Le toghe rosse occupano il Csm. Conservato il potere di veto politico
(Imagoeconomica)

Due cose: una meno importante (di cui si parla troppo) e l’altra più importante (di cui si parla troppo poco). La notizia meno importante sono le elezioni del Csm. I giornali parlano di percentuali e nomi. Ma il dato rilevante è solo uno: la cosiddetta «sinistra giudiziaria» ha realizzato l’agognata occupazione del Csm (11 seggi fra sigle vecchie e nuove), mentre la corrente definita «di destra» (Magistratura indipendente) è scivolata da 7 a 4 seggi.

L’esito era ampiamente previsto e ha il pregio di eliminare definitivamente un equivoco: nel mondo associativo, le sedicenti correnti «moderate» non esistono se non come entità meramente ancillari rispetto alle altre, che ormai sono – e da tempo – il vero fattore di traino dell’associazionismo giudiziario.

Elezioni Csm, la maggioranza alle correnti progressiste

Dopo avere egemonizzato il dibattito referendario, i gruppi Bella Ciao hanno raggiunto la meritata maggioranza in Consiglio. Sull’altro versante, c’è invece la parabola discendente dei sedicenti «moderati», che in questi anni si sono dimostrati molto poco diversi da quelli da cui dicevano di essere diversi.

Inesorabilmente scivolati nel limbo, non c’è stata vicenda in cui non abbiano assunto posizioni allineate con i gruppi progressisti, nel merito, nei tempi e perfino nei toni: dal caso Apostolico fino agli eccessi del dibattito referendario, passando perfino per i convegni woke. La loro mercanzia non ha entusiasmato i votanti: d’altro canto il vero burro di montagna è sempre preferibile alla sbiadita margarina. Il flop elettorale è tutto qui.

Va anche detto che la contrapposizione «destra-sinistra» è in realtà solo apparente: gran parte della magistratura (non tutta) ha ormai assimilato – magari inconsapevolmente – le teorie della prima Magistratura democratica degli anni Sessanta sul giudice-politico come fattore di trasformazione sociale, all’interno di una concezione che ritiene normale il primato della giurisdizione militante sulle forme politiche classiche e garantite dal voto democratico.

Il correntismo giudiziario e il potere di veto politico

Al di là dei diversi colori, i vertici dell’associazionismo attuale sono tutti allineati con questa visione, sicché il finto bipolarismo riduce le elezioni Csm a una semplice partita scapoli-ammogliati: insistere sulle percentuali elettorali di questo o di quello è più che altro un pettegolezzo interno. Per commentare i risultati, basta invece rievocare il «sindacalismo rivoluzionario» di inizio Novecento, una delle tante fazioni interne al movimento socialista: il sindacato inteso come soggetto apertamente rivoluzionario, che doveva lasciare il perimetro delle mere rivendicazioni salariali per spingersi nel mare aperto della lotta politica. Il parallelo non è malaccio, visto che ormai i gruppi correntizi sono apertamente scesi in politica, però finisce qui.

Dalla rivoluzione socialista al potere di veto delle correnti

Perché mentre il sindacalismo rivoluzionario dei vari De Ambris e Corridoni voleva «fare come in Russia», cioè fare veramente la rivoluzione, qui da noi le varie correnti militanti non vogliono affatto «fare come in Russia» perché gli sta benissimo «fare come in Italia». Perfettamente alloggiato nella odierna situazione di stallo, l’unica rivoluzione che il correntismo vuole fare è quella all’incontrario, cioè una specie di rivoluzione immobilista che conservi intatto il suo potere di veto politico, schermato dalla retorica giustificazionista dell’indipendenza.

È in questo clima che maturano casi apparentemente minori e recentissimi, come la battuta di un dirigente Anm (un dirigente, appunto) sull’equazione «abolizione bollo auto-favore ai narcos», oppure la sottoscrizione del singolare «appello dei Giuristi per Gaza», tornato a galla nel caso Youssef Siher (da noi segnalato già l’anno scorso).

Le prese di posizione politiche dei dirigenti correntizi

Ora si aggiungono le dichiarazioni al vetriolo di alcuni dirigenti correntizi sulle misure di ordine pubblico del governo, perfettamente ricalcate su quelle dell’opposizione parlamentare. Nessuno scandalo: il linguaggio della militanza politica non può che essere questo, ed è perfino scontato che tutto si intensificherà nella prossima campagna elettorale. Tutto normale.

Il Csm e il problema costituzionale della terzietà del giudice

Così come diventa normale anche un titolo come quello del Corriere della Sera («Il Csm si sposta a sinistra», 30 ottobre), senza che nessuno si renda conto di quanto sia innaturale applicare il criterio della polarizzazione partitica a un organismo di garanzia come il Csm. Il problema insomma è costituzionale. E non perché il magistrato debba tacere o non debba essere indipendente dalla politica. Ma perché l’indipendenza non legittima un ordine tecnico non elettivo a tentare di imporre – tramite dei meccanismi di rendita oligarchica – un proprio indirizzo politico al Paese.

Oltretutto il diritto di critica tecnica che trasmoda nella manifesta parzialità ideologica danneggia il principio della terzietà del giudice. Un sistema ordinamentale ed elettorale che produce da anni tensioni di tale gravità è malato di una malattia mortale. È per questo che, in un contesto simile, dominato dalle macchine organizzative di correnti-apparato che difendono viribus unitis questa stortura istituzionale, le elezioni del Csm sono soltanto una liturgia di facciata. Rumore senza suono. Movimento senza spostamento.

Cosimo Ferri torna al Csm e il flop dei candidati indipendenti

Poche le cose da segnalare: intanto, il ritorno al Csm di Cosimo Ferri, il Gran Diavolo. Prima osannato e poi rinnegato da chi lo aveva osannato. Nonostante l’ostracismo, non ha fatto l’Agnus Dei ed anzi ha raccolto il voto di molti colleghi scontenti. Una mina vagante? Chissà. Ancora: la presenza di molti candidati indipendenti, la cui partecipazione era stata resa possibile dalla legge Cartabia.

Nessuno ce l’ha fatta, naturalmente: impossibile competere a mani nude con gli apparati. Questa impraticabilità materiale dimostra definitivamente quanto sia stata fallimentare la politica dei micro-aggiustamenti delle varie Cartabie: al posto dei necessari interventi strutturali, solo un po’ di maquillage anti age fatto in economia, piccoli artifici normativi spacciati per riforme epocali che poi, alla prova del fuoco, non possono funzionare.

L’emendamento sui fuori ruolo e le porte girevoli al Csm

Ad ogni modo, mentre si almanacca sulle percentuali del voto Csm, spacciando per grande «rinnovamento», ciò che invece è solo l’eterno ritorno dell’uguale, in Parlamento è avvenuto qualcosa di ben più importante: in commissione Giustizia si discuteva la legge di conversione del decreto 168/26 in materia di «giustizia, funzionalità del ministero dell’Interno e impianti di interesse strategico nazionale». Nella seduta del 20 ottobre scorso era stato presentato un emendamento (il n. 2.015) per ridurre il tempo di attesa fra la fine del mandato al Csm e l’assunzione di nuovi incarichi, che oggi è di quattro anni (Il Dubbio, 22 ottobre).

Referendum Nordio e rischio di perpetuare l’oligarchia consociativa

Il referendum Nordio puntava al depotenziamento dell’oligarchia consociativa. L’emendamento 2.015 andava invece in senso contrario. Come gli studiosi dei meccanismi oligarchici hanno insegnato da tempo (Michels su tutti), le élite si formano anche attraverso l’occupazione interminabile dei ruoli di potere. In un quadro del genere, la legge che oggi impone un fermo biologico di almeno quattro anni serve a sbarrare le cosiddette «porte girevoli» (si lascia un posto di potere e se ne prende subito un altro). Il fermo interrompe la continuità del potere e favorisce un principio di ricambio d’aria. Dimezzare i tempi, come voleva la proposta 2.015, significava eliminare perfino questo piccolo boccaglio di ossigeno. La proposta però è stata bocciata («Stop all’emendamento sui fuori ruolo», sul Dubbio, 30 ottobre) dopo la resistenza della componente di Forza Italia («Enrico Costa dice no», sul Dubbio del 21 ottobre).

l dilemma tra esperienza dei consiglieri ed equilibrio istituzionale

Domanda: come si spiega questo emendamento-revirement? Escludendo l’ipotesi del favore a qualche consigliere uscente, pure adombrata dal Dubbio del 30 ottobre, è probabile che la Commissione si sia trovata davanti ad un vecchio dilemma: mantenere il fermo biologico ma disperdere le esperienze acquisite dai consiglieri, con ciò facendo danno dell’efficienza organizzativa? o utilizzare le capacità manageriali degli ex Csm e perpetuare il gioco oligarchico?

Dilemma suggestivo, ma del tutto irrilevante, visto che non esiste alcuna regola logica o empirica per la quale i quattro anni di consiliatura debbano necessariamente formare dei perfetti dirigenti. Se così fosse, basterebbe affidare in automatico gli uffici giudiziari agli ex consiglieri Csm, saltando a piè pari sia la retorica dei concorsi per «merito» (che in genere caratterizza la magniloquenza correntizia) sia le differenze fra il ruolo di consigliere Csm e quello di direttivo di tribunale.

I quattro anni di fermo e il riequilibrio dei poteri costituzionali

Ma la verità è un’altra: al di là del fatto che l’esperienza Csm sia o no utilmente spendibile sul territorio, esiste comunque un ordine di priorità indiscutibile: il riequilibrio dei poteri costituzionali vale molto di più dell’efficienza di qualsiasi tribunale. La Commissione ha felicemente risolto il dubbio mantenendo il periodo di decantazione dei quattro anni. Dalle ceneri di questo piccolo episodio parlamentare nasce una domanda legittima: cosa si vuol fare da grandi? Continuare sulla via delle riforme strutturali coraggiose o tornare alle solite prassi negoziali, consentendo all’apparato consociativo di mantenere intatto il suo potere di veto politico?

L’esito felice della commissione Giustizia ci fa credere che lo spirito riformatore stia prendendo un po’ la forza silenziosa di un fiume carsico: bloccato da una parte, si fa strada fra le rocce e spunta inesorabilmente da un’altra parte. Il passo indietro in Commissione è stato impedito. È questa la vera notizia. Non il seggio in più o in meno per delle correnti che di fatto ne costituiscono una sola.

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