«Ci sono i soldi del Qatar e dell’Ucooi, è ora di costruire la moschea». A Bergamo, nel cuore del cattolicesimo lombardo d’ispirazione manzoniana, l’islam avanza a passo sicuro. A pochi giorni dalla polemica sulla Camera arbitrale di Padova con elementi di sharia; a pochi mesi dallo scontro politico di Venezia per la realizzazione a Mestre di uno dei centri islamici più grandi d’Italia (su un’area di 8.000 metri quadrati) stoppato dalla giunta di centrodestra, arriva una nuova mossa sulla scacchiera italiana.
Il mondo musulmano fa della secolare pazienza un’arma: lascia che le dispute di plachino, che le intemerate della politica perdano mordente, e riparte avanzando un centimetro alla volta per allungare l’ombra del minareto sul campanile.
Nessuna intenzione di strumentalizzare, è un dato di fatto. La richiesta è dell’imam orobico Mohamed Saleh, egiziano, storico rappresentante religioso della città, che in un’intervista all’edizione locale del Corriere della Sera chiede di poter acquistare un’area edificabile consona alle nuove esigenze numeriche di una comunità di 62.000 persone in provincia (6.500 a Bergamo) perché l’attuale spazio di via Cenisio scoppia.
Il precedente tentativo di costruire una moschea a Bergamo
Ci aveva provato una decina di anni fa il suo predecessore, il cardiologo giordano Imad El Joulani, con scarsa fortuna: con parte di una donazione di cinque milioni arrivata dalla Qatar Charity Foundation aveva acquistato un capannone (costo 2,7 milioni) con la sua società senza coinvolgere il Centro culturale di riferimento e scatenando forti tensioni nella comunità islamica.
Tutto bloccato, tutto finito sotto sequestro con l’accusa di truffa: El Joulani fu assolto in primo grado per insufficienza di prove ma in appello è stato condannato a restituire alla fondazione qatarina il denaro del progetto. L’area è andata all’asta.
Ora Saleh torna a bussare alla città: «La vicenda ci ha colpiti nell’immagine. Dei cinque milioni che aveva dato la Qatar Foundation, dopo le spese e l’asta rimangono circa 3,5 milioni, li ha l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane – ndr). E c’è l’accordo che debbano essere utilizzati per il progetto di Bergamo».
Cosa c’è dietro alla costruzione
Le motivazioni sono comuni al resto d’Italia: il centro di via Cenisio (dove i musulmani pregano da 25 anni) è diventato piccolo, i soldi ci sono, il potere della comunità è aumentato, la politica cittadina faccia il suo dovere. Tanto più che il Comune ha individuato quattro aree nel Pgt dove realizzare la moschea.
«Per costruirla servono due presupposti: il fattore economico e la volontà politica», sottolinea l’iman. E secondo lui ci sono entrambi. «Il centrosinistra non ci ha mai fatto sconti ma non ci ha mai messo i bastoni tra le ruote. Il centrodestra non è mai stato a favore del centro di via Cenisio, ma è sempre stato leale con noi. Il dialogo è fondamentale».
Da oltre un decennio l’amministrazione è a trazione Pd (doppio Giorgio Gori ed Elena Carnevali) e le concessioni sono da ritenersi automatiche per afflato multiculturale. A Bergamo è necessario anche il dialogo con la diocesi, una delle più importanti l’Italia e da tempo marcatamente progressista, quindi favorevole al grande abbraccio fra religioni. Quello che il sociologo e saggista Gad Saad definirebbe un esempio plastico di «empatia suicida» nel cuore dell’Occidente cristiano in declino d’identità.
La narrazione islamica della moschea di Bergamo
Passo dopo passo, in silenzio, verso l’obiettivo. Nell’intervista al Corriere della Sera, Mohamed Saleh lascia intuire che la moschea sarebbe pure la soluzione di un problema. «Il centro non riesce ad accogliere tutti, disturbiamo il vicinato. Spesso il venerdì arrivano anche i vigili a farci le multe. Durante il ramadan sarebbe impossibile stare qui: dal 2016 ci spostiamo sul piazzale del Centro Galassia spendendo più di 20.000 euro all’anno per la tensostruttura».
Alla polemica risponde con la gentilezza, alla dichiarazione spot dei politici preoccupati per l’avanzata dell’islam risponde lavorando sottotraccia. La strategia è sottile e concreta, il piede nella porta ormai è infilato.
Il tentativo di islamizzare l’Italia
L’imam è anche in vena di concessioni, ammette che gli immigrati di ultima generazione non hanno più lo spirito di sacrificio dei padri. «Ultimamente vedo immigrati di qualità scadente, menefreghisti in giro per la città. In genere chi emigra lo fa per migliorare la propria posizione, invece vedo giovanissimi che non lottano per questa cosa. Non so perché siano così strafottenti, è un’amarezza».
Boccia i maranza ma parlando del ruolo della donna gli slitta la frizione. La minoranza femminile nel centro per lui non è un problema. «Le donne non sono obbligate a pregare in moschea. Loro frequentano poco perché hanno mille altri compiti: la casa, i bambini. La donna è conciliante e il mondo va avanti così. Non credo che dietro questa cosa ci siano i mariti».
Ci sarebbe da approfondire ma la priorità è un’altra. A Bergamo c’è da anni la scuola di arabo, c’è il cimitero islamico al quale il Comune ha raddoppiato gli spazi, manca solo la moschea con i soldi in sonno del Qatar e dell’Ucooi. Il secondo tentativo potrebbe essere quello giusto. «Servono tre o quattro anni per i lavori, noi siamo pronti», chiosa l’imam gentile. «Dopo 25 anni il vecchio centro ha consumato il suo obiettivo». Centimetro dopo centimetro verso l’islamizzazione soft. Adesso l’obiettivo è un altro.
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