Non è ancora detta la parola fine per l’ex Ilva di Taranto nonostante il pronunciamento secco della Corte d’Appello di Milano che ha ribadito la necessità di fermare l’area a caldo, ponendo la priorità della tutela della salute rispetto alla produzione. Il procuratore generale della Cassazione ha depositato il parere in vista dell’udienza della Suprema Corte a Sezioni Unite che si terrà il prossimo 20 ottobre.
Area a caldo, la Corte d’Appello aveva ordinato la fermata: ora decide la Cassazione
Il pronunciamento, che non è vincolante ai fini della decisione che prenderà la Corte, chiede, secondo fonti legali interpellate dal’Agi, l’accoglimento di alcuni punti sollevati dai ricorsi straordinari presentati ad agosto da Ilva ed Acciaierie d’Italia contro il decreto del 27 luglio della Corte d’Appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo e propone invece il rigetto di altri.
In sostanza riapre i giochi mentre il governo si appresta a presentare nel Consiglio dei ministri del 13 ottobre un decreto legge per la tutela dei lavoratori, compresi quelli dell’indotto e domani incontrerà i sindacati. Il decreto è già pronto da tempo ma è stato congelato in attesa delle decisioni della magistratura.
Torniamo al parere del procuratore generale della Corte. Si è pronunciato innanzitutto sul difetto di giurisdizione sollevato dalle due società. Secondo il pg, la competenza del giudice civile ad esprimersi sulla vicenda sussiste (sinora lo ha fatto la Corte d’Appello civile di Milano, sezione imprese) e quindi non è un caso di competenza solo del giudice amministrativo.
Inoltre, il procuratore generale osserva che il discorso dell’amianto ancora presente in fabbrica non è fondato. La Corte d’Appello di Milano aveva richiamato la priorità della tutela della salute rispetto alla produzione, sostenendo che l’ex Ilva impattasse sulla salute e sull’ambiente sia attraverso le emissioni di polveri sottili sia per la presenza di amianto negli altiforni, negli impianti utilizzati per preriscaldare l’aria.
Amianto nei cowpers, il pg contesta il pericolo: da rivalutare le prove
Il pg osserva che siccome l’amianto è collocato nei cowpers, non sussisterebbe il pericolo di dispersione delle fibre. Viene quindi proposta alla Suprema Corte una rivalutazione del materiale probatorio relativo a questo aspetto. Nel parere non vi sarebbe invece una specifica pronuncia sulla questione relativa alle emissioni.
Il pg osserva che la sospensione rappresenta la chiusura definitiva. «La natura decisoria e definitiva del provvedimento emerge con evidenza. La Corte d’appello ha ordinato la sospensione dell’attività dell’area a caldo entro novanta giorni, rimettendone la ripresa all’iniziativa di gestori e proprietaria quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto e ricondotto le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza», scrive nel parere.
E aggiunge: «La misura non reca alcun termine finale, ne’ verifiche in tempi predeterminati, indice della sua natura non provvisoria. Soprattutto, come dedotto da tutti i ricorrenti, gli altiforni sono impianti a ciclo continuo che, una volta spenti, non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento.
Lo spegnimento comporta la perdita del rivestimento refrattario e la ricostruzione degli impianti, stimata da AdI e AdIH in 12-24 mesi per ciascun altoforno. La sospensione si traduce così nella chiusura definitiva dell’area a caldo, e tanto l’avveramento della condizione di ripresa quanto l’eventuale revoca per fatti sopravvenuti, interverrebbero quando gli effetti dello spegnimento si sono ormai irrimediabilmente prodotti».
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