Leopoldo López, l’uomo ritratto nel video qui sopra, è il fondatore del partito Voluntad popular, ex sindaco di Chacao e uno dei leader dell’opposizione al regime di Hugo Chávez prima e Nicolás Maduro poi. È prigioniero politico nel suo Paese. Il suo torto è stato quello di manifestare pacificamente il suo pensiero. Nel 2017 è stato insignito del premio Bruno Leoni 2017. Ma il riconoscimento è stato consegnato ai genitori, essendo lui agli arresti domiciliari dopo una lunga detenzione.
In questo speciale di tre articoli ricostruiamo la situazione politica ed economica fallimentare di un Paese ritenuto dalla sinistra un modello per il socialismo. Nonostante i 300 miliardi di riserve di greggio, la produzione è crollata a 1,6 milioni di barili al giorno. Caracas è all’undicesimo posto nella classifica mondiale, mentre un tempo superava l’Arabia Saudita.
Il miracolo socialista venezuelano, tanto decantato negli anni passati da Bernie Sanders, il socialista che ha sfidato Hillary Clinton alle ultime primarie del Partito democratico statunitense, e dall’economista Joseph Stiglitz, sta arrivando al capolinea. In previsione delle prossime elezioni presidenziali di maggio, Nicolás Maduro sta cercando dei palliativi con cui calmierare un’iperinflazione che a febbraio ha raggiunto il livello del 4.000% annuo e che il Fondo monetario internazionale prevede per l’intero anno del 13.000%. Il suo tentativo è anche mirato a dare qualche sollievo, seppur momentaneo, a quell’81% di famiglie venezuelane che vive in condizioni di povertà.
Il controllo dell’economia e il cambio fisso con il dollaro voluti dal predecessore Hugo Chávez 15 anni or sono non reggono più e gli avvenimenti stanno iniziando a diventare tragicomici. Solo pochi giorni dopo il lancio avveniristico della criptovaluta petro con cui il Venezuela avrebbe dovuto aggirare le sanzioni statunitensi e che avrebbe dovuto essere garantita dalle immense riserve petrolifere nazionali, Maduro è stato costretto a rispolverare metodi finanziari risalenti alla Jugoslavia socialista, in cui negli anni Ottanta, per arginare l’inflazione, i politici eliminavano gli zeri nelle banconote. Pertanto, a breve distanza dal virtuale petro, i venezuelani avrebbero dovuto ricevere il nuovo bolivar sovrano. Che però, a causa della totale mancanza di liquidità delle casse dello Stato, si è rilevato ancor più virtuale del parente tecnologico, tanto che in molte cittadine i sindaci hanno autorizzato a stampare moneta locale. A nulla è servito il rialzo del prezzo del petrolio degli ultimi mesi, essendo la produzione di greggio crollata dai 2,5 milioni di barili del 2015 al milione dello scorso anno.
La corruzione dilagante, la fuga continua di giovani insoddisfatti verso l’estero e l’annientamento politico dell’opposizione avvenuto negli ultimi due anni sono fattori che dovrebbero garantire a Maduro il nuovo mandato. Ma anche se rieletto si ritroverà pesantemente isolato nello scenario internazionale. Nonostante la propaganda parli ancora delle inossidabili amicizie anticapitaliste, la Cina, l’Iran e la Russia, alleate storiche che da sempre avevano come priorità il sostegno geopolitico del Venezuela in chiave anti Usa, stanno chiudendo i rubinetti degli aiuti finanziari e si preparano a gestire la fase dell’eventuale collasso politico del Venezuela per accaparrarsi le ricchezze del Paese. In questo caso, condividendo la medesima strategia di Washington.
L’incapacità di gestire l’economia si sta riversando negativamente sulle relazioni internazionali e le alleanze anti Yankee incominciano a ritorcersi contro Caracas. L’Iran ha cancellato ogni collaborazione strategica già nel 2014 dichiarando che aprire uffici di rappresentanza in Venezuela non ha alcuna giustificazione economica. La Cina vanta 60 miliardi di dollari di crediti nei confronti del Venezuela che diventando ogni giorno meno esigibili hanno costretto Pechino a bloccare ufficialmente qualsiasi ulteriore linea di credito e ad autorizzare la società petrolifera di bandiera Sinopec a far causa alla Pdvsa, la compagnia statale venezuelana, per i contratti non rispettati. La Russia a novembre dello scorso anno ha ristrutturato 3 miliardi di debito venezuelano in modo da aiutare Maduro a far fronte ad altre obbligazioni internazionali più pressanti. Al tempo stesso però, ha anche dichiarato che non accetterà mai pagamenti in petro e ha bloccato qualsiasi anticipo sul greggio venezuelano; un greggio di cui in verità Mosca non ha mai avuto bisogno, ma che è servito a sostenere Caracas nei momenti difficili e a far diventare la Russia, dal 2006, il primo fornitore di armi. Pur di guadagnare tempo e abbassare la pressione, Maduro ha violato le leggi del suo predecessore concedendo in uso alle società russe e cinesi le raffinerie del terzo complesso petrolifero più grande del mondo, quelle di Paraguaná.
Tuttavia, nonostante gli sforzi di diversificazione il Venezuela è rimasto sempre dipendente dal mercato statunitense, verso il quale esporta la maggioranza del proprio greggio e nel quale possiede tre delle maggiori raffinerie unitamente alla la rete di distribuzione Citgo, una sussidiaria che per ora si è salvata dalle pretese creditizie di cui è surclassata la Pdvsa – che non riceve più lettere di credito da parte di alcun istituto bancario – e che potrebbe essere l’oggetto dei desideri di Donald Trump. Nonostante il recente ampliamento delle sanzioni contro il Venezuela in cui il presidente statunitense ha inserito anche la criptovaluta bolivariana, la Casa Bianca continua a evitare di punire l’operazione con cui lo scorso anno la Goldman Sachs ha comprato sul mercato secondario 2,8 miliardi di obbligazioni Pdvsa con scadenza al 2022 e che per ora hanno provocato al gigante finanziario perdite per circa 60 milioni di dollari. E continua a evitare di colpire le operazioni della Citgo che rifornisce di derivati diversi Stati degli Usa. La Goldman Sachs conta sul fatto che in caso di fallimento la Pdvsa è una società statale con valide strutture e ricchi giacimenti. Qualora invece le difficoltà della casa madre dovessero investire anche la Citgo gli esperti consigliano a Trump di fondare ulteriormente i propri diritti di prelazione prelazioni sulla società valutando anche un piano d’emergenza sulla base del quale scambiare il grezzo venezuelano con prodotti americani per ampliare le riserve strategiche statunitensi con cui coprire eventuali ammanchi di carburante qualora in estate le strutture della Citgo dovessero entrare in crisi. Per la Cina, la Russia e l’Iran il Venezuela è una piccola e distante priorità. Per gli Usa è una questione nel cortile di casa con cui si decide il futuro assetto politico del Paese e il controllo delle sue risorse.
Laris Gaiser
INFOGRAFICA
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >