Benvenuti nel mondo a due velocità, dove il portafoglio dei cittadini comuni viaggia in bicicletta, mentre quello delle toghe ha diritto alla corsia preferenziale.
La vicenda è quella degli stipendi dei magistrati. Una storia che ha il sapore di una partita a poker giocata con le carte della statistica e il mazzo pagato dai contribuenti. Il governo ha deciso di mettere una pezza, anzi una toppa piuttosto robusta, per evitare che gli aumenti automatici delle retribuzioni dei magistrati continuino a correre con il turbo.
Attenzione: mettere un freno al futuro, non cancellare il passato. Il miliardo circa maturato in seguito alle sentenze non evaporerà per magia e non finirà in un buco nero ministeriale. Sarà corrisposto, naturalmente, secondo i tempi e le modalità dovuti. Le sentenze non sono suggerimenti facoltativi.
La divergenza nasce da un meccanismo particolare. I magistrati non hanno un contratto collettivo. I loro stipendi vengono aggiornati ogni tre anni, sulla base degli incrementi riconosciuti agli altri dipendenti pubblici. Un sistema concepito per proteggere l’indipendenza della magistratura dalle interferenze della politica.
Principio sacrosanto, almeno finché non si arriva ai conti. Perché esistono due modi di calcolare quella media: il sistema ponderato, che attribuisce a ogni categoria un peso proporzionale al numero dei suoi appartenenti, e quello semplice, che mette tutte le categorie sullo stesso piano, indipendentemente dalla consistenza numerica.
Facciamo un esempio. Immaginiamo 100.000 insegnanti con un aumento del 2 per cento e 1.000 dirigenti con un incremento del 10 per cento. Con la media ponderata l’aumento dovrebbero fermarsi al 2,08 per cento. Con la media semplice, invece, le due categorie pesano esattamente allo stesso modo e l’incremento medio schizza al 6 per cento.
I magistrati hanno contestato il criterio ponderato davanti alla giustizia amministrativa. Il Tar, seguito dal Consiglio di Stato, ha dato loro ragione, stabilendo che dovesse essere utilizzata la media semplice. Risultato: gli adeguamenti hanno preso un ascensore che non conosce il tasto di discesa.
Lo Stato si è trovato davanti a una fattura da quasi 1 miliardo tra adeguamenti e arretrati. Una cifra che produce molti mal di testa. Soprattutto se si pensa che, nella legge di Bilancio la rivalutazione delle pensioni viene ridimensionata, con perdite che secondo uno studio della Uil pensionati possono arrivare a oltre 1.300 euro l’anno, per un assegno lordo da 6.200 euro al mese.
Ma, evidentemente, la matematica ha un carattere mutevole: quando si tratta di pensionati diventa uno strumento di contenimento della spesa, quando riguarda gli stipendi delle toghe può trasformarsi in una questione di indipendenza costituzionale.
Con l’articolo 67 della legge di Bilancio, il governo prova a intervenire sugli aumenti che scatteranno dal 2027. L’obiettivo è evitare che il meccanismo degli aumenti si trasformi in un moltiplicatore automatico.
Qui entra in scena Giuseppe Tango, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati. La tutela delle retribuzioni, ha dichiarato, «è condizione per la salvaguardia dell’indipendenza della giurisdizione». Un’affermazione che merita rispetto, perché l’indipendenza della magistratura è un pilastro della democrazia.
Ma che apre qualche interrogativo. Perché nessuno mette in discussione la necessità di garantire ai magistrati stipendi adeguati, né il divieto alla politica di utilizzare le retribuzioni come ricatto. Ma tra difendere l’indipendenza e difendere ogni possibile incremento retributivo c’è una differenza che non dovrebbe richiedere una sentenza della Cassazione per essere compresa.
Mentre si discute degli adeguamenti dei magistrati, infatti, i pensionati devono fare i conti con una rivalutazione zoppicante. Secondo lo studio della Uil pensionati, il nuovo meccanismo produrrà forti perdite rispetto al sistema per scaglioni.
Per una pensione lorda di 2.500 euro al mese la differenza sarà di 144,17 euro all’anno. Per un assegno di 3.000 euro si sale a 153,92 euro; per uno di 3.500 euro a 574,73 euro. A quota 4.000 euro la perdita arriverà a 711,23 euro, mentre per una pensione da 5.000 euro si superano i 1.000 euro.
A 6.200 euro lordi mensili, il conto raggiungerebbe 1.314,17 euro all’anno. Insomma, il pensionato deve tirare la cinghia senza lamentarsi troppo. Le toghe, invece, ricordano che la tutela delle retribuzioni è una condizione essenziale dell’indipendenza.
Due esigenze diverse, due sensibilità differenti, due modi di guardare al bilancio familiare e a quello dello Stato. Né finisce qui. La manovra chiama alla cassa anche altri comparti produttivi, a cominciare da banche e imprese energetiche.
Gli istituti di credito contestano il maggiore carico fiscale, mentre per le aziende energetiche entrano in gioco nuovi equilibri tra contributi, aiuti e coperture. Alla fine saranno chiamate a una contribuzione straordinaria.
Il problema in conclusione è semplice: mettere insieme indipendenza e sobrietà contabile. Perché la giustizia deve essere indipendente dalla politica. Ma il contribuente, quello che alla fine paga il conto, avrebbe diritto almeno a essere indipendente dalle sorprese.
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