«Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio». E che Dio ci protegga dai nostri amici palestinesi, che amiamo alla follia. Imbrattiamo con le loro bandiere altari e aule scolastiche, in nome loro distruggiamo auto, stazioni e città. Non abbiamo mai torto un capello ai palestinesi, non siamo nemmeno confinanti. Loro ci hanno regalato attentati riconosciuti, Fiumicino 1973 e 1985, Sinagoga di Roma, Achille Lauro, e attentati dimenticati, Trieste e Café de Paris, e forse attentati misteriorsi. Tra questi ci sono Ustica e Bologna?
Il 27 giugno 1980, alle 20.59, il DC-9 Itavia Bologna-Palermo scompare dai radar sul Tirreno, nel tratto tra Ponza e Ustica, detto Punto Condor. Ottantuno morti, tredici bambini. In quasi mezzo secolo si sono susseguite più di trenta fantasiose ricostruzioni. La più celebre è la «battaglia aerea»: un missile francese avrebbe colpito il DC-9 nell’intento di abbattere il Mig di Gheddafi. La più ignorata è quella dell’ex ministro Carlo Giovanardi: fu un attentato palestinese, una bomba nella toilette posteriore del DC-9, rappresaglia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) per il rifiuto italiano di scarcerare il loro rappresentante arrestato a Bologna sette mesi prima per il trasporto di un carico di missili terra-aria.
Ustica, la pista palestinese e il caso Abu Anzeh Saleh
È un’ipotesi mai provata giudiziariamente, ma restano alcuni fatti. Il 13 novembre 1979, a Bologna, i carabinieri arrestano un giordano di origini palestinesi, Abu Anzeh Saleh, responsabile della rete clandestina del Fplp in Italia, che gestiva dal 1973 il trasporto attraverso l’Adriatico di missili terra-aria Sam-7 Strela sovietici destinati agli aerei civili israeliani. L’arresto è la prima crepa nel «lodo Moro» – il presunto accordo segreto del 1973 tra Moro e il Fplp di George Habbash, tramite il colonnello Stefano Giovannone del Sismi a Beirut: transito libero del terrorismo palestinese sul suolo italiano, in cambio dell’immunità dell’Italia dagli attentati. Arafat contatta il governo italiano chiedendo l’immediata scarcerazione di Saleh, il sottosegretario Mazzola tenta invano di convincere i giudici dell’Aquila a lasciarlo libero, viceversa viene condannato. 27 giugno 1980, mattina, Giovannone spedisce da Beirut due cablogrammi urgenti: la minaccia è imminente, evacuare l’ambasciata. Nella stessa giornata, alle 20.59, il DC-9 Itavia esplode sopra Ustica. Sette settimane dopo, il 2 agosto, la stazione di Bologna salta in aria. Ottantacinque morti.
Carlo Giovanardi non è un opinionista da talk show. È stato vicepresidente della Camera, ministro dei Rapporti col Parlamento, sottosegretario a Palazzo Chigi, senatore, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento Moro. Ha potuto leggere con Maurizio Gasparri ed altri parlamentari i duecento fascicoli segreti che Giovannone aveva spedito da Beirut a Roma tra il 1979 e il 1980. E ha dichiarato pubblicamente, mai smentito da nessuno, che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nel 2019, lo convocò a Palazzo Chigi per fargli intimare di tacere, per non essere denunciato, sugli atti ancora secretati sulle minacce palestinesi all’Italia. Un ex ministro della Repubblica intimato al silenzio da un altro governo su una strage di ottantuno civili?
La tesi del missile francese e le altre piste
La tesi del missile francese si regge su una serie di contraddittorie interviste di Francesco Cossiga tra il 2007 e il 2010: l’aereo sarebbe stato abbattuto per errore da un caccia francese che voleva colpire il Mig di Gheddafi. Nessun documento diplomatico, nessun rapporto dei servizi, nessuna perizia tecnica ha mai suffragato quella tesi. Nel 2007 il governo francese fu costretto a rispondere. E rispose: il ministero della Difesa comunicò di «non avere alcun commento da rilasciare», ma l’ambasciata di Parigi in Italia rilasciò una nota ufficiale con «singolari precisazioni». La portaerei Clemenceau non si trovava nella zona di Ustica quella sera; l’aeronautica francese non operava nell’area; l’esplosivo T4 rinvenuto sui resti del DC-9 «non era in loro dotazione». Tre affermazioni ufficiali che escludono la matrice francese. Il T4, nella variante Semtex-H, era invece nell’arsenale del Fplp e del gruppo di Carlos, riconducibile ai depositi di armi che Saleh gestiva in Italia.
La posizione Usa è altrettanto netta sul punto principale: non abbiamo abbattuto noi il DC-9. Il contrammiraglio James Flatley della Uss Saratoga, nel golfo di Napoli, dichiarò dapprima i radar in manutenzione, poi ammise che uno era in funzione e aveva rilevato «traffico aereo molto sostenuto». I documenti desegretati confermano velivoli americani in volo (UC-129, P-3C da Sigonella, altri non identificati), ma nessun caccia in assetto da combattimento, nessun missile mancante. La Nato ha smentito la battaglia aerea come causa del disastro. E Fbi e Cia avevano ripetutamente segnalato ai servizi italiani, nel 1979-80, l’attività del Fplp in Italia e i suoi collegamenti con Carlos.
Carlo Giovanardi ha poi letto in Aula alla Camera come ministro le lettere personali di Jacques Chirac e Bill Clinton a Giuliano Amato nelle quali il presidente francese e quello americano giurano sul loro onore di non c’entrare nulla con l’accaduto.
Il «lodo Moro» e le minacce del Fplp all’Italia
La pista palestinese in ogni caso è scomoda per tre motivi. Primo: smaschererebbe il citato «lodo Moro». Se il DC-9 fu abbattuto dal Fplp come rappresaglia per la rottura del patto, allora il patto era esistito e la Democrazia cristiana ne era responsabile davanti agli italiani. Secondo: smaschererebbe la sinistra filopalestinese. Se il DC-9 fosse stato abbattuto dal Fplp, l’ala palestinese che l’Italia coccolava – e coccola – sarebbe stata la stessa che aveva sterminato ottantuno civili italiani, inclusi bambini, con un’indifferenza che maschera il sadismo, la gioia di uccidere e sterminare. La sinistra avrebbe dovuto rinunciare al filopalestinesismo o accettare di essere alleata di chi aveva ucciso ottantuno persone. Terzo: smaschererebbe i giornali. L’Espresso, Repubblica, Corriere hanno costruito per decenni la vulgata del missile francese come arma politica. I giornalisti che l’hanno sostenuta non avrebbero comunque fatto autocritica: al massimo, avrebbero aggiunto versioni. Oggi è colpa di Israele. Domani sarà colpa di Marte.
Ottantuno morti e una verità ancora controversa
Ottantuno morti chiedono un colpevole. Il colpevole ha un nome, un’organizzazione, un movente documentato, una firma operativa, una rivendicazione confidenziale trasmessa al Sismi da un canale che aveva quarant’anni di credibilità. Il silenzio non è imparzialità: è complicità politica. La stessa che ha permesso di considerare «resistenti» le organizzazioni militari palestinesi. La bandiera che sventola oggi su alcuni municipi italiani non è una bandiera di pace, ma nessuno vuole ricordarlo.
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