- Passa la fiducia a Palazzo Madama, In ballo 25 voti che potrebbero diventare un prezioso serbatoio di emergenza. Crisi Forza Italia. Il premier Giuseppe Conte ribadisce tutti i punti del contratto.
- Il patto ha una faccia: il presidente del Consiglio declina in Aula tutti i punti, dal reddito di cittadinanza, flat tax, apertura a Mosca, stop al business migranti. Restano dubbi sulle coperture, ma i pentaleghisti vanno avanti.
- M5s e Lega danno molta importanza alla comunicazione, che deve passare dalla urlata e antisistema a quella più sobria delle responsabilità senza svilire il forte messaggio di cambiamento.
Lo speciale contiene tre articoli
Giuseppe Conte racconta e si racconta, e poi – a sorpresa – spende quasi un tempo uguale a quello della sua prolusione per rispondere a tutti gli interventi e alle critiche ricevute. A volte lo fa citando esplicitamente l’interlocutore, e a volte non citandolo, ma ribattendo sempre colpo su colpo (a Renzi e non solo), parola per parola, uno per uno. Un po’ per dichiarato omaggio al parlamentarismo (di memoria andreottiana), e forse anche per pignoleria. Chi lo ha sottovalutato dovrà ricredersi. Conte sta sui banchi del governo preso in mezzo fra Salvini e Di Maio che sembrano i due carabinieri di Pinocchio, ma mostra di non essere un burattino. Protetto dagli avverbi che tanto gli piacciono, si prenderà i suoi spazi: anche se cita «il programma» ogni due per tre, come un sacramento o come un anatema. Ha la stessa scaltrezza di certi gesuiti che tra un versetto e l’altro si ritagliano lo spazio per un’intera teologia.
Conte parla con un timbro vocalico già campionato da Fiorello, ma che farà la fortuna dei futuri imitatori: per metà ci sono il foggiano e le belle lettere, per l’altra metà ci senti il liceo classico e un po’ di zeppola, come un Vendola senza acuti, come uno Zalone senza sberleffo. E poi, ovviamente, c’è il lessico dell’arringa studiata, impastato con il tono della conferenza professorale: «Mi avete accusato di non aver usato il lessema Patria…». (Pausa). «Lo uso adesso: ho preferito dire Paese!». (Cerca l’applauso e lo trova).
Sembra un uomo sicuro di sé, che si muove lento per non fare passi falsi, e che adesso inizia a prenderci gusto. Parla la lingua del «governo del cambiamento», ma la traduce in un atto parlamentare, la modella come un format da prima serata Rai. Passata attraverso questo filtro il Bignami gialloblù non è più il gridato arrabbiato della campagna elettorale, lo stilema da piazza, ma piuttosto un codice ricercato e talvolta paciosamente retorico: «È ora di dire che i cittadini italiani – spiega – hanno diritto ad un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato! Hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora siano disoccupati! Hanno diritto ad una pensione dignitosa! Hanno diritto a pagare in maniera semplice – ripete in apertura – tasse eque!».
In questa oratoria c’è un po’ formalismo d un po’ di lista della spesa. E anche qualche vezzo letterario: «Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij nelle pagine di Puskin, se antisistema significa mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di Potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!». (Applausi). Alla sua collezione di riferimenti eccellenti Conte aggiunge, subito dopo, evocazioni per cultori come il filosofo pop James Hillman, il teorico della globalizzazione Ulrich Beck e il guru Philip Kotler.
I critici più severi dicono che cita la Russia subito dopo l’America («Ci faremo promotori di una revisione delle sanzioni»), che non nomina la Fornero, che non sempre entra nel dettaglio. Vero, ma chi lo ha mai fatto? Conte si racconta in tono minimale, non come un tecnico ma come un cittadino della società civile che arriva nelle istituzioni dopo aver scelto una parte politica: «Non mi soffermerò in dettaglio a illustrare tutti i singoli obiettivi che sono indicati nel contratto». Ricorda in modo solenne Soumayla Sacko, il ventinovenne del Mali ucciso a colpi di fucile a San Calogero («Non siamo insensibili») e l’Aula scatta in piedi. Ogni tanto cerca l’applauso: «Voglio dare voce alle tante donne che sul posto di lavoro sono inaccettabilmente discriminate e meno pagate e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino!».
Non dichiara guerra all’euro, ma al contrario tende un ramoscello all’Europa: «Il debito pubblico italiano è oggi pienamente sostenibile. Va comunque perseguita la sua riduzione». Ogni tanto, quando arrotonda parole con una punta di raucedine, stirando le vocali finali sembra persino l’Antonio Conte di Maurizio Crozza: «Questo governo agirà con ri-so-lu-tez-zaaaa!». Quando deve uscire dai binari del suo mantra – ovviamente «il contratto» – se la cava così: «Avete posto il tema del presidenzialismo. Non è nel programma di governo, ma il parlamento è sovrano». Alé. Ogni tanto salvineggia: «Noi combattiamo gli scafisti è la criminalità. Perché sappiamo che sull’immigrazione siamo stati lasciati soli!». Ogni tanto elude i nodi spigolosi: «Ci chiedete delle Infrastrutture, quali realizzeremo quali no. Giusto. Ma lasciateci studiare i dossier». Ogni tanto (ad esempio quando si arriva al nodo del rapporto con il rigore di Bruxelles) si salva con qualche supercazzola avvocatizia: «Siamo moderatamente ottimisti sul risultato di queste riflessioni e fiduciosi della nostra forza negoziale, perché siamo di fronte a una situazione in cui interessi dell’Italia in questa fase della costruzione europea vengono a coincidere – non prende nemmeno un respiro – con gli interessi generali dell’Europa e con l’obiettivo di prevenire un suo eventuale declino». Alla fine declina tutti i punti del programma, con una particolare attenzione alle pensioni e alla Flat tax. Prende le misure: «Dateci il tempo di lavorare…». Chiude con una intima pausa, il gran finale dopo tutte le repliche: «Qualcuno dirà che vogliamo cambiare… (pausa) È tutto vero. È un cambiamento radicale», dice Conte, «del quale siamo orgogliosi».
Luca Telese
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >