Era il maggio del 1994 e Silvio Berlusconi, appena incaricato di formare il nuovo governo propose ad Antonio Di Pietro, all’epoca pm di punta del pool di Mani pulite, la poltrona securitaria per eccellenza, il ministero dell’Interno. Di Pietro rifiutò, c’era da continuare il lavoro in Procura, ma per molti sarebbe stato l’uomo giusto al momento giusto.
Non avremo mai la controprova, allora come oggi l’Italia vive momenti turbolenti. All’epoca c’erano Tangentopoli, un debito pubblico schizzato alle stelle e la mafia, oggi i primi segnali di una rivolta di piazza davvero insidiosa, un debito pubblico che è cresciuto ancora e una situazione geopolitica esplosiva. Ci riproviamo 32 anni dopo.
Arresto in flagranza differita anche ai minorenni, l’introduzione del reato di «partecipazione violenta a una manifestazione pubblica», genitori responsabili dei risarcimenti? Di Pietro, di fronte alle violenze di maranza & C. se fosse stato al Viminale avrebbe «spinto» gli stessi provvedimenti del governo Meloni? Pugno duro?
«In Francia, Italia e Spagna sta venendo fuori una realtà giovanile in età adolescenziale che approfitta di un diritto riconosciuto dalla Costituzione, quello di manifestare, per fare atti di violenza e commettere reati. Di fronte a questi tipi di comportamenti noi non possiamo sempre rispondere con il solito distinguo “sì, ma però”. Lo Stato ha il diritto ed anzi l’obbligo usare anche il pugno duro “senza se e senza ma”».
Anche arrestando in flagranza ragazzi di 14 anni?
«I ragazzi da 14 a 18 anni, anche se non ancora formalmente maggiorenni, oggi non sono più degli ingenui. Grazie ai social conoscono come funziona il mondo intorno a loro come e più di noi. Hanno mille strumenti per capire l’illegalità dei loro comportamenti e conseguentemente devono assumersi le loro responsabilità.
Se spaccano una vetrina e rubano dei capi d’abbigliamento sono consapevoli di commettere un reato e lo Stato fa benissimo a intervenire per processarli e, se colpevoli, punirli anche mandandoli in po’ in carcere. Non ho difficoltà a dire che gli arresti di coloro che sono stati presi in flagranza di tali reati».
E i genitori quanto c’azzeccano?
«Tanto, perché li avrebbero dovuti educare a rispettare i diritti e i beni degli altri. Quindi trovo corretto che siano loro a risarcire per i danni. Chi rompe paga e, nel caso dei minorenni, è giusto che papà e mamma paghino per i danni provocati dai loro figli quando spaccano le teste dei poliziotti o le vetrine».
La sinistra?
«Quale sinistra? Ce ne sono tante e ognuna la pensa a modo suo a seconda dall’altra e a seconda dell’aria che tira. Però una cosa gliela voglio dire in modo netto e chiaro: non è che, siccome molti giovani vivono un reale disagio sociale questo vuol dire che quando commettano dei reati dobbiamo far finta di nulla.
Certo che è sacrosanto manifestare, però intanto i reati vanno puniti altrimenti chi li commette reati si sentirà sempre più ringalluzzito».
Con gli arresti?
«Smettiamola con i continui giustificazionismi intellettualoidi secondo cui la colpa è sempre della società che non capisce i bisogni delle nuove generazioni. I giovani devono capire che non hanno solo diritti ma anche doveri e quindi, invece di divertirsi a mettere a ferro e fuoco le città, si rimbocchino le maniche e cerchino anche loro, come abbiamo fatto noi ai nostri tempi, di costruirsi un futuro anche con le loro forze e non solo aspettando la solita mancia dallo Stato. Di fronte a comportamenti violenti, la punizione ha un effetto deterrente e pedagogico».
C’è chi però invita gli altri a comportarsi seguendo il principio dello Stato «mi deve».
«È giusto che ogni giovane aspiri a realizzarsi il più possibile, avere un lavoro, una casa, successi ed è anche doveroso che le istituzioni lo aiutino ma non è giusto che tutto gli debba essere offerto su un piatto d’argento, come se fosse un diritto assoluto a prescindere dall’impegno e soprattutto ai danni degli altri che non hanno colpa. Purtroppo, molti ragazzi si lasciano traviare da cattivi maestri che li illudono facendo loro credere che desideri e diritti siano la stessa cosa».
Mi fa qualche nome?
«I nomi sono tanti e facilmente intuibili, ma non ne faccio nessuno. Anzi, uno lo faccio. Mi riferisco all’europarlamentare Ilaria Salis, secondo la quale la colpa dei disordini di piazza sarebbe da ascrivere alla polizia e non a chi ha commesso violenze e saccheggi.
E, poi, ci sono tipi come quel giornalista fermato ieri, tale Yussef Siher, che nei canali social legittimava le devastazioni sostenendo che sono una conseguenza della mala gestione delle istituzioni».
Si parla tanto di mano straniera, russi che spuntano ovunque.
«Non ci credo. Dietro tutto questo io ci vedo certamente giovani e meno giovani che scendono in piazza per far valere le loro legittime rivendicazioni ma anche, spesso, solo dei giovinastri che si dilettano in un nuovo gioco criminale: sfasciare i centri abitati e scontrarsi con le forze di polizia per puro divertimento, anzi per puro godimento personale come se stessero giocando ad una play station dal vivo».
Passiamo ad un tema diverso ma attiguo: la protesta dei tir. Centinaia di autotrasportatori che bloccano la distribuzione di carburante e merci nel Paese per protestare contro i rincari alla pompa e il carovita in generale. Che succede?
«Non è un tema attiguo. È tutto un altro tema ed è una questione che va affrontata con urgenza perché i tir sono il motore dell’economia italiana. Mi pare, però, che il governo, questa volta è intervenuto tempestivamente e di questo gli va dato atto, sperando che duri».
La crisi ha investito i campi, gli agricoltori. Lei produce ancora vino e olio?
«Non personalmente. Ho dei terreni agricoli che ho dato in affitto a un vicino agricoltore. Posso però portarle la testimonianza di una crisi economica profonda del settore. Le faccio un esempio che vale più di mille numeri».
Mi dica.
«Il mio vicino, la persona che sta gestendo i miei terreni quest’anno non ha raccolto neanche un chilo di uva su quasi due ettari di terreno a vigneto a causa della perdurante siccità e ha ora difficoltà a raccogliere le olive perché ci rimette economicamente: lo scorso anno vendeva le olive a 105 euro al quintale, quest’anno siamo arrivati a 48 euro. E non è un caso isolato».
Ma di chi è la colpa?
«Le cause sono tante, ma uno dei colpevoli principali è l’Europa. I burocrati che stanno dietro a una scrivania a Bruxelles e che probabilmente non hanno mai messo piede in un campo agricolo stabiliscono restrizioni e modalità nell’uso dei terreni uguali per tutti, ma non tutti i Paesi hanno la stessa conformazione e rispettano le regole allo stesso modo.
Oggi le multinazionali che possono permettersi di investire in macchinari e innovazione fanno profitti sproporzionati e dettano il prezzo come meglio conviene loro mentre i piccoli agricoltori fanno la fame. Mio padre con gli stessi terreni che mi ha lasciato in eredità ci ha cresciuto tre figli, oggi i contadini devono fare anche un secondo mestiere».
La riporto in tribunale. C’è crisi. La Meloni ha fatto bene a non firmare il dpcm sugli aumenti ai magistrati da 1 miliardo.
«Si tratta di arretrati e non di aumenti e quindi è un loro diritto. Certo, si possono trovare tempistiche frazionate per pagare gli arretrati se non si hanno le risorse in cassa, ma non si possono azzerare i diritti. Infatti, a quanto ho capito, è stata la presidente del Consiglio a rimodulare la sua posizione».
E del caso Report che idea si è fatto? Alla fine lei dice sempre che la sua vita politica è finita a causa di un servizio del 2012 (epoca Gabanelli) sui rimborsi elettorali e i fondi dell’Italia dei Valori, il suo partito. Tra le altre cose si diceva che Di Pietro fosse proprietario di circa 50 unità immobiliari.
«Coloro che hanno sostenuto tali calunnie e diffamazioni sono stati già condannati dall’autorità giudiziaria in via definitiva plurime volte per le loro sconsiderate accuse. Non mi riferisco alla dottoressa Gabanelli che ha fatto solo il suo mestiere di giornalista raccogliendo affermazioni di persone all’epoca a me vicine e per questo apparentemente credibili.
D’altronde, all’epoca io ero un personaggio mediaticamente esposto ed era giusto mettermi sotto i riflettori. Sta di fatto che la stessa autorità giudiziaria che ha condannato chi mi ha diffamato – dopo aver indagato a 360 gradi anche sulla mia persona – mi ha sempre prosciolto con la formula più piena: il fatto non sussiste!
Aggiungo che due di quelle persone che inizialmente mi avevano accusato (Elio Veltri e Giulietto Chiesa), dopo essere stati condannati più volte a pagarmi le spese processuali per le sconsiderate azioni giudiziarie che avevano intentate contro di me, alla fine mi hanno anche chiesto scusa ed io li ho pure perdonati. Alla mia età e anche alla loro non c’è più spazio per il rancore!».
C’è un decreto ingiuntivo del 2016 che la obbligava a pagare 2,7 milioni al movimento alleato di Occhetto, Veltri e Chiesa.
«Quell’iniziale decreto ingiuntivo, promosso proprio da Veltri e Chiesa è stato poi revocato e il successivo giudizio di merito li ha condannati a pagarmi le spese. Peraltro, i rimborsi elettorali che sono avanzati al partito Italia dei Valori dopo le elezioni (circa 1 milione e 700.000 euro) li abbiamo donati al Comune di Finale Emila che li ha utilizzati per ricostruire una scuola caduta a seguito del terremoto del 2012».
Di Pietro, ma è vero che si è candidato al Csm?
«Sì, come membro laico. A breve il Consiglio superiore della magistratura deve essere rinnovato, e tra i nuovi membri, devono essere individuati dieci laici (cioè non magistrati) scelti dal Parlamento in seduta comune. Non so come sarà valutata la mia candidatura ma io ho dato la mia disponibilità perché ritengo di averne i titoli. Tutto qui».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >