- Il neoministro Patrizio Bianchi non si trattiene e svela come sarà l’esame: maxi orale e «ampio elaborato». Sui vaccini ai docenti e sul calendario non va oltre il «vedremo». Infine elogia «il lavoro massiccio» di chi l’ha preceduto.
- Per il fisico tedesco Roland Wiesendanger la pandemia è stata causata da un incidente durante gli esperimenti a Wuhan. Una tesi basata su 60 indizi che contraddice l’Oms.
Lo speciale contiene due articoli.
Ma non s’era detto che, a differenza di quei fanfaroni dei politici, i supertecnici di Super Mario sarebbero stati parchi di inutili parole e prodighi di memorabili gesti? Perché il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha già infranto la regola. Con una sterminata intervista al Corriere della sera comunica ai maturandi che pure quest’anno è andato. L’ordinanza è pronta: niente esame scritto, ci sarà soltanto l’orale. Deposta Lucia Azzolina, pensavate che il futuro non poteva che esser luminoso? Gli esordi di Bianchi non fanno ben sperare. Del resto, la premessa del verboso ministro era un programma. Colei che l’ha preceduto rimane un faro nella notte: «Il suo lavoro è stato massiccio e importante: ripartirò da lì».
E da lì è ripartito. La maturità comincerà a metà giugno. Dunque maxi orale con la tesina, come lo scorso anno? «Non voglio sentir parlare di tesina!», ruggisce il ministro. «I maturandi sono ragazzi e ragazze alla fine del loro percorso scolastico di cinque anni: dovranno preparare un elaborato ampio, personalizzato, sulle materie di indirizzo concordandolo con il consiglio di classe», chiarisce Bianchi al Corriere. «Lo discuteranno con la commissione, composta dai loro insegnanti. Da qui comincerà l’orale, che si svilupperà poi sulle altre discipline. Consentiremo loro di esprimere quanto hanno maturato e compreso nel corso degli anni, con una visione critica».
Perbacco. Al di là della disputa terminologica, resta però la sostanza: nessuna prova scritta, anche stavolta basta una tesina. Mica però come quella presentata dall’Azzolina per ottenere la sofferta abilitazione all’insegnamento, incidentalmente considerata un plagio. Nossignore: sarà «un elaborato ampio e personalizzato», informa il ministro. Che, nella stessa intervista, inanella una sequela di «vedremo» e «ne discuteremo», che riecheggiano i momenti andati, quando a viale Trastevere si insediò la grillina. Eppure il premier, Mario Draghi, nel suo discorso in Parlamento ha messo finalmente l’istruzione al centro del dibattito sulla ripartenza: bisogna recuperare il tempo perso con la didattica a distanza, dobbiamo allinearci agli standard europei, urge adeguare il calendario alla contingenza.
Fiduciosi, ci siamo quindi addentrati nella lettura. Da dove comincerà il nuovo ministro? Bianchi però aggira subito la domanda con un dribbling ubriacante, limitandosi a sviolinare il premier: «Sono grato al presidente Draghi per l’importanza che ha dato alla scuola». E le superiori ancora al 50 per cento? «Dobbiamo essere molto cauti, perché la sfida del virus è ancora alta». Insomma, difficile. Ma quando prevede di finire le vaccinazioni per insegnanti e personale? «Ne ho parlato con il ministro Speranza, stiamo lavorando insieme». Si andrà in classe fino a fine giugno, ipotesi già avversata dalla Cigl? «La competenza sul calendario è delle Regioni». Ritorno in classe il primo settembre? «Anche di questo discuterò con le Regioni». Le decine di migliaia di professori e maestri che, all’inizio di ogni anno scolastico, mancano almeno fino a Natale? «Ne ho parlato con il ministro Colao». Allora qual è la prima riforma da fare? Questa, però, Bianchi la sa: «Quella dell’istruzione tecnica, dagli istituti professionali agli Its, di cui dobbiamo ridisegnare i percorsi». Risposta facile: Draghi ne ha parlato durante il discorso sulla fiducia, anche perché il Recovery plan prevede uno stanziamento di 1,5 miliardi, «20 volte quello di un anno normale pre pandemia». Ma è un lampo. Un tentennamento dopo l’altro, s’arriva quindi alla domanda finale: liceo in quattro anni, come suggeriva in un suo acclamato libro? «Se ne può discutere».
Insomma l’unica certezza è che, pure quest’anno, la maturità rischia di diventare un’orpello: mesi di alienante Dad, lezioni in presenza solo per metà degli studenti, niente prova scritta finale. In compenso, il ministro ci ha inondato con un fiume di «vedremo». A Bianchi, d’altronde, piace chiacchierare. Al termine della cerimonia del giuramento al Quirinale, ne dà brillante prova con un notevole sfondone. «Mi sembra una bella squadra», conferma ai giornalisti assiepati mentre incede trionfante. «Partiamo da una situazione difficile, ma riusciremo ad affrontarla». E quando ha ricevuto la notizia del prestigioso incarico? «L’ho imparato ieri sera». I bambini delle elementari, chini sui dizionari, si arrovellano: «Cosa c’avrà voluto dire il nuovo ministro?». Dubbio poi fugato dall’interessato: «È un’espressione tipica emiliana».
Il gergo dialettale gli vale un altro primato nella compagine dei supertecnici: l’imitazione di Maurizio Crozza, onore che il comico aveva già riservato anche ad Azzolina. Paragonare però l’insegnante delle superiori di Biella all’ex rettore di Ferrara sarebbe oltraggioso. Il prescelto, 68 anni, vanta un notevole curriculum accademico, culminato con la nomina a Magnifico. Ha un’antica e solida amicizia con Romano Prodi, difatti nel 1999 diventa responsabile del laboratorio di politica industriale di Nomisma, centro studi fondato dal «Professore». Lo stesso anno l’allora premier, Massimo D’Alema, nomina Bianchi presidente di Sviluppo Italia, ovvero la futura Invitalia, dunque meglio al momento sorvolare. Poi è assessore all’Istruzione in Emilia Romagna, per ben due mandati, sia durante la presidenza di Vasco Errani che in quella di Stefano Bonaccini.
Infine, viene chiamato dall’Azzolina per guidare un comitato di esperti, con l’incarico di studiare un piano per la riapertura a settembre. Gli sbalorditivi risultati li abbiamo sotto il naso. Lo stesso ex ministro adesso sparge fiele: «Non consideratelo un tecnico, è un politico», avverte. «Io l’ho messo a capo della task force. Sia chiaro, il nome di Bianchi era una proposta giunta dal mondo Pd». Ingrata. Lui, invece, non perde occasione per incensarla: «Il suo lavoro è stato massiccio e importante: ripartirò da lì». Si salvi chi può.
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