Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, non era un uomo con disturbi mentali che a un certo punto è esploso. Era un terrorista, uno straniero di seconda generazione che si è radicalizzato e ha abbracciato la causa jihadista.
Lo dimostra, tra le altre cose, il fatto che un mese prima della strage avesse condiviso online una bandiera dell’Isis, come ha dimostrato Francesco Bergoglio Errico, direttore del Monitoring jihadism project e autore della ricerca «Anatomia del jihadismo in Italia». Bergoglio è l’esperto nominato dall’avvocato di Giovanni Esposito, cioè il fratello di Monica Esposito, la donna che il 16 maggio scorso El Koudri ha falciato con l’auto e ucciso.
Il legame fra El Koudri e la jihad islamica
«Alla luce dell’analisi del materiale probatorio ricevuto, ritengo di poter affermare che il profilo di Salim El Koudri è pienamente compatibile con quello di un soggetto radicalizzato, che ha operato con odio profondo verso i cristiani e l’Italia», dice Bergoglio. «Il profilo suddetto mostra le medesime caratteristiche riscontrate in altri casi di radicalizzati condannati per terrorismo jihadista. Tra queste, troviamo il tipico sentimento delle seconde generazioni poi radicalizzate chiamato in gergo doppia assenza. Un soggetto che non si sente appartenente né alla cultura di origine, quella marocchina, né alla cultura prevalente del Paese in cui è nato e cresciuto. Un sentimento chiave per comprendere il percorso di crisi identitaria e la gestazione ideologica verso la radicalizzazione per cui la strage è stato l’esito finale da parte di El Koudri».
Le ricerche dell’attentatore di Modena che lo collegano al terrorismo islamico
Oltre alle considerazioni sociologiche e psicologiche, ci sono le prove digitali. «Le ricerche sul Web tre mesi prima dell’attentato ma anche svolte qualche anno fa sono compatibili con il classico percorso più o meno lento di auto-indottrinamento, tipico di chi si radicalizza in autonomia senza contatti con terroristi e/o organizzazioni terroristiche specifiche», continua Bergoglio.
«Queste ricerche, infatti, palesano un coinvolgimento profondo di El Koudri verso concetti e argomenti tipicamente riscontrabili nelle indagini per terrorismo di cui mi sono occupato nella mia esperienza professionale e accademica. Più precisamente, le ricerche online non solo erano volte a un notevole interesse ideologico verso l’Isis, ad Abu Bakr al-Baghdadi e al giuramento, ma erano anche finalizzate alla comprensione del funzionamento delle armi da sparo e all’utilizzo di coltelli. Inoltre, El Koudri ha anche visionato articoli di attentati svolti sia con coltello che con autoveicolo, i quali possono considerarsi fonte di ispirazione e preparazione materiale e psicologica per l’indagato».
«Come spesso accade, per di più, ha anche effettuato ricerche approfondite sull’11 settembre e su Osama bin Laden, inclusa la sua famosa dichiarazione del jihad contro gli ebrei e i Crociati. […] L’indagato ha effettuato ricerche anche sui canti nasheed che richiamano chiaramente l’estremismo islamico, come quello dal titolo Sawarim djihad che può tradursi come “Spade del jihad”».
L’indagine del perito su El Koudri
L’indagine condotta da Bergoglio ha portato alla luce elementi inquietanti. Tra cui appunto «il ritrovamento da parte della società Meta di un profilo Instagram creato da El Koudri in cui lo stesso ha postato il 24 aprile 2026 la bandiera nera associata all’Isis. Anche questo risulta essere un tipico gesto che si riscontra con frequenza nei casi di soggetti incriminati per terrorismo».
Conclusione granitica: «L’analisi permette di affermare che anche la strage del 16 maggio è compatibile con il medesimo tipo di estremismo. Infatti, la strage è da ritenersi pienamente un atto di terrorismo di matrice jihadista, volto a uccidere quante più persone possibili e volto alla ricerca della morte e del martirio.
«Analizzando le risultanze investigative sinora emerse non solo troviamo che la strage è stata effettuata con lo stesso modus operandi già visto in altri attentati fatti da persone legate o influenzate dall’ideologia jihadista, ma troviamo anche gli elementi tipici del cosiddetto calcolo terroristico: il bersaglio è altamente simbolico visto che la via Emilia è la strada più importante di Modena e dell’intera Regione Emilia-Romagna; il bersaglio (la via Emilia) è pienamente accessibile con i mezzi nella disponibilità di El Koudri e non presenta alcuna barriera anti-intrusione veicolare; la tipologia di attacco è perfetta per creare panico, terrore, e volta a provocare un forte sentimento intimidatorio di lunga durata nella popolazione».
«Ancora, è importante anche la scelta del giorno e dell’orario, ovvero sabato 16 maggio 2026 intorno alle ore 16.50 circa. Questa scelta è infatti indirizzata al fine di uccidere più possibile».
Non solo, dunque, El Koudri è un terrorista ma, secondo l’esperto, «ha pianificato in anticipo, con premeditazione, con calcolo terroristico, la strage del 16 maggio».
Perché l’attentato di El Koudri a Modena non è un episodio isolato
Il punto è che la vicenda di Modena non è da ritenersi un fatto isolato e irripetibile. Alla Verità, Francesco Bergoglio Errico dichiara che in Italia esiste un serio pericolo legato alla radicalizzazione.
«Assolutamente sì. La radicalizzazione (con particolare focus su quella jihadista) è presente nel nostro Paese da oltre tre decenni. Giusto per farle un esempio, il primo pentito jihadista “italiano” si chiama Jelassi Riadh (soprannominato “il telefonista di al-Qaeda”); è arrivato dalla Tunisia sulla costa siciliana senza aver alcun legame con il radicalismo; si radicalizzò non molto tempo dopo a Milano, in viale Jenner. Questo episodio è avvenuto verso la fine degli anni Novanta. Ad oggi, invece, la radicalizzazione è ancora più presente rispetto agli anni Novanta e alla prima decade del 2000. È peggiorata la situazione soprattutto per l’utilizzo spasmodico del Web, attraverso il quale si può facilmente trovare materiale ideologico propedeutico all’auto indottrinamento, senza andare in moschea, senza incontrare persone e restando nella propria stanza».
Che età ha mediamente un radicalizzato?
«Un radicalizzato jihadista ha mediamente 30 anni. Questa è la media italiana calcolata tramite carte giudiziarie su oltre 500 persone indagate/imputate per terrorismo jihadista o reati satellite. Questa media è comunque simile a quella che troviamo in altri Paesi europei ma anche negli Stati Uniti. C’è da dire che la tendenza vede un abbassamento dell’età, poiché arresti di minori e giovani adulti stanno aumentando, sia in Italia che altrove e sia nel mondo jihadista che del suprematismo».
Come avviene la radicalizzazione?
«Dipende. Non esiste uno specifico modo; viceversa esistono varie strade e gliene indico qualcuna: tramite il Web in solitaria, sotto l’influenza di familiari o amici già radicalizzati, in moschea o centro culturale, in una moschea-garage sotto l’influenza di un imam o pseudo imam, in prigione sotto l’influenza di un altro detenuto. In breve, le vie sono diverse, ma la destinazione è la medesima: abbracciare l’idea del jihad e i principi dell’estremismo islamico. Poi, tra questi che raggiungono la “destinazione” ci sono quelli che compiono atti violenti e terroristici. Aggiungo anche che le vie che portano alla radicalizzazione menzionate sopra sono tutte presenti in Italia e ci sono numerosi esempi che si possono fare per ciascuna via».
Di che profili parliamo? Simili a quello di El Koudri?
«Il profilo del radicalizzato tipico non esiste. Esiste però un modo per individuare delle caratteristiche che ritornano con costanza quando si analizza un profilo. Il profilo di El Koudri è senz’altro tipico della nostra epoca; infatti se negli anni Novanta e nella prima decade del 2000 i radicalizzati arrestati erano quasi tutti stranieri, con il tempo le seconde generazioni sono cresciute, così come sono cresciuti (ma restano una minoranza) i convertiti. Se consideriamo i dati del Monitoring jihadism project, su oltre 550 profili, il trend futuro è abbastanza chiaro: le seconde e poi le terze generazioni diverranno il problema principale. Il punto centrale da capire è che queste seconde e terze generazioni hanno (per la maggior parte) la cittadinanza italiana, quindi non possono essere espulsi. Ciò sarà un problema serio, visto che la misura dell’espulsione è al momento uno degli strumenti più importanti per contrastare l’estremismo islamico».
Come facciamo a distinguere tra un esaltato con «problemi psichici» e un jihadista convinto?
«Il punto, a mio avviso, è che non è del tutto corretto separare per forza la malattia mentale dal jihadismo. Questo perché l’uno non esclude l’altro; anzi, il malato mentale (dipende poi anche dalla tipologia di malattia) è ancora più vulnerabile e suscettibile a narrazioni jihadiste ed estremiste. Quindi, potenzialmente il malato mentale ha meno strumenti per difendersi dalla radicalizzazione. Tuttavia, se una persona compie un atto terroristico e allo stesso tempo è un malato mentale, non bisogna per forza escludere il terrorismo. I due mondi coincidono e, ripeto, l’uno non esclude matematicamente l’altro».
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