«Un gruppo di circa 1.500 persone tutte travisate avanzava schierato dietro 12 scudi artigianali di metallo». Sembra l’incipit di un romanzo storico: il racconto di una falange pronta alla battaglia. Invece è un passaggio dell’ordinanza cautelare post guerriglia urbana scoppiata a Torino il 31 gennaio scorso durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.
Guerriglieri urbani equipaggiati con scudi, caschi, passamontagna e con a disposizione un furgone carico di materiale da lanciare. E dall’altra parte non c’era un esercito nemico, ma la polizia. Poi le barricate, il lancio di pietre, di bottiglie e di artifici pirotecnici, le aggressioni agli agenti, molti dei quali rimasti feriti, i negozi e le auto danneggiati.
Askatasuna, 16 misure cautelari per la guerriglia di Torino: «Scontri pianificati»
Fino all’assalto a un mezzo delle forze dell’ordine (dato alle fiamme), con un poliziotto all’interno, per il quale la Procura di Torino contesta il tentato omicidio. Per quella giornata di violenze, il gip del Tribunale di Torino Giulia Caveglia ha disposto 16 misure cautelari (eseguite ieri mattina): due in carcere, sette ai domiciliari, sei divieti di dimora a Torino con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e un ulteriore obbligo di presentazione in caserma (tre le richieste cautelari respinte).
Le contestazioni partono dal tentato omicidio e comprendono la resistenza aggravata a pubblico ufficiale, le lesioni, il danneggiamento e la rapina. E mentre le immagini raccolte dalla Digos raccontano le violenze, gli interrogatori degli indagati restituiscono una collezione di spiegazioni difensive (alcune definite «inverosimili» dagli inquirenti): chi non sapeva che cosa trasportasse, chi aveva raccolto uno scudo per portarlo via e chi, tra i manifestanti travisati, sostiene di essersi trovato solo per sbaglio.
L’assemblea del 17 gennaio e le parole di Millesimo: «Vogliamo prenderci tutta la città»
Il giudice richiama anche l’assemblea del 17 gennaio a Palazzo Nuovo. L’intervento di Stefano Millesimo, uno dei leader di Askatasuna (che per la Procura avrebbe partecipato alla preparazione degli scontri, contribuendo al trasporto dei 12 scudi caricati sul furgone), si legge nell’ordinanza, suonava come una dichiarazione di guerra: «L’attacco ricevuto (la chiusura del centro sociale, ndr) è forte, ma quello che dobbiamo fare noi lo dovrà essere molto di più… vogliamo prenderci tutta la città».
Il gip collega quelle parole alle condotte successive e scrive che non si trattò semplicemente di «un’evoluzione estemporanea di una manifestazione essenzialmente pacifica». Ma di uno sviluppo che, per alcuni partecipanti, sarebbe «stato programmato». Mattia De Brasi, «militante di Askatasuna di lungo corso», uno dei due destinatari della custodia in carcere, secondo l’accusa, era «in prima linea».
Lui racconta di avere partecipato alla manifestazione dopo mesi di distanza dall’attività politica. Le immagini, però, l’avrebbero beccato mentre lanciava oggetti «con entrambe le mani». L’altro indagato finito in carcere è Davide Frigo.
Dal blindato incendiato alle pietre nelle tasche: le versioni degli indagati
Kefiah al collo, avrebbe partecipato all’assalto al blindato della celere rimasto bloccato da una campana per la raccolta del vetro collocata dai manifestanti in strada. Gli inquirenti gli attribuiscono anche l’utilizzo di un piede di porco contro il veicolo e una successiva azione con una pedana di legno che avrebbe ostacolato le manovre del conducente.
L’agente riuscì a uscire dal mezzo in fiamme solo grazie all’intervento dei colleghi. Sostiene di essersi trovato per caso vicino al blindato. Ma il gip ha ritenuto eloquenti le immagini. Il capitolo più singolare dell’ordinanza è proprio quello dedicato alle giustificazioni degli indagati. A cominciare da Loris Gargano (per lui il gip ha disposto gli arresti domiciliari).
Durante l’interrogatorio ha negato di essere il manifestante travisato ripreso negli scontri. E le pietre che la polizia gli ha trovato nel giubbotto, secondo la sua versione, «gli erano state messe nelle tasche nel corso della manifestazione da soggetti ignoti».
Gli inquirenti hanno liquidato le spiegazioni come «del tutto inverosimili». Non meno curiosa appare la versione di Ferdinando Gentile, insegnante di sostegno e conducente del furgone utilizzato durante il corteo (finito ai domiciliari). Ha ammesso di aver guidato il mezzo, ma ha precisato «di non aver visto caricare alcuno scudo».
Dal «tecnico del suono» allo zaino abbandonato: le giustificazioni davanti al gip
Sullo stesso furgone c’era anche Nicolò Araldi (anche lui ai domiciliari), che ha detto di aver notato «un telo bianco», quello che copriva gli scudi, senza sapere che cosa nascondesse. La sua spiegazione: era lì da «tecnico del suono». Ed era impegnato solo a gestire l’amplificazione.
Per il gip entrambi sarebbero «coinvolti a livello apicale». Daniel Boni, destinatario del divieto di dimora, ripreso mentre avanzava con lo scudo contro i reparti, ha negato di appartenere a centri sociali o a organizzazioni politiche.
Ha sostenuto di essere rimasto nelle retrovie e di non aver lanciato nulla. Ha spiegato di aver raccolto «uno zaino abbandonato con dentro tutto il materiale» da guerriglia poi trovato dagli investigatori. Secondo il difensore, si sarebbe trovato coinvolto «in una situazione più grande di lui».
C’è poi il gruppo indicato nell’ordinanza come appartenente all’area antagonista genovese.
Filippo Magni, Massimiliano Monai e Marco Rudino contestano le identificazioni. Il primo viene ripreso prima mentre indossa passamontagna e casco e poi mentre è in testa al gruppo dei 1.500. Monai nega di essere il manifestante ripreso con il volto coperto in prima linea ma il giudice richiama, tra gli elementi identificativi, un casco e il giubbotto.
Rudino, pure lui nel gruppo d’assalto dei manifestanti, contesta a sua volta il riconoscimento. Per il gip, però, «è stato ripreso mentre avanzava travisato contro gli agenti». «La gravità delle condotte attuate dagli indagati», scrive il giudice, sarebbe «innegabile».
Le loro azioni, aggiunge, si sarebbero distinte per «una offensività non comune», avendo «trasformato una porzione di città in una zona di guerriglia». E sarebbero state «il frutto di una precisa scelta predeterminata e di una attenta pianificazione». La finalità: «Colpire le istituzioni in modo diretto e plateale». In pieno stile Askatasuna.
Le martellate e quel mezzo in fiamme in cui restò prigioniero un agente
di Eleonora Paone
Il momento più brutale è alle 19.04 di quello che molti agenti della celere devono ricordare ancora come un giorno maledetto: il 31 gennaio 2026.
Ai giardini Vittorio Pozzo, durante il ripiegamento in corso Regina Margherita, Alessandro Calista, agente del secondo reparto mobile di Padova, scivola e resta isolato. Una ventina di manifestanti travisati lo circonda: calci, pugni, poi il martello.
Un primo colpo lo raggiunge sopra il ginocchio sinistro; l’aggressore perde la presa, riprende l’attrezzo e colpisce due volte alla schiena. Gli strappano casco, maschera e scudo, mentre volano pietre da distanza ravvicinata.
A evitare il peggio è il collega Lorenzo Virgulti, che si getta sopra di lui facendogli scudo: trauma cranico e frattura della vertebra C7, trenta giorni di prognosi.
Poco prima, a poche centinaia di metri, l’episodio che l’ordinanza riconduce al tentato omicidio. In via Sant’Ottavio l’Iveco Daily del Quinto Reparto mobile, guidato dall’assistente capo Luigi Marchese, entra nel controviale per coprire una pattuglia di finanzieri, ma resta senza via d’uscita: davanti una campana del vetro rovesciata, ai lati panettoni di cemento.
Il parabrezza viene infranto, dal foro si infila una torcia di segnalazione accesa, si versa liquido infiammabile e una pedana di legno, bloccata con un piede di porco, alimenta il rogo. In un video agli atti una voce grida: «Devono farlo uscire, devono farlo uscire cazzo!».
Ma le porte sono bloccate da sassi ed estintori. Marchese ha descritto a verbale quei minuti drammatici: «Il mezzo si è trasformato in una trappola: un fitto e violento bersagliamento di oggetti ne impediva fisicamente l’apertura delle porte, rendendo impossibile ogni tentativo di fuga.
Per circa 8-10 minuti sono rimasto sequestrato all’interno mentre il fumo saturava l’ambiente e le fiamme divoravano il cruscotto a pochi centimetri dal corpo».
Lo salvano due finanzieri che avanzano a testuggine, «permettendomi di abbandonare il veicolo un istante prima che la parte anteriore venisse avvolta dal rogo».
Secondo l’accusa, l’attacco non fu improvvisato. Era stato annunciato già nell’assemblea preparatoria del 17 gennaio, evocando «la resa dei conti dello Stato democratico» e il piano per «prenderci tutta la città»: dal furgone di testa sarebbero stati distribuiti dodici scudi «artigianali» in metallo a oltre 1.500 manifestanti travisati.
Contro gli agenti sarebbero stati usati razzi da tubi metallici, biglie d’acciaio con fionde, estintori lanciati ad altezza d’uomo, cartelli stradali come arieti e un laser verde puntato negli occhi.
Oltre cento feriti tra le forze dell’ordine: la Procura chiede quattro anni per un manifestante
Oltre cento tra poliziotti, carabinieri e finanzieri sono rimasti feriti. Il commissario capo Alfio Guglielmino ha riportato la frattura del radio, prognosi di 101 giorni; l’agente Salvatore Marzullo, colpito al torace da una pietra, un arresto respiratorio; l’agente D’Angiolella è stato centrato da un estintore alla coscia.
E ancora ustioni, fratture alle mani, traumi cranici, danni all’udito e intossicazioni da fumo.
Per il giudice non fu un contatto dimostrativo: «I facinorosi non miravano tanto al mero danneggiamento, quanto a colpirne l’occupante», agendo con «una pervicacia delinquenziale impressionante». Senza l’estrazione, l’autista «sarebbe stato avvolto dalle fiamme senza avere scampo».
Intanto arriva la prima richiesta di condanna: la Procura di Torino ha chiesto quattro anni per un ventiduenne della provincia di Grosseto, arrestato in flagranza differita, che ha scelto il rito abbreviato.
Secondo gli inquirenti era nel gruppo che circondò e prese a calci un poliziotto del reparto mobile, ma non partecipò direttamente alle violenze.
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