Il masochismo è stato travestito da virtù cristiana. Il masochismo, dal punto di vista religioso, è un pensiero deforme. Non è una virtù portata all’eccesso: è una virtù rovesciata, cioè un vizio, un peccato, una dipendenza. Il cristianesimo non ha mai insegnato ad amare il dolore.
Cristo nell’orto degli ulivi suda sangue e chiede al Padre di allontanare da lui quel calice. Non corre verso la croce con il sorriso di chi gode del supplizio: la accetta, perché attraverso di essa passa la salvezza di altri. Il sacrificio ha un fine che sta fuori dal dolore; il masochismo ha il proprio fine nel dolore stesso. Anche il martire non cerca la morte. Agostino combatté i circoncellioni, i fanatici che andavano incontro alla morte e scambiavano il suicidio per martirio. Il martirio non si provoca, si subisce. Chi va a cercarsi il carnefice non testimonia Cristo, testimonia solo il proprio squilibrio. Il masochismo è la condizione in cui il dolore, l’umiliazione, la sottomissione diventano fonte di piacere: una perversione nel senso letterale, un volgere al contrario.
Bessel van der Kolk, in Il corpo accusa il colpo, dedica un capitolo alla dipendenza dal trauma, al dolore del piacere e al piacere del dolore: chi è stato ferito a lungo può tornare a cercare la ferita, perché solo lì si sente vivo. Lo psicologo Richard Solomon aveva mostrato che ciò che all’inizio spaventa o fa male, ripetuto, può diventare eccitante. Il senso del piacere e del dolore si inverte, e nasce una dipendenza dall’umiliazione e da chi ci maltratta.
Il Vangelo, la legittima difesa e il dovere di proteggere
Non c’è ragione perché la teologia chiami santità questa deformazione. Il versetto più frainteso del Vangelo è quello dell’altra guancia. Ma Gesù stesso, schiaffeggiato da una guardia davanti al sommo sacerdote, non porge l’altra guancia. Risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Non si vendica, ma non tace: chiede ragione dell’ingiustizia. E lo stesso Gesù che predica la mitezza intreccia una frusta e caccia i mercanti dal tempio. Porgere l’altra guancia riguarda l’offesa fatta a me.
Nessuno ha il diritto di porgere la guancia degli altri, di consegnare all’aggressore la moglie, il figlio, la ragazzina che torna da scuola. Sant’Ambrogio, riprendendo Cicerone, scrive che chi potendo non respinge l’ingiuria fatta al compagno è colpevole quanto chi la commette. Il Catechismo, al numero 2265, afferma che la legittima difesa può essere un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri. Grave dovere: non semplice permesso. E Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, giustifica la legittima difesa. Amare il nemico significa volere il suo bene, e il bene di chi odia è essere fermato. Si può pregare per chi ci perseguita e intanto impedirgli di nuocere.
Chi ama il carnefice al posto della vittima non pratica la carità: la tradisce. La carità ha un ordine, e al primo posto ci sono quelli che ci sono stati affidati. Né l’ascesi è masochismo. Il digiuno e la penitenza, lo stesso cilicio sono una disciplina che rende l’uomo più forte e più libero; il masochismo lo rende passivo, dipendente dal suo aguzzino, incapace di distinguere chi lo ama da chi lo distrugge. Questo pensiero deforme non è un’astrazione. Basta leggere i giornali veneti di questi giorni.
A Padova nasce la Camera arbitrale islamica italiana
A Padova è nata la Camera arbitrale islamica italiana, costituita il 3 marzo 2026. Sul suo sito si presenta come la via «alla Giustizia islamica in Italia». Il suo organo si chiama Tribunale sciaraitico, cioè tribunale della sharia. Il regolamento stabilisce che, quando decide secondo diritto, «applica i precetti della sharia comuni alle nazioni islamiche», e che il diritto italiano vale soltanto per le questioni che la sharia non regola. Il fondatore, un avvocato padovano, assicura che le norme incompatibili con il nostro ordinamento non verranno applicate.
Niente lapidazione: questo ci rasserena, solo la solida rappresentazione della donna come minorenne cronica, e in tutti i casi l’ordine è rovesciato: prima la sharia, poi, dove essa tace, la legge italiana. Lui stesso porta un esempio: una decisione favorevole a una parte solo perché l’altra è una donna non potrebbe essere convalidata da un tribunale italiano. Il fatto che senta il bisogno di precisarlo dice già molto.
La Procura ha ricevuto un esposto, e il vicepremier Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia non possono esistere tribunali islamici né leggi parallele. A Rovigo, nello stesso momento, il vescovo Pierantonio Pavanello ha usato l’omelia per la festa di San Francesco per richiamare l’amministrazione comunale. Ha elencato i «lebbrosi di oggi»: gli stranieri, i poveri, i malati psichici, i giovani disagiati, i carcerati. I lebbrosi sono quindi individui che hanno alle spalle la potenza economica dei petrodollari, costruiscono moschee faraoniche, hanno scritto sul loro libro sacro il dovere di assassinarci e ogni tanto lo mettono in pratico con l’uso classico di lame e bastoni o con quello più moderno di esplosivo, armi da fuoco e auto.
E ha chiesto al Comune di nominare il Garante dei detenuti. Tra i due la ruggine era antica: la sindaca si era opposta alla trasformazione del vecchio monastero dei benedettini in un centro di accoglienza. Secondo la sindaca Valeria Cittadin, il vescovo l’ha definita in pubblico «sorda al richiamo della solidarietà», l’unica solidarietà che la Cei riconosce, quella con chi ci accoltella o anche solo considera giusto farlo, e lo ha fatto davanti ai fedeli, dieci giorni dopo una cena in cui non ne aveva fatto cenno.
Lei, che si dichiara cattolica e praticante, ha risposto: «Vorrei sentire dal pulpito la stessa determinazione non soltanto quando si parla di accoglienza, ma anche quando si tratta di difendere le nostre radici cristiane». Oserei chiedere anche uno straccio di menzione per i nostri fratelli martirizzati nelle terre dell’Islam reale. E ha concluso: il vescovo faccia il vescovo, il sindaco faccia il sindaco.
Il documento dei vescovi del Triveneto sull’immigrazione
Pochi giorni fa le delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto hanno presentato, con l’approvazione dei vescovi del Nordest, un documento sul fenomeno migratorio.
Invita a superare paure e pregiudizi, a «disarmare» il linguaggio, a evitare che lo straniero venga trasformato in una minaccia, a costruire percorsi di integrazione, a passare da una cultura dell’indifferenza alla «convivialità delle differenze». Ricorda che le diocesi accolgono almeno 2.600 persone in circa 280 immobili. Nelle sintesi diffuse non c’è una parola sulla sicurezza, sulla legalità, sui doveri di chi arriva, non una sillaba sull’atroce violenza del Corano.
Nessuna distinzione tra chi viene a lavorare e chi viene con l’odio, tra il forestiero che accetta le nostre leggi e chi vuole sostituirle con le proprie. Nessuna parola sulla sharia, che a pochi chilometri ha appena aperto uno sportello e che in diversi paesi islamici prevede ancora la lapidazione.
Misericordia, sicurezza e difesa delle radici cristiane
Quella lapidazione che Cristo fermò quando disse agli accusatori della donna adultera: chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Tre notizie, un solo schema. Il vescovo rimprovera dal pulpito la sindaca che difende i propri cittadini, non chi apre un tribunale della sharia. Il documento della Chiesa chiede di disarmare il nostro linguaggio, non di disarmare chi ci odia. Lo stesso schema del parroco che celebra messa con una casula nei colori della bandiera palestinese e non ricorda mai i bambini ebrei uccisi.
È la caricatura della misericordia: un masochismo travestito da virtù, un disprezzo malamente camuffato per ebrei e cristiani, vittime del terrorismo islamico, spacciato per solidarietà, un’indifferenza ogni giorno più totale per il martirio dei cristiani sotto l’Islam. La misericordia vera è una virtù dei forti. Può perdonare solo chi potrebbe punire. La resa del debole non è perdono, è sconfitta, e la pagano sempre gli altri: i più poveri, quelli che non possono chiudersi in una villa sorvegliata o in una curia. Quando la Chiesa sapeva distinguere il bene dal male, pregava per i turchi e intanto armava la flotta. Il 7 ottobre 1571, a Lepanto, la Lega Santa voluta da Pio V vinse, e il Papa attribuì la vittoria alla Madonna del Rosario. Non c’era contraddizione tra il rosario e i cannoni.
San Tommaso distingueva lo straniero pacifico da quello ostile. Era prudenza, la prima delle virtù cardinali. Oggi quella distinzione è considerata un peccato. Il cristianesimo è una religione di uomini liberi, non di vittime che chiedono di essere colpite ancora. Riscoprirlo significa tornare a dire una cosa semplice: il male va chiamato male, e va fermato. Tutto il resto è un pensiero deforme. Il compito dei vescovi, che sono diretti discendenti degli Apostoli è attuare l’ordine di Cristo dato agli Apostoli di evangelizzare. Dei Vescovi che non portano Cristo, che non evangelizzano, che non battezzano, che riservano un’indifferenza totale ai veri lebbrosi della terra i cristiani in terra islamica, sono ancora degli del titolo di Vescovo?
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