Ogni sabato alle 15, nelle piazze di otto città italiane. È questo il piano del «Movimento 17 ottobre», un gruppo nato sui social che ha annunciato una «mobilitazione permanente» con un unico obiettivo dichiarato: «La caduta di questo governo ladro».
Gli appuntamenti sono fissati a Milano (piazza del Duomo), Bologna (piazza Nettuno), Torino (piazza Castello), Roma (Circo Massimo), Firenze (piazza Santa Maria Novella), Padova (piazza Mazzini), Bari (piazza Umberto I) e Genova (piazza De Ferrari). Il coordinamento passa per un canale Telegram, dove i gestori invitano a «fare girare al massimo» il gruppo e promettono di dividerlo per città una volta raggiunto un numero sufficiente di iscritti.
Il linguaggio dei «ragazzini del disordine»
La pagina Instagram del movimento, di recente costituzione, sembra non lasciare spazio a interpretazioni: «Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri». In un post, i gestori aggiungono: «I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo». E ancora: «Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide».
Tra i contenuti pubblicati online figura un video in cui alcuni ragazzi che avevano saccheggiato negozi nel centro di Milano consegnano parte della merce sottratta a un senzatetto. Il gesto viene descritto come «esproprio proletario», formula che richiama una pratica di matrice extraparlamentare degli anni Settanta, quando gruppi di sinistra razziavano supermercati ridistribuendo poi il bottino tra i più poveri. Un richiamo ideologico preciso.
Il fenomeno intercetta una frustrazione diffusa, in particolare tra le generazioni più giovani, strette tra precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa e senso di esclusione dalle decisioni politiche. Tuttavia, il confine tra protesta e illegalità resta una questione più che aperta: rivendicare azioni come il saccheggio, anche se rielaborate apparentemente, in alcuni casi, in chiave solidaristica, espone (più che giustamente) il movimento a conseguenze legali e alimenta il dibattito su cosa significhi oggi «fare politica in piazza». Un conto sono le proteste pacifiche, un altro è mettere a ferro e fuoco delle città e creare danni per milioni di euro a cittadini e negozianti.
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