Dobbiamo ringraziare il generale Luciano Garofano e i «suoi» Ris del 2007 per avere disvelato una verità fondamentale a una parte dell’opinione pubblica che finora si era mostrata un po’ dura di comprendonio. La verità è la seguente: la scienza può sbagliare. È una evidenza plateale, di una banalità cristallina, ma costantemente negata nel discorso dominante.
Alla scienza, non da oggi, si tende a guardare come a un surrogato della religione. Se si vuole avere certezza di qualcosa si domandano subito i «dati scientifici» che la riguardano. Si scodellano numeri e percentuali presentandoli alla stregua del Verbo, e raramente ci si rende conto che quelle cifre e quelle percentuali, specie in bocca ai politici, sono poco più di un abracadabra. Alla Divina scienza si delega ogni responsabilità, su di essa si scarica ogni colpa, senza comprendere che, di per sé, la scienza è un metodo, basato su tentativi ed errori. Non solo: esiste una burocrazia della scienza fatta di uomini, studi, riviste, fondi, passioni politiche e convenienze economiche. Tutti elementi che possono risultare ininfluenti o viziare totalmente un risultato.
Niente di nuovo sotto al sole. Su questi argomenti hanno scritto alcuni dei più grandi filosofi di ogni tempo, e non ci sarebbe bisogno di ribadire le conclusioni che hanno raggiunto. Purtroppo, però, la realtà ci dimostra che delle riflessioni dei maestri del passato non abbiamo grande considerazione. Si è visto con clamorosa potenza durante il Covid, quando la scienza è stata presentata come un feticcio, una autorità granitica e feroce, un monolite totalitario amministrato da un brulicare di funzionari devoti alla causa. Furono pochissimi a contestare tale impostazione, e furono brutalmente perseguitati: il buonsenso non si perdona a nessuno.
Il «feticismo» della scienza forense
Un feticismo analogo, lo si può affermare senza timore di allontanarsi troppo dal vero, si è affermato negli anni rispetto alla scienza forense. Non vi è delitto che non si risolva oggi grazie al provvidenziale apporto dell’apparato scientifico. L’arrivo dei camici bianchi sulle scene del crimine è accolto con religioso fervore e molto spesso con cieca fiducia. Per molti anni bastava pronunciare la santissima trinità composta dalle lettere Dna per suscitare timore reverenziale. Anni fa, gli esperti parlavano di «effetto Csi»: la celebre serie televisiva ispirata alla scientifica americana induceva il grande pubblico a credere che con qualche provetta e due microscopi si sarebbe potuto debellare il male del mondo. A quanto pare tale convinzione ha avuto un impatto anche sui professionisti, provocando un indebolimento delle tradizionali procedure investigative.
Ai più attenti, in realtà, è bastato poco per comprendere che la situazione è molto diversa. Il Dna non dovrebbe mai essere prova regina. Non si tratta di una evidenza granitica che non ammette errori, ma di risultati prodotti dall’azione umana che possono anche rivelarsi sbagliati. Pensiamo solo al caso di Yara: la madre del famigerato ignoto 1 fu individuata con due anni di ritardo per uno scambio di campioni.
Poi sono arrivate le ultime rivelazioni su Garlasco. La Procura di Pavia sostiene che i Ris di Parma abbiano nascosto due risultati fondamentali relativi alla presenza di Dna di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Ne è scaturito un violento scambio di accuse che ci consegna una sola certezza: gli scienziati possono sbagliare, le prove scientifiche non sono icone sacre.
De Cataldo: «La prova scientifica non è un dogma»
A confermarlo ci ha pensato ieri su Repubblica lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo. «Qualunque prova scientifica deve necessariamente essere oggetto di studio, revisione critica, analisi, approfondimento. Deve esserlo, a meno di non volerla trasformare in un dogma», scrive, e ha perfettamente ragione.
A margine del clamoroso pasticcio su Garlasco, De Cataldo prova a fornire qualche indicazione utile a orientarsi: «Come governare, dunque, la prova scientifica? In una corretta lettura del mondo contemporaneo, sarebbe bene richiamarsi ai principi della Dichiarazione di Sydney del 2022. Il testo venne redatto da alcuni scienziati, capeggiati dal professor Claude Roux, consapevoli dello stato di crisi in cui versava (e versa) la scienza forense. Vi si leggono affermazioni che dovrebbero ispirare l’azione di ogni scienziato chiamato a collaborare all’amministrazione della giustizia. E che non sarebbe male ricordare nei tanti spazi (diciamo così) informativi dedicati alle più clamorose vicende giudiziarie. Dicono i professori: è impossibile eliminare le incertezze, sempre presenti in materie aperte alla ricerca. Si può solo affrontarle scientificamente, con la consapevolezza della loro ineluttabilità. Sembra l’Abc del buonsenso: non sarà questa traccia da sola a risolvere il caso. Ma contribuirà a farlo: a condizione che si tratti di una traccia autentica e acquisita correttamente agli atti.
Impossibile eliminare l’incertezza. Che è prodotta da numerosi fattori, a partire dalla componente umana: «Si pensi solo a quanto influisce, sul giudizio degli esperti, l’appartenenza a diverse accademie o correnti di pensiero, e si pensi al ruolo determinante che può dispiegare la veste processuale assunta», dice De Cataldo.
Il precedente del Covid e la fiducia nella scienza
Fa piacere leggere queste considerazioni. E va dato atto allo scrittore di non averle espresse ieri per la prima volta. Ai tempi del Covid, per dire, egli ebbe il merito di affermare che i critici del green pass esprimevano ragioni da prendere in considerazione, proprio perché la scienza non offre verità assolute. Per carità, avrebbe potuto mostrarsi molto più risoluto e denunciare la squallida sottomissione della scienza alla politica che fu imposta a forza in quei giorni. Ma ci accontentiamo di poco: se non altro non fu tra coloro che invocarono fucilazioni e reclusioni di massa.
All’epoca, De Cataldo pose (da una prospettiva discutibile) un problema interessante. «Fa pensare molto», disse, «questo atteggiamento di diffidenza diffusa nei confronti della scienza, che secondo me si lega anche a un coacervo di frustrazione individuale e di tante tensioni, un senso di impotenza di fronte a un mondo difficile da spiegare». Ecco, forse oggi può trovare una risposta. La diffidenza, più che comprensibile, nasce dalla santificazione delirante della scienza, dalla sua trasformazione in fede, dall’errata attribuzione ad essa di un valore salvifico in ogni circostanza. Insomma dalla creazione di aspettative che non possono non essere deluse, provocando sconcerto e frustrazione. Le stesse aspettative che, negli anni, sono state proiettate sui Ris, e da cui alcune figure molto mediatiche hanno tratto grande beneficio. Le stesse aspettative che, pochi anni fa, erano proiettate sulle virostar che non facevano nulla per calmierarle, anzi le alimentavano. In entrambi i casi, il ritorno sulla terra è stato particolarmente brutale. Per gli innocenti ingiustamente vessati e per tutti noi.
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