L’Algeria condanna un altro autore
Kamel Daoud, scrittore algerino (Ansa)
Non compriamo gas russo per ragioni morali. Però quello del Paese nordafricano che colpisce lo scrittore Kamel Daoud «reo» di aver scritto un romanzo va bene

C’è contraddizione nel modo in cui si calcano le vie d’accesso energetiche. Da un lato, l’Italia e l’Ue evitano il gas russo per ragioni politiche e morali, dall’altro ci si affida a Paesi che presentano criticità altrettanto rilevanti sul piano dei diritti e delle libertà. Si prenda l’Algeria, con le vicende giudiziarie che hanno coinvolto intellettuali come Boualem Sansal e ora Kamel Daoud. Scrittore e saggista, Boualem Sansal fu arrestato in Algeria nel novembre 2024 con l’accusa, fra le altre, di aver «minato l’unità nazionale», dopo alcune sue dichiarazioni critiche verso il regime. Condannato a un lustro di carcere nel 2025, viene graziato e liberato nel novembre dello stesso anno. Oggi fa parte dell’Académie française.

Il 21 aprile 2026, a quasi trent’anni dalla fine del «Decennio nero», la guerra civile in Algeria esplosa negli anni Novanta tra governo e gruppi islamisti, con 200.000 morti, lo scrittore franco-algerino Kamel Daoud è stato condannato a tre anni di carcere e a una multa di 32.000 euro per aver scritto un romanzo.

È stato lo stesso autore a rivelarlo il giorno successivo, definendolo un «evento unico nella storia algerina», e denunciando che la legge viene utilizzata per reprimere il dibattito pubblico sulle laceranti ostilità interne tra il 1992 e il 2002.

Tutto scaturisce da Houris, romanzo pubblicato nel 2024, premio Goncourt. È una storia cupa, ambientata in parte a Orano. Aube, una giovane donna, resta muta dopo essere stata sgozzata da un militante islamista alla fine del 1999. Una figura simbolica, la sua. Sopravvissuta ma privata della voce, incarna una memoria collettiva amputata.

In Algeria, una legge del 2005, la Carta per la pace e la riconciliazione nazionale, vieta qualsiasi narrazione del conflitto che si possa interpretare come lesiva delle istituzioni o come riapertura delle «ferite della tragedia nazionale». L’articolo 46, in particolare, punisce chi utilizzi quegli eventi per «danneggiare» lo Stato. Un dispositivo giuridico che, nato con l’intento dichiarato di pacificare il Paese, si è progressivamente trasformato in uno strumento di silenziamento.

Daoud lo sottolinea con amarezza: dopo anni di violenze, migliaia di terroristi amnistiati e una società ancora segnata dal trauma, «un unico colpevole: uno scrittore». La condanna segue una denuncia dell’Organizzazione nazionale delle vittime del terrorismo, in cui il diritto alla memoria si scontra con la paura della sua strumentalizzazione. Si aggiunge quella di Saada Arbane, che ha accusato Daoud e la moglie, una psichiatra, di aver sfruttato dettagli intimi e dolorosi della sua vita personale.

Dalla persecuzione di Boris Pasternak nell’Unione sovietica per Il dottor Zivago all’esilio di Aleksandr Solzenicyn dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag, fino alla fatwa contro Salman Rushdie per I versi satanici, il potere tenta sempre di imbavagliare la parola scritta. Il libro si trasforma da oggetto culturale in campo di battaglia.

Il caso Daoud, comunque, non implica solo censura ideologica o religiosa, bensì un controllo istituzionalizzato della memoria storica. Il «Decennio nero» resta un territorio proibito, un passato che non può essere narrato se non secondo una versione ufficiale. La letteratura, che per sua natura scava nelle ambiguità e nelle zone d’ombra, diventa così un elemento destabilizzante.

Negare il racconto significa congelare il trauma, impedirgli di trasformarsi in coscienza condivisa. La voce di Aube, la protagonista muta di Houris, diventa allora una potente metafora. La società che sceglie il silenzio per mantenere lo status quo ante perde la capacità di raccontarsi.

La condanna di Kamel Daoud non è solo un fatto giudiziario. Riguarda il rapporto tra Stato e memoria, tra giustizia e verità, tra letteratura e libertà. E pone una domanda che attraversa epoche e confini: fino a che punto un Paese può permettersi di dimenticare? Lo si ricordi invece al momento d’intessere relazioni internazionali, specie quelle finalizzate.

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