Al Senato nasce l’alleanza M5s-dem e fa naufragare la sfiducia a Conte
  • Palazzo Madama boccia le mozioni di Carroccio, Fi e Fdi per votare subito contro il premier, che sarà in Aula solo il 20 agosto. Il Capitano attacca Matteo Renzi: «Disperato, teme gli italiani». Centrodestra compatto.
  • L’avvocato del popolo punta al bis. Soddisfatto per il risultato, il presidente del Consiglio si tiene aperte due ipotesi: guidare una nuova maggioranza o aspirare al ruolo di commissario europeo.

Lo speciale comprende due articoli.

Non sappiamo ancora se il partito trasversale dell’inciucio e del no alle urne disporrà di un governo, ma ieri sera abbiamo constatato che è già stato in grado di esprimere una maggioranza parlamentare a Palazzo Madama. Tra l’altro certificata dall’esultanza del capogruppo dem, Andrea Marcucci: «Battuto Salvini con 161 voti». Attenzione, però: con una mossa imprevista, lo stesso Capitano ha messo molta sabbia nell’ingranaggio dei frenatori, di fatto stanandoli politicamente.

Procediamo con ordine. Maria Elisabetta Alberti Casellati aveva convocato l’Aula per confermare o smentire il calendario che l’altro giorno la conferenza dei capigruppo non era stata in grado di definire all’unanimità. Anche in quella sede, un’inedita maggioranza Pd-M5s aveva adottato un’ipotesi dilatoria, fissando la discussione soltanto per il 20 agosto, e neppure sulla mozione di sfiducia leghista, ma solo sulle comunicazioni di Giuseppe Conte. Così, ieri l’emiciclo del Senato era chiamato a dire l’ultima parola sulla scansione dei lavori: ma, ben al di là delle tecnicalità regolamentari, era una prima occasione per portare alla luce la trama congiunta Pd-M5s.

La fotografia dell’Aula diceva già molto. Matteo Salvini seduto in mezzo ai suoi colleghi senatori della Lega. Nei banchi del governo, solo esponenti grillini. Ha rotto il ghiaccio il capogruppo leghista, Massimiliano Romeo, che ha ribadito la richiesta del Carroccio: votare già oggi (14 agosto) sul governo, senza aspettare il 20. A supporto della sua posizione, si sono espressi con nettezza Ignazio La Russa e Luca Ciriani (Fdi) e Anna Maria Bernini e Lucio Malan (Fi). Contro la Lega, in prima battuta, gran silenzio del fronte contrario. L’unica a esporsi è stata la rappresentante delle Autonomie, Juliane Unterberger, protagonista di un intervento surreale: «Non si capisce cosa sia successo di così grave per far venire i senatori nella settimana di Ferragosto».

A questo punto, ha preso la parola Matteo Salvini, con un autentico colpo di scena per togliere ai grillini qualunque alibi, e spiazzando palesemente anche il Pd. Dapprima, il leader leghista ha evocato «i riti della politica lontani dal Paese reale», poi ha ironizzato sul fatto che «non si debbano disturbare i poveri parlamentari a Ferragosto». Quindi, davanti alle proteste del Pd, degne del chiasso di un centro sociale, altro sarcasmo («Non capisco tanto nervosismo, visto che dite di avere già vinto»). A seguire, la richiesta principale: «L’Italia vuole avere certezze. Cosa c’è di più bello, trasparente, lineare, dignitoso che dare la parola al popolo? Non capisco la vostra paura, la vostra disperazione… La capisco per Renzi: sa che con i disastri che ha fatto, gli italiani lo manderanno a casa, e quindi è umanamente comprensibile che stia con il Vinavil incollato alla poltrona». E infine il colpo di teatro, citando Luigi Di Maio e sfidandolo esplicitamente: «Votiamo immediatamente il taglio di 345 parlamentari e poi andiamo subito al voto. Affare fatto, amici grillini». Smarrimento in Aula, Pd transitato in un attimo dall’euforia al silenzio, e altra ironia da parte di Salvini: «Vedo che qualche abbronzatura si sta stingendo». Poi altre bordate a Renzi («Il mio mandato non lo metto nelle mani sue, senatore Renzi, ma in quelle degli italiani»), e la lettura della sequenza di esponenti del mondo produttivo favorevoli al voto subito.

Dopo Salvini, ha preso la parola il capogruppo del Pd, il turborenziano Andrea Marcucci, ansioso di fornire una prova di zelo al suo leader. Intervento tuttavia fiacco, da consiglio comunale di provincia («Lei è più abbronzato di noi, senatore Salvini»). E una chiusura più psicopolitica che politica: «Ho paura di lei, senatore Salvini, di come parla, di come si pone, dei suoi toni e obiettivi». A sostegno di Marcucci, Loredana De Petris (Leu) contro quella che ha incredibilmente chiamato «democrazia sondaggistica» (meglio non votare, insomma, per la lista dei naufraghi politici di Pietro Grasso e Laura Boldrini).

A seguire, l’intervento del capogruppo grillino Stefano Patuanelli («Chiedo io a Salvini se è sicuro di quello che fa. Noi non faremo alleanze. Non so se lo stesso si possa dire dall’altra parte dell’emiciclo»). Poi un’affermazione stentorea, contraddetta dall’evidenza: «Il Movimento 5 stelle non ha mai paura di andare a votare». E infine la risposta, imbarazzatissima, sul taglio dei parlamentari: «Dico a Salvini che la proposta di votare immediatamente il taglio dei parlamentari è possibile solo se domani (oggi, ndr) non viene tolta la fiducia al governo, quindi mi aspetto che venga ritirata la proposta di Romeo». Insomma, palla in tribuna, come i terzinacci di una volta.

Infine, il voto: proposte di cambio di calendario (di Lega, Fi e Fdi) respinte e dunque, sul piano numerico, nessuna sorpresa. Offrire ai parlamentari terrorizzati di perdere il posto l’occasione di imbullonarsi ai rispettivi scranni ha prevedibilmente convinto i senatori precari. E peraltro i numeri, già nelle previsioni della vigilia, parlavano chiaro. Sulla carta, Lega, Fi e Fdi disponevano di 138 voti, mentre la variegata coalizione anti urne (M5s, Pd, più i cespugli delle Autonomie e del Misto) partiva da una forbice 170-175. E le attese sono state rispettate.

La giornata si è chiusa con l’ulteriore imbarazzo, in un post su Facebook, di Luigi Di Maio, che ha curiosamente presentato la mossa di Salvini come un arretramento leghista («La Lega ha ceduto sul taglio dei parlamentari»). Ma sul voto, ancora palla in tribuna: «Il M5s è nato pronto, ma è il presidente della Repubblica il solo a indicare la strada per le elezioni. Gli si porti rispetto».


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