- In calo tutti i principali listini. In arrivo a breve rincari per i rifornimenti. A sorpresa l’Arabia Saudita aveva deciso di aumentare la produzione, forse sapeva dell’attacco. Donald Trump: è una buona notizia per i mercati.
- Appello di Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friederich Merz: nessuna escalation. Il francese: pronti a difendere Israele. Ma conferma: Conferenza Onu sui due Stati rinviata. Istanbul contro l’offensiva.
Lo speciale contiene due articoli
L’attacco notturno di Israele all’Iran ha provocato un aumento istantaneo dei prezzi del greggio, con il Brent che sui mercati ha fatto registrare un guadagno del 13% sino a 78,53 dollari al barile, per poi ripiegare attorno ai 74 dollari al barile, pari a +6% circa rispetto al giorno precedente. Anche il riferimento americano, il greggio WTI, è salito sino a 74,63 per ripiegare poi attorno ai 70,5 dollari al barile (+5,57%).
I prezzi salgono perché l’Iran ricopre un ruolo chiave nel mercato mondiale del petrolio. Non solo perché è un grande produttore, ma anche per la sua posizione geografica. L’Iran, infatti, controlla l’ingresso del Golfo Persico, lo stretto di Hormuz, attraverso cui, via nave, passa circa un terzo delle forniture petrolifere mondiali via mare. Gli attacchi di Israele rilanciano la vecchia questione del tipo di reazione iraniana. Teheran potrebbe bloccare il collo di bottiglia rappresentato dallo stretto, condizionando così tutto il mercato mondiale del greggio?
Intanto, sappiamo che l’attacco di Israele non ha toccato le infrastrutture petrolifere iraniane. Dunque nell’immediato non c’è un effetto concreto sulla produzione di petrolio del Paese. Tuttavia, è evidente che la situazione di tensione nell’area rende il mercato molto nervoso. Un nuovo attacco israeliano o un prolungamento del conflitto potrebbe avere effetti diretti sulla produzione iraniana.
I fatti dell’altra notte si collegano con quanto accaduto negli ultimi due mesi nel mercato petrolifero. Quando due mesi fa l’Arabia Saudita aveva deciso di forzare la mano e aumentare la produzione del cartello OPEC+, molti rimasero sorpresi per via dell’eccesso di offerta che aleggiava sul mercato, portando con sé il rischio di un calo robusto dei prezzi.
Si disse che con questa mossa, l’Arabia Saudita, il dominus del cartello di produttori di petrolio, intendeva spiazzare le costose produzioni americane ottenute con la tecnica del fracking, abbassando i prezzi per occupare quote di mercato. Ma i fatti della notte tra giovedì e venerdì spingono a guardare alle scelte arabe sotto un’altra luce.
A Riad, evidentemente, sapevano con ampio anticipo che un attacco all’Iran era imminente, e che questo avrebbe spinto verso l’alto i prezzi, perché la produzione iraniana potrebbe calare o fermarsi del tutto in caso di attacchi massicci. In quel caso, gli aumenti della produzione già decisi dai paesi OPEC+ possono compensare i flussi iraniani, al contempo facendo salire i prezzi stabilmente sopra una certa soglia. Lo stesso presidente americano Donald Trump vorrebbe che gli USA esportassero più petrolio, con il suo slogan Drill, baby, drill. I produttori americani si sono dimostrati scettici sinora, per i timori sui prezzi, ma se la produzione iraniana si riduce o si blocca, ecco che c’è spazio anche per una maggiore produzione statunitense, con prezzi più alti. Con le quotazioni cresciute di 5-7 dollari al barile, tutti, anche gli americani con il loro shale oil, possono produrre con un certo agio.
Lo stesso Trump ieri ha definito i raid israeliani contro l’Iran «ottimi per il mercato», sostenendo che impediranno a Teheran di ottenere l’arma nucleare. «Dovrebbe essere la cosa migliore di sempre per il mercato. L’Iran non avrà un’arma nucleare che rappresentava una grande minaccia per l’umanità».
Dunque, i sauditi sapevano, o quantomeno davano come ampiamente probabile un attacco israeliano. Negli ultimi giorni, in effetti, sui mercati petroliferi vi erano già segnali di rialzo ed erano aumentate le posizioni in acquisto. Il maggior acquirente di petrolio iraniano è la Cina. Esiste da anni un embargo occidentale sulle esportazioni di greggio dall’Iran, ma questo riesce comunque ad avere un mercato grazie a flotte fantasma e a travasi tra petroliere, fino al grande paese asiatico. L’attacco di Tel Aviv a Teheran ha insomma conseguenze anche per Pechino.
Teheran potrebbe davvero bloccare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz? Il braccio di mare è largo 34 kilometri nel punto più stretto, ma le corsie di navigazione occupano solo 3 km in ciascuna direzione. La chiusura della via d’acqua sarebbe un gesto estremo da parte di Teheran, che provocherebbe certamente una reazione diretta della Marina degli Stati Uniti, che in zona ha la Quinta flotta. Più probabili sarebbero attacchi diretti alle petroliere, come avviene a sud della Penisola Arabica, nello stretto di Bab el Mandeb dove gli Houti, appoggiati dall’Iran, insidiano il traffico marittimo da e verso lo stretto di Suez. In seguito ai precedenti rialzi di due giorni fa, il prezzo della benzina alla pompa era già salito, ma da lunedì è possibile che i listini saranno rivisti al rialzo in maniera sostanziale.
In Europa il gas sul mercato TTF è salito di circa il 6% con un massimo a 38,5 euro per megawattora. Poi ha chiuso a 37,894 (+4,75%). Anche l’oro è salito a 3.468 dollari l’oncia, vicino al record di 3.509 di fine aprile.
Non bene le borse. Negli Stati Uniti, l’indice S&P 500, il Dow Jones Industrial e il Nasdaq Composite hanno perso tutti oltre l’1%. L’indice tedesco, il Dax, ha perso fino all’1,7%. A Parigi, il CAC40 ha perso oltre l’1%, Milano ha fatto segnare un calo dell’1,5%. In Giappone, il Nikkei ha chiuso con una perdita dello 0,9%.
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