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Domenico Pianese, segretario del sindacato di polizia Coisp (Imagoeconomica)

«I devastatori di Milano potrebbero saldarsi con anarchici e antagonisti, e diventare la loro manodopera. L’imputabilità a 14 anni? Forse dovremmo scendere ancora, come avviene nel resto d’Europa. Dove sono i servizi sociali e i tribunali dei minori?».

Domenico Pianese, segretario del sindacato di polizia Coisp, lancia l’allarme: «Le razzie di questo tipo non sono fronteggiabili, e non hanno alcuna motivazione sociale. Può succedere ancora, a rischio i centri commerciali. La solidarietà ai poliziotti? Arriva, ma sempre a metà».

Dopo quanto accaduto negli ultimi giorni, dobbiamo aspettarci altre devastazioni?

«L’allerta è molto alta. Nonostante la grande attività di prevenzione, nel tentativo di intercettare in Rete le comunicazioni di questi gruppi, è quasi impossibile prevedere gli attacchi estemporanei, come quelli avvenuti a Milano. Eventi del genere si possono fronteggiare solo quando sono già in corso».

Quindi aumentare le forze dell’ordine nelle strade non risolve? Non è solo una questione di quantità di forze a presidio?

«Il rischio zero, purtroppo, non esiste».

Che significa?

«Significa che, se domani 50 persone si organizzassero senza preavviso e per sfasciare negozi in via Montenapoleone a Milano o in via Nazionale a Roma, non potremmo evitarlo».

Non potreste?

«Ogni centro commerciale in Italia può diventare oggetto di iniziative criminali come quelle cui abbiamo assistito, perché non è possibile avere un presidio in ogni strada».

Voi poliziotti siete abituati alle proteste violente. Stavolta cosa c’è di diverso, nella guerriglia dei minorenni?

«La totale assenza di motivazioni ideologiche».

Qualcuno in realtà ha parlato di «espropri proletari»: rubano nel nome dell’uguaglianza sociale?

«No, non è questo il caso: chi un tempo eseguiva gli espropri proletari, che comunque sono sempre furti, si impossessava della merce, andava alla cassa, e non pagava proclamando lo spirito sociale della sua iniziativa. Stavolta le analisi sociologiche si fermano davanti all’eloquenza delle immagini: dietro la soddisfazione platealmente esibita per aver rubato una felpa o un paio di scarpe griffate non c’è alcuna spinta di riscatto sociale».

Insomma, si ruba senza sapere perché, come fosse un videogioco?

«Sono crimini. Crimini commessi da persone che non accettano le regole, in balìa di modelli di riferimento distruttivi, personaggi celebri, rapper che portano avanti il principio del “tutto e subito”, ad ogni costo».

Non siete riusciti a stabilire una linea di comunicazione con questi ragazzi?

«È effettivamente complicato comunicare con queste persone. Anche perché non hanno referenti, non hanno organizzazione, comunicano via Tiktok».

Questo complica il lavoro della polizia?

«Solitamente, anche nei momenti di scontro in piazza, c’è sempre un canale di mediazione tra polizia e manifestanti, nel tentativo di trovare accordi, compromessi, soluzioni. La polizia, non dimentichiamocelo, ha il compito di garantire il diritto di manifestazione nel rispetto delle regole. Siamo i primi a cercare il dialogo. Il problema è che in questo caso non c’è nessuno con cui dialogare».

Sono schegge impazzite oppure qualcuno sostiene e indirizza queste incursioni distruttive?

«I minorenni che hanno assaltato i negozi a Milano sono slegati da tutto. Ma in futuro potrebbero venire arruolati da antagonisti e anarco-insurrezionalisti. E diventare la loro manodopera, come è avvenuto negli scontri alla stazione centrale di Milano dello scorso anno».

E a livello legale, qualcuno è giunto in soccorso delle famiglie dei responsabili?

«Ne siamo certi. Non hanno un avvocato di fiducia, e subito dopo i fermi di domenica scorsa sono apparsi diversi studi legali che hanno preso in carico la loro difesa. Sono gli stessi studi legali che difendono gli antagonisti, quindi c’è una certa continuità».

Molti pensano che quei ragazzi vadano in qualche modo compresi: la loro rabbia è un portato dell’emarginazione sociale e della povertà?

«Certo, esistono quartieri molto difficili. Ma in quei quartieri ci sono anche ragazzi perbene che fanno scelte diverse. Anche molti poliziotti sono cresciuti in contesti impegnativi: ma nella vita hanno saputo rimboccarsi le maniche e impegnarsi con sacrificio».

Serve un piano per l’adolescenza, dice il sindaco di Milano Sala.

«Certo, occorre intervenire sulle famiglie e sulla scuola, ma sono tutte questioni di lungo termine. Noi dobbiamo fronteggiare la manifestazione di domani o dopodomani, per evitare nuove devastazioni. E ben vengano le nuove norme».

Quindi è favorevole all’abbassamento dell’imputabilità presunta a partire dai 14 anni, come stabilito dal governo?

«Sì, considerando che sono norme risalenti al 1930. Oggi è cambiata la società, sono cambiati genitori e figli. Un adolescente oggi può commettere crimini un tempo impensabili».

Quindi secondo lei dovremmo abbassare ancora di più l’asticella?

«Bisognerebbe ispirarsi agli altri Paesi europei, perché il mondo è cambiato. In Francia l’imputabilità scatta a 13 anni, nel Paesi Bassi a 12 e in Svizzera addirittura a 10 anni».

Non le pare eccessivo?

«La maggior parte dei componenti delle cosiddette “baby gang” è sotto i 14 anni. Ho visto anziane signore prese a pugni da dodicenni che non pagheranno nulla per il reato commesso. Vengono convocati in caserma con i genitori e poi rimandati a casa».

L’ex capo della polizia Gabrielli, commentando le nuove norme, ha detto che il «vannaccismo» è già al governo. Che ne pensa?

«Su Gabrielli non faccio commenti».

Il governo ha tentato di affidare ai militari compiti di polizia, ma anche voi avete espresso contrarietà. Perché?

«Quello è stato un errore strategico. Per fare sicurezza pubblica occorre una specifica formazione, una forma mentis particolare, una preparazione su regole, verbali, contestazioni penali. Le forze armate hanno altri compiti, e un’altra formazione».

A Torino un gruppo di ragazzi ha assaltato una libreria Feltrinelli. Il capo della comunicazione della casa editrice ha detto che «erano inseguiti dalla Digos» e «terrorizzati dalla polizia». E ancora: «Erano mossi dall’impeto, non odiano noi».

«Qui si nega l’evidenza dei fatti. Quei ragazzi non potevano scappare dalla polizia, perché la polizia non era ancora arrivata. Peraltro, in questo caso nessun libro è stato rubato, segno che certi personaggi non apprezzano i prodotti culturali. Sono entrati in quella libreria solo per vandalizzare, ed è francamente paradossale che i primi a giustificare il gesto siano coloro che hanno subito i danni».

Un modo per mantenere buoni rapporti con l’onda della protesta?

«Detto francamente: a questi ragazzi non importa nulla di ciò che dicono gli adulti, i politici o chiunque altro. Non lo sanno, e non gli interessa. Sono al di là dell’arco parlamentare, e refrattari a qualsiasi gestione di tipo politico».

Cosa ha pensato vedendo le immagini di quel bambino di 11 anni col volto coperto nel mezzo dei disordini?

«Farebbe tenerezza, se non prevalesse l’indignazione. Cosa ci faceva da solo in piazza? Dove erano i genitori?».

Perché se lo chiede?

«Perché esiste anche un reato che si chiama “abbandono di minore”. Mi aspetto che il tribunale per i minorenni avvii delle procedure nei confronti di chi esercita la patria podestà, e che tutti i responsabili della devastazione vengano inseriti in un piano di osservazione da parte dei servizi sociali».

Addirittura?

«Se vale per la cosiddetta “famiglia nel bosco”, non vedo perché non debba valere per i crimini avvenuti a Milano».

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