Centinaia di spose bambine in nome dell’islam
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Se importi l’Afghanistan, diventi l’Afghanistan. Lo hanno scoperto, con raccapriccio, gli abitanti del Baden-Württemberg, nel Sud Ovest della Germania. Da un’interrogazione parlamentare rivolta da Afd al governo locale, è emerso che, a partire dal 2012, nel Land sono state registrate centinaia di nozze tra adulti e minorenni.

La maggior parte dei matrimoni riguardava immigrati da Paesi musulmani: oltre alla terra dei talebani, anche il Pakistan, l’Iraq e la Siria. Su 358 unioni, soltanto di otto si sa per certo che sono state annullate. Le altre restano impresse nei registri pubblici, senza che sia stato aperto alcun procedimento legale per cassarle. E per trascinare in tribunale, aggiungeremmo, i responsabili di simili abusi.

Gli esempi sono raggelanti: una quattordicenne afgana data in sposa a un connazionale di 30 anni; una bambina irachena di 11 anni fatta unire a un diciassettenne, magari anche lui vittima delle combine che, in certe comunità, sono considerate ordinaria amministrazione.

A gennaio, l’imam di Brescia, non sapendo di essere ripreso da Fuori dal coro, lo dichiarò esplicitamente: «Nel nostro islam, dopo i 9 anni, una bambina diventa adulta e quindi si può sposare. Lo dice il Corano. Al primo ciclo mestruale», aggiunse, «la donna è adulta […] e si può sposare. È una tradizione. Con il matrimonio diventa di tua proprietà. Dio non ti dice che non puoi sposare delle bambine, il problema è che lo Stato ti blocca». In Germania, non sempre. E forse nemmeno in Italia.

Il fenomeno dei matrimoni islamici in Europa

Nel nostro Paese, di indagini approfondite sul fenomeno ne sono state condotte poche. Le femministe sono troppo impegnate a occuparsi di educazione sessuali degli alunni italiani, per andare a educare chi considera adulte le bimbe di 9 anni.

Durante una discussione in Senato, risalente al 2016, si parlò di «circa 2.000» ragazzine «che nascono e vivono nelle nostre città ma, già a partire dai cinque anni, si ritrovano oggetto di veri e propri contratti».

Quella cifra si riferiva a una vecchia ricerca del 2007. L’unico osservatorio che, in qualche modo, tiene traccia della piaga, è quello che si occupa in generale di matrimoni forzati in Emilia-Romagna. Nel suo ultimo rapporto, ha individuato una sola minore costretta a convolare a nozze in regione.

Ma basta spulciare un po’ le cronache, per intuire che la «tradizione» difesa dal leader maomettano di Brescia, probabilmente, è più diffusa rispetto a quanto si evinca dalle statistiche ufficiali.

A dicembre 2024, i dati della Questura svelarono che, nell’arco di un decennio, a Monfalcone si erano verificati due episodi. Di lì, la parola d’ordine: le spose bambine sono una rarità. Anna Maria Cisint, però, già allora notò che la vigilanza delle pubbliche autorità poteva essere elusa, se le nozze erano state contratte all’estero.

In Italia non avevano valore legale; le famiglie, tuttavia, vivevano come se i legami fossero validi. La recente invenzione del tribunale islamico di Padova getta un’ombra ancora più inquietante su certe pratiche abominevoli: un giorno, un adulto che ha preso per moglie una bimba, andrà a dirimere eventuali controversie davanti a una corte che applica la sharia?

Quando l’Islam trasforma il matrimonio in un’inferno

Di quando in quando, le violenze vengono scoperte e le forze dell’ordine soccorrono le malcapitate. Come a Lecce, nel 2022, dove a una donna fu tolta la potestà genitoriale perché voleva costringere la figlia, dodicenne, a sposarsi con il fratello del suo compagno pakistano e a indossare il velo.

Spaventoso il caso di Ferrara, dello scorso gennaio: una ragazzina di 14 anni era scappata scalza in strada, nonostante il gelo notturno, pur di sottrarsi alle botte del partner, un bosniaco più grande di undici anni, al quale la mamma l’aveva venduta. Ad agosto, a Morciano di Romagna, nel Riminese, era stato arrestato un cinquantatreenne, in seguito al tentato suicidio della figlia di 15 anni, costretta alle nozze combinate in Bangladesh. Un’interrogazione parlamentare, una commissione d’inchiesta o un osservatorio nazionale non guasterebbero.

Il fatto che lo scandalo del Baden-Württemberg sia emerso in seguito a un’indagine promossa da Alternative für Deutschland si presta a una considerazione politica. Ieri, in una lunga intervista pubblicata dal Corriere, l’ex cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha auspicato che in Germania resti in piedi il «muro tagliafuoco» eretto contro il partito di Alice Weidel, che l’esponente della Spd, caldeggiando l’ipotesi del suo scioglimento, ha praticamente accusato di voler instaurare una dittatura.

Oltre 300 spose bambine brutalizzate dai musulmani

Peccato che proprio chi sarebbe in predicato di «compromettere l’alternanza democratica» abbia contribuito a scoperchiare un obbrobrio nascosto per quasi quindici anni. Fosse stato per i sinceri democratici, nessuno avrebbe mai saputo nulla delle oltre 300 spose bambine brutalizzate dai musulmani.

Qualcuno vorrebbe convincerci che la colpa dell’orrore è del cambiamento climatico: lo si leggeva in un articolo di ieri di Le Parisien, che citava lo studio di una Ong, secondo cui le catastrofi ambientali, immiserendo ancora di più la popolazione del Terzo mondo, incentivano i genitori a smerciare le bambine. È plausibile. Ma tra i poveri ci sono quelli disposti a spingersi a tanto e quelli che, piuttosto, morirebbero di fame.

Il fattore culturale, ovvero, la religione islamica, è il terreno sul quale, con il contributo di altre disgrazie, proliferano i peggiori soprusi. L’imam di Brescia era stato chiaro, no? «Dio non ti dice che non puoi sposare delle bambine».

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