Il 13 marzo del 1971, per protestare contro la deriva violenta delle manifestazioni, a Milano scese in piazza la maggioranza silenziosa, ovvero migliaia di cittadini, che sfilarono al motto di «Noi siamo l’Italia che lavora, produce e paga le tasse».
Ecco, io credo che al di là delle misure di polizia che sicuramente il governo metterà in campo, senza preoccuparsi dei pochi arresti che altrettanto indubbiamente la magistratura adotterà e, soprattutto, senza curarsi delle infinite giustificazioni che la sinistra ovviamente troverà, a Milano sarebbe indispensabile una marcia dei milioni di italiani che lavorano, producono e pagano le tasse.
Ci riflettevo ieri, vedendo le vetrine sfondate nel centro della capitale economica del Paese. E ancor più osservando le serrande abbassate dei pochi negozi rimasti inviolati dalle incursioni di sabato e domenica, chiuse nel timore di nuovi assalti, come in una specie di coprifuoco volontario.
Servirebbe, dicevo tra me e me, un grande scatto d’orgoglio dei moderati, una reazione che va al di là dell’intervento delle forze dell’ordine. I devastatori della città lombarda non vanno capiti, né, come ho sentito dire da più parti, compreso dall’aspirante sindaco Mario Calabresi o dall’anelante grande attore Alessandro Gassmann, vanno ascoltate le loro proteste.
I giovani che delinquono vanno trattati come delinquenti. E che si tratti di delinquenza comune, neanche velata da ambizioni politiche, è testimoniato dal fatto che quasi sempre gli atti di vandalismo si sono conclusi con il furto.
Che cosa c’è da capire quando uno ruba? Forse di fronte a un rapinatore, invece di adottare il codice penale, dobbiamo usare un testo di sociologia? I giovani che sabato, domenica e anche ieri si sono dati appuntamento via social per assaltare i negozi, distruggere le vetrine e sfasciare le macchine, minacciando i privati cittadini che provavano a difendere i loro beni, sono criminali.
Punto. Che abbiano 11, 12, 13 o 14 anni, chi si organizza in un’associazione a delinquere per svaligiare un supermercato, sfondandone le vetrate, è un rapinatore. E se usa un bastone o una spranga di ferro o qualsiasi altro oggetto, anche improprio, per minacciare le persone, compie il reato di rapina a mano armata.
Dunque, trovo imbarazzante questa corsa a capire e spiegare la rabbia dei giovani, peraltro in qualche caso dopo averla invocata, sognando che in Italia i ragazzini copiassero il modello francese. E, oltre che sconcertante, trovo questo atteggiamento altamente ipocrita, perché come nel passato non si può fingere di essere neutrali, dando un colpo alla botte (le violenze) e uno al cerchio (il governo). O si sta con la polizia o si sta con i casseur: una terza via, come cerca sempre la sinistra per sottrarsi alle proprie responsabilità, non esiste.
Di fronte a quanto successo, c’è da rendersi conto che i manifestanti sono ragazzini che si comportano come delinquenti incalliti. Nella stragrande maggioranza dei casi sono immigrati di seconda o terza generazione. Non protestano perché esclusi, come ho sentito dire. Né spaccano le vetrine perché sono poveri e senza futuro. Semplicemente odiano il mondo che li ha accolti e vogliono sfasciare tutto per il gusto di sfasciare tutto, così come rubano per il gusto di rubare. Ribadisco: non bisogna comprenderli, occorre punirli.
Si comportano da adulti anche se sono minorenni? Vanno affrontati dunque come se fossero maggiorenni, aggiornando le pene, senza indulgenza e né facendo uso di studi sociologici per trovare una ragione al loro comportamento.
In apertura, non ho citato a caso la manifestazione del marzo di 55 anni fa, perché la discesa in campo della maggioranza silenziosa a Milano servì a dare sostegno alle forze dell’ordine e allo Stato, fermando la cultura degli estremisti rossi. Il corteo dei moderati, che sfilò 46 anni fa a Torino per protestare contro la serrata sindacale che impediva a chi voleva lavorare l’accesso alla Fiat, ebbe la stessa funzione. Così come anche la manifestazione sugli Champs-Élysées guidata da Charles De Gaulle servì a ristabilire l’ordine dopo il Sessantotto.
Sì, oltre ai fermi di polizia, all’utilizzo delle forze dell’ordine e dell’esercito, c’è bisogno che anche gli italiani perbene, di destra e sinistra, quelli interessati al futuro del Paese, facciano la loro parte.
Non amo i cortei e le sfilate, ma qualche volta occorre ricordare che noi siamo l’Italia che lavora, produce e paga le tasse e vogliamo l’ordine: il disordine lo lasciamo volentieri a Sánchez e Macron. Perché a differenza di Concita De Gregorio e compagni non abbiamo «tutta questa rabbia da mettere al servizio della protesta». Abbiamo soltanto la voglia di lavorare da mettere al servizio del Paese.
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