Sparare sulla manovra è l’esercizio classico per l’opposizione, soprattutto se la legislatura è sul finire e tutto diventa campagna elettorale. Ma, lasciando parlare i numeri, emerge che chi si lamenta non ha motivi per farlo. Certo, la manovra poteva essere più sostanziosa sul fronte della spesa, ma bisogna fare i conti con l’alto debito pubblico e con uno scenario internazionale che ha riacceso l’inflazione.
La legge di Bilancio interviene, lo ricordiamo, sul meccanismo che determina gli adeguamenti retributivi di magistrati, avvocati, procuratori dello Stato, introducendo una «media ponderata» che tiene conto della consistenza numerica della categoria.
Un miliardo di arretrati ai magistrati dopo le sentenze sui vecchi criteri
Inoltre saranno esclusi dal conteggio gli arretrati, ovvero delle somme una tantum corrisposte con i rinnovi contrattuali arrivati in ritardo per evitare che finiscano per essere riconosciuti due volte. L’obiettivo, si spiega nella relazione tecnica, è scongiurare «errate rappresentazioni dell’effettivo incremento medio pro capite» e ricondurre la dinamica degli aumenti entro i limiti della spesa pubblica.
Le nuove disposizioni entreranno in vigore con la pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale, senza intervenire sul pregresso. La stessa legge di Bilancio stanzia quasi 1 miliardo per far fronte agli adeguamenti retributivi relativi al passato, dopo le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, che hanno annullato i precedenti criteri di calcolo. L’applicazione dovrebbe arrivare tramite decreti, ma il premier, Giorgia Meloni, ha già annunciato l’intenzione di non firmarli, rimettendo al Consiglio di Stato.
Com’era prevedibile, il giro di vite che parte dal 2027 ha scatenato le toghe. In ballo c’è circa 1 miliardo da versare per gli aumenti retributivi, una cifra che equivale a un pagamento medio di 100.000 euro per ciascun magistrato.
Ex Ilva, 1,49 miliardi di fondi pubblici per garantire la continuità produttiva
Ma mentre le toghe facevano la battaglia per avere gli aumenti, le loro sentenze sull’Ilva sono costate ben 1 miliardo e 490 milioni. Complessivamente il conto presentato al governo e alla collettività, se si aggiunge il miliardo degli incrementi retributivi, è di 2,5 miliardi.
Ripercorrendo le varie tappe delle risorse messe a disposizione dal governo Meloni per le amministrazioni straordinarie nell’arco di tempo 2024-2026, a seguito delle varie sentenze dei giudici, viene fuori che sono stati erogati, per cominciare, 420 milioni come finanziamento per continuità produttiva e sicurezza con il dl 4/2024, convertito nella legge 28/2024, incrementato da 320 a 420 milioni con la legge 15/2025 (Milleproroghe). Sono seguiti 400 milioni con i dl 19/2024 (legge 56/2024), dl 63/2024 (legge 101/2024) e dl 3/2025 (legge 31/2025), come risorse già disponibili, derivanti da obbligazioni, destinate alla continuità produttiva.
Successivamente il dl 92/2025, convertito nella legge 113/2025 ha messo in campo 200 milioni come finanziamento per manutenzioni, ripristino e sicurezza degli impianti. Nel 2025 il dl 180/2025, convertito nella legge 8/2026, ha stanziato 149 milioni finalizzati al finanziamento ponte per la continuità nel 2026.
Un ulteriore finanziamento di 100 milioni per il 2026 è stato messo in campo con il dl 63/2026, convertito nella legge 113/2026. Come ennesimo sostegno alla continuità produttiva, nel 2026 sono arrivati 41 milioni con il dl 133/2026 (legge 166/2026), incrementato da 100 a 141 milioni dal dl 185/2026, attualmente in conversione. Pertanto, il totale delle risorse autorizzate per consentire la continuità delle amministrazioni straordinarie per l’ex Ilva ammontano a 1 miliardo e 410 milioni di euro.
A questi finanziamenti si aggiungono 80 milioni per il ripristino e la bonifica ambientale (dl 3/2025, legge 31/2025). Si arriva pertanto a un totale di 1 miliardo e 490 milioni. Se a questo aggiungiamo il miliardo che le toghe reclamano come aumenti di stipendio arriviamo a 2,5 miliardi.
Tra stipendi, finanziamenti e danni da fermo, il conto arriva a 6 miliardi
A questi però dobbiamo aggiungere il costo dei danni da mancata produzione dell’ex Ilva dovuta al fermo dell’altoforno 1, per un «sequestro probatorio», e perdurante ancora. Questo ammonta a oltre 3,4 miliardi di euro al 25 ottobre 2026.
Nell’informativa al Senato del 12 marzo scorso, il ministro Adolfo Urso aveva quantificato in oltre 2,5 miliardi di euro i danni economici legati al sequestro, indicando un ulteriore danno di 4 milioni di euro al giorno pari a 908 milioni totali per i 227 giorni trascorsi.
La cifra è una proiezione calcolata sulla base dei valori comunicati da Urso al Senato, non un danno definitivamente accertato in sede giudiziaria. Sommando tutte queste cifre arriviamo a un totale di circa 6 miliardi.
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