I giudici fanno il pieno: 100.000 euro a testa
(Ansa)

Mentre il ministro Giancarlo Giorgetti si scervella e si scapicolla per cercare di mettere un po’ di soldi in tasca alle famiglie e mettere un po’ al riparo le aziende dal caro energia, o almeno non toglierli da quelle tasche, gli 11.000 magistrati italiani, come ci ha informato il collega Gianni Trovati dalle pagine del Sole 24 Ore di ieri, porteranno a casa il prossimo anno, in media, 100.000 euro nelle loro buste paga.

Questa cifra è il risultato di una semplice somma: 70.000 euro a testa per gli arretrati «una tantum», più 20.000 euro l’anno – sempre a testa – di retribuzione. So che il Csm sta preparando una smentita dicendo che l’aumento sarà molto meno, ma io mi fido tendenzialmente più dei conti del Sole 24 Ore e, comunque, lo vedremo a gennaio sui documenti ufficiali del Mef. L’operazione, comunque, ci costa 1 miliardo.

Aumenti dei magistrati, un miliardo dal fondo sentenze

Da dove vengono questi soldi? Da un fondo che si chiama «fondo sentenze», che ammonta a 1,9 miliardi e che l’anno scorso andò in larga parte a Tim, legittimamente, avendo vinto un lungo contenzioso con lo Stato per questioni fiscali, risalenti addirittura agli anni Novanta. Quest’anno il fondo sentenze va a chi le sentenze le emette: sembrerebbe una partita di giro, se non fosse una presa in giro.

Stipendi pubblici, perché ai magistrati sì e agli altri no?

Da dove viene fuori tutta questa storia? Dalla contestazione dei parametri Istat che ogni tre anni, in relazione agli aumenti elargiti a favore del pubblico impiego, i dipendenti pubblici, rivedeva anche gli aumenti delle cosiddette categorie non contrattualizzate come, ad esempio, i magistrati che rinnovano il contratto ogni tre anni, così come i professori universitari e gli appartenenti al comparto della Difesa, i militari. Tant’è vero che non hanno perso tempo ricercatori e professori, cominciando a mettere in pista un bel ricorso collettivo, domandandosi: perché ai magistrati sì e a noi no?

Domanda legittima, per carità, però ci sarebbe da fare anche un’altra domanda: perché da 25 anni i salari sono fermi al palo per milioni di lavoratori: perché loro sono fermi e i dipendenti pubblici no? Non vi aspettate una risposta, non ve la darà nessuno, tantomeno il sindacato, considerando che la Cgil l’anno scorso, pur facendo la battaglia per il salario minimo, ha firmato dei contratti per le guardie giurate a 4,5 euro all’ora, scendendo in piazza e chiedendo minimi almeno per 9 euro all’ora.

E tutti zitti, a partire dall’ineffabile (nel senso di incomprensibile) comportamento dell’intoccabile Maurizio Landini, segretario dello stesso sindacato. Che brutto mestiere, quello di un ministro dell’Economia che si trova a dover pagare i debiti contratti da altri, come ad esempio quelli del Superbonus, certificati dalla Corte dei Conti, non da lui stesso o dalla Meloni.

Caro energia e Irpef, il peso degli aumenti sui contribuenti

Chi glielo spiega questo aumento così sostanzioso a una categoria di dipendenti pubblici a coloro che si aspetterebbero un’altrettanto sostanziosa diminuzione delle aliquote Irpef, un’altrettanto sostanziosa iniezione di soldi per far fronte alle bollette, una tassazione delle tredicesime? Qual è la ragione per la quale questi signori dovrebbero accettare e ingoiare questa ingiustizia così palese, così evidente, così umiliante, così sfacciatamente ingiusta? Si tratta di decine di milioni di italiani, a fronte di 11.000 magistrati.

Arretrati 2018-2023, il conto che ricade sul governo

Questo incremento varrà per il triennio 2018/2020 ma anche per quello 2021/2023. Notare bene che quei soldi del famigerato «fondo sentenze» non sono da nessuna parte, quindi toccherà trovarli al governo in carica. Altro debito che Giorgetti dovrà pagare, senza averlo contratto. Un po’ come quando i figli scavezzacollo fanno i debiti, tanto poi c’è babbo che paga.

Solo che in questo caso, babbo è fatto da tanti babbini che siamo tutti noi contribuenti e che ci dobbiamo arrendere perché l’Avvocatura dello Stato non ha dato ragione allo Stato, ma ha messo un «giudizio di ottemperanza» nei confronti dello Stato stesso, dando ragione alle sentenze prima del Tar e poi del Consiglio di Stato. «E io pago», come diceva il noto scienziato delle finanze Totò.

Ci sarà da ridere quando i ricercatori, i professori universitari, insieme ai militari, vinceranno anche loro il ricorso collettivo che stanno preparando. Finirà nelle mani dell’Avvocatura dello Stato i cui membri, sia detto per inciso, beneficeranno anche loro degli aumenti. Ci ricorda quel caso in cui la Corte costituzionale si pronunciò su un aumento delle pensioni che riguardava, guardacaso, anche i membri ed ex membri della Corte costituzionale stessa. Lo stesso successe per la Suprema corte di Cassazione.

La «Cucumber economic theory»: chi paga sempre in Italia

Mi sono ormai deciso a dare vita a una scuola del pensiero economico che chiamerò «Cucumber economic theory» (Teoria economica del cetriolo). La scelta del nome inglese dipende dal fatto che quanto accade in Italia, accade anche in altri Paesi tipo la Francia e la Spagna, che hanno le piazze infuocate da proteste contro governi di centrosinistra per le stesse questioni per le quali si arrovella il ministro Giorgetti e tutto il governo Meloni.

Secondo tale teoria, questo cetriolo vaga continuamente nell’ambito del meccanismo di scambio produttivo tra famiglie e imprese, vaga, vaga, sorvola, vola, si libra in cielo, poi scende basso basso e finisce sempre nei soliti luoghi, negli stessi anfratti, posti generalmente nella parte posteriore dei soggetti fisici o giuridici interessati. Sempre secondo tale teoria ci sono viceversa anfratti a tenuta stagna che non vengono mai neanche sfiorati. Questa è una breve sintesi di una lunga teoria, molto articolata, ma che in sostanza è riassumibile nel seguente adagio: il cetriolo e la predestinazione dei soliti noti a riceverlo senza neanche metodi garbati. Diremmo urbani.

«Ne bis in idem», la polemica sugli aumenti e i privilegi

C’è un principio giuridico che in latino recita così: ne bis in idem. Vuol dire che uno stesso soggetto non può essere giudicato e punito due volte per la stessa causa. Evidentemente, nel caso della Teoria del cetriolo, non vale neanche questo principio giuridico della civiltà latina. «Non due volte per la medesima cosa» non vale. Tante volte per la medesima cosa e per gli stessi soggetti. Fine pena mai.

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