Persino il dolce di Natale si fa halal per esportare i panettoni nel Golfo
(iStock)

La notizia ha il sapore della frutta candita e la consistenza di un bilancio aziendale: la pasticceria Filippi di Zanè, eccellenza vicentina del lievitato, è la prima azienda italiana a fregiarsi del marchio «Halal Italia» per il suo panettone, dopo aver ottenuto l’omonima certificazione (che verifica che un prodotto rispetti le leggi islamiche).

Quattro varianti, dal classico al caramello salato – che già questo ci pare un sacrilegio – ufficialmente dichiarate conformi alla sharia. Niente alcol per idratare l’uvetta, niente soluzioni idroalcoliche per estrarre il profumo delle stecche di vaniglia e soprattutto addio a quella spruzzata di alcol che da sempre, nell’industria dolciaria, garantisce la conservazione. Tutto rigorosamente analcolico, tutto certificato per sbarcare nei ricchi mercati del Golfo Persico.

La certificazione halal come strategia commerciale

Va detto: dal punto di vista commerciale è un capolavoro. In un mondo in cui il Made in Italy deve colonizzare nuovi mercati per sopravvivere, trovare la chiave chimica per scardinare le severe dogane di Dubai o di Riad è una mossa da manuale d’affari.

Il problema, semmai, si pone quando si sposta lo sguardo dalla scheda tecnica del prodotto al suo valore culturale. Il panettone, infatti, è un simbolo gastronomico della tradizione cattolica e milanese, indissolubilmente legato alla ritualità del Natale, alla celebrazione della nascita di Cristo, all’intimità domestica delle feste comandate d’Occidente.

Vederlo oggi spogliato delle sue componenti tradizionali, e dunque della sua stessa identità culturale, pur di essere venduto a chi il Natale non sa nemmeno cosa sia. È una perfetta metafora della nostra epoca: quella della capitolazione del sacro di fronte all’altare del fatturato.

Dai semilavorati ai formaggi: la svolta halal

La corsa alla certificazione halal non si ferma alle colline vicentine. Giganti dei semilavorati come Irca Group hanno prontamente certificato i loro mix pronti per pandoro e panettone, mentre colossi degli aromi come Nactarome hanno riformulato le storiche essenze natalizie eliminando l’alcol.

Anche l’universo del gelato artigianale e dei semifreddi è stato costretto a «purificarsi». Così come le gelatine, nate dalla cotenna di maiale – tabù alimentare dell’islam – si sono convertite all’amido di mais e alla pectina. Per non parlare degli storici marchi emiliani e lombardi, cresciuti all’ombra di tradizioni secolari basate sul suino, che hanno architettato linee parallele dove prosciutti cotti, salami e mortadelle vengono prodotti da polli o bovini.

La mutazione genetica ha contagiato persino i templi della mozzarella di bufala campana Dop e del gorgonzola e, orrore, anche il vino. Cantine europee e italiane di nobile lignaggio investono milioni in tecnologie di de-alcolizzazione estrema. Tutto è convertito, insomma, anche se il panettone halal ci mancava. Del resto, le multinazionali del gusto non guardano in faccia a nessun dogma, se non a quello della crescita dei ricavi.

Il Natale tra globalizzazione e identità culturale

L’ironia di questa operazione è tagliente. Ci affanniamo a difendere i simboli cristiani e le tradizioni locali. Poi basta, si fa per dire, il miraggio di un mercato potenziale di due miliardi di consumatori musulmani per far sbiadire la memoria liturgica in un secondo. Il Natale viene svuotato, asciugato dall’alcol e reimpacchettato come un esotico «cake» d’importazione, privo di qualsiasi spigolo religioso che possa urtare la suscettibilità dell’acquirente.

In questo scenario, il consumatore occidentale assiste a una curiosa parabola: la globalizzazione, che un tempo prometteva di esportare il nostro stile di vita nel mondo, ha finito per fare il percorso inverso. Per rendere un nostro dolce «globale» lo abbiamo dovuto piegare alle regole confessionali di un’altra cultura. Così, l’antico panettone si ritrova a vivere una seconda giovinezza commerciale, ma al prezzo di una feroce mutilazione identitaria. E le aziende brindano, rigorosamente con spumante analcolico.

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