Sede della Corte penale internazionale all’Aia, nei Paesi Bassi
La sede della Corte penale internazionale all’Aia (iStock)

Come abbiamo potuto vedere, la decisione di insignire del Premio Nobel per la Pace la giurista sudafricana Navi Pillay è suonata come un messaggio netto del Comitato di Oslo verso chi le istituzioni rappresentative del diritto internazionale, a partire dalla Corte penale internazionale (Cpi). Un segnale che Donald Trump ha recepito immediatamente, cogliendo l’occasione per scagliare strali contro la decisione e preannunciare pesanti sanzioni nei confronti della Corte dell’Aia.

In questo scenario, va sottolineata la presa di posizione del governo italiano, che ha ribadito la propria piena fiducia nell’istituzione internazionale.

Il rischio di paralizzare la Corte penale internazionale

Tuttavia, le mosse americane non vanno sottovalutate per le conseguenze che potrebbero innescare. Per spezzare quel filo, cosa che hanno iniziato a fare, bastano pochi tratti di penna del segretario di Stato Marco Rubio e dello stesso presidente Trump: un decreto esecutivo di sanzioni vieterebbe a qualsiasi azienda statunitense di fare affari con la Corte. Le banche non potrebbero più versare gli stipendi al personale e le multinazionali tech interromperebbero la fornitura di software e servizi cloud. Risultato? Un’istituzione sostenuta da 125 Paesi (ma non da Stati Uniti, Russia, Cina o Israele) verrebbe istantaneamente paralizzata.

Questa delicata partita politica richiede serietà e un pragmatico approccio diplomatico. Spetta ai governi europei e alla Commissione europea muoversi nelle sedi opportune per disinnescare la crisi. Ed è proprio per questa ragione che lascia perplessi ed è da considerare sbagliata la mossa del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo di candidare la Corte penale internazionale al Premio Sakharov. Un’iniziativa che rischia di rivelarsi un errore sotto diversi profili.

Il Sakharov non è un premio per le istituzioni

Intendiamoci: non è in discussione la necessità di tutelare l’indipendenza della Cpi e garantire che giudici e procuratori lavorino al riparo da pressioni, intimidazioni o ingerenze politiche. Il punto non è se difendere l’istituzione, ma come farlo. E sotto questo aspetto, la scelta dei Socialisti individua lo strumento sbagliato.

Dal punto di vista formale la candidatura è del tutto legittima: il Premio Sakharov non è riservato esclusivamente ai singoli individui, ma può essere assegnato a gruppi e organizzazioni, inclusi quelli impegnati nel rispetto del diritto internazionale. Tuttavia, la legittimità procedurale non esaurisce il peso politico e simbolico di un riconoscimento. Proporre la Cpi tramite un gruppo politico rischia di innescare uno scontro ideologico poco utile alla causa della diplomazia, trasformando una battaglia istituzionale in una mera questione di bandierine. Anche se altri gruppi prenderanno in considerazione tale proposta, rimane sempre una scelta sbagliata.

C’è poi un aspetto di merito fondamentale. Il Premio Sakharov porta il nome di un celebre dissidente ed è diventato negli anni un faro puntato su chi sfida il potere a viso aperto, privo di qualsiasi scudo istituzionale: dissidenti, prigionieri politici, giornalisti perseguitati, attivisti e difensori dei diritti umani. Donne e uomini che spesso rischiano il carcere, l’esilio o la vita stessa per un articolo, una manifestazione o per aver espresso liberamente un’idea. È questa specifica funzione che conferisce al Sakharov un valore unico, ben diverso da un generico attestato di stima a favore dei diritti umani.

I dissidenti hanno bisogno di quel riconoscimento

I giudici dell’Aia subiscono attacchi, minacce e tentativi di delegittimazione, ma non sono senza voce. Rappresentano un’istituzione internazionale riconosciuta; dietro di loro ci sono gli Stati parte dello Statuto di Roma, diplomazie, governi e la stessa Unione europea, dotati di strumenti politici e giuridici per far valere le proprie ragioni. Un dissidente rinchiuso in un carcere di regime o un attivista sconosciuto non hanno nulla di tutto questo. Per loro, la visibilità garantita dal Premio Sakharov può fare la differenza tra la vita e il silenzio.

Non si tratta di stilare una classifica della sofferenza né di minimizzare le intimidazioni rivolte alla giurisdizione internazionale. Si tratta, più semplicemente, di non sovrapporre piani distinti. Se la Corte penale internazionale è vulnerabile alle pressioni delle superpotenze, la politica affronti il problema garantendo le adeguate protezioni. Se le sanzioni minacciano il suo funzionamento, l’Europa crei scudi normativi ed efficaci contromisure economiche. E se la giustizia internazionale mostra limiti strutturali, si apra finalmente un dibattito serio per riformarla.

Candidare la Cpi al Sakharov rischia invece di svilire un problema sistemico in un puro gesto simbolico, sottraendo spazio e attenzione a chi di quella luce ha un bisogno disperato e urgente. Un giudice della Corte penale internazionale dispone di uno status, di un’istituzione e di canali attraverso cui far sentire la propria voce. Da qualche parte nel mondo c’è invece un giornalista che continua a denunciare sapendo che potrebbe essere arrestato, o un’attivista che scende in piazza consapevole di non poter tornare a casa. È a loro che il Premio Sakharov deve continuare a dare voce.

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