccio schierato con l’ex sottosegretario. Comunque i toni del confronto sarebbero stati, come testimoniato dai presenti, se non amichevoli almeno «civili e pacati». Conte, dopo aver esposto la proposta di revoca, ha chiesto: «Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto». E alla fine tutti i ministri, anche quelli leghisti pur ribadendo l’innocenza di Siri fino a prova contraria, hanno confermato la fiducia al presidente. Che, al termine della riunione, ha spiegato: «Al presidente della Repubblica arriverà lo schema di decreto per la revoca. Dopo una discussione franca e non banale, c’è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta. Andiamo avanti con la fiducia dei cittadini consapevoli che senza questo fattore non potremmo mai sentirci il governo del cambiamento».
Caso chiuso? Per Luigi Di Maio lo è, e conferma che non si prospetta nessuna crisi: «Mi fa piacere non si sia andati alla conta, il nostro obiettivo non era avere una superiorità numerica né morale. Non c’è principio di colpevolezza, valuteremo sempre caso per caso come forza politica, ma ci vuole precauzione come istituzione, perché teniamo alla credibilità di questo governo, non potevamo chiudere un occhio. Ci siamo detti che andiamo avanti e che ci sono tante cose da fare per gli italiani, le faremo insieme nei prossimi quattro anni». E anche la Lega sembra voler guardare al futuro, come annunciava con sottofondo poetico il tweet di Salvini: «Basta con i litigi e le polemiche», dicono fonti del Carroccio, «ci sono tante cose da fare: flat tax per le famiglie, autonomia, riforma della giustizia, cantieri, sviluppo e infrastrutture. Basta chiacchiere e rinvii». Quindi la Lega ora si prepara ad andare all’offensiva sui punti del programma a cui tiene di più: al primo posto flat tax e autonomie.
Ma proprio su quest’ultimo punto si apre un nuovo fronte di battaglia tra alleati. Ad aprire il fuoco è il grillino Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera: «C’è troppa corruzione nelle Regioni, è necessario sospendere le autonomie», attacca su Facebook, «la retata in Lombardia e l’arresto del consigliere regionale di maggioranza Pietro Tatarella di Forza Italia, la condanna a 3 anni e 3 mesi per peculato di Francesca Barracciu, consigliera sarda del Pd, l’indagine sul presidente di Regione calabrese del Pd Mario Oliviero per associazione a delinquere e corruzione, e ancora, l’inchiesta in Umbria, le condanne in Abruzzo e altro ci raccontano una politica regionale vulnerabile alla corruzione, più vicina agli interessi privati che a quelli dei cittadini, a quelle di tutto il popolo italiano». A replicare dalle fila leghiste è Paolo Grimoldi, deputato e segretario del partito in Lombardia che mette nel mirino Virginia Raggi: «Un autorevole esponente del Movimento 5 stelle chiede di sospendere l’iter dell’autonomia perché a livello locale c’è corruzione?», spiega, «intanto ricordo che le maggiori forme di autonomia per le Regioni sono nel contratto di governo, per cui fine della discussione. Ma all’onorevole Gallo rispondo che seguendo la sua logica allora dovremmo togliere subito le competenze al Comune di Roma che in questa legislatura ha avuto arresti eccellenti, come quello del presidente del consiglio comunale, senza contare la pessima gestione amministrativa della città».
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