- L’America si ritira dai tavoli ufficiali dopo il niet di Vladimir Putin alla tregua: «Stop a summit in giro senza preavviso». Donald Trump sblocca l’invio di armi agli invasi per 50 milioni. Marco Rubio chiarisce: «Volodymyr Zelensky non riavrà i terreni persi».
- Washington e Kiev firmano il patto sui minerali. Avviato negli Stati Uniti un modello d’Intelligenza artificiale che predice il costo dei metalli e contrasta le distorsioni cinesi.
Lo speciale contiene due articoli
Gli avvertimenti si sono trasformati in realtà: gli Stati Uniti si svincolano dal ruolo di mediatori nei colloqui di pace sulla guerra in Ucraina. Ad annunciarlo ieri la portavoce del dipartimento di Stato Usa, Tammy Bruce, che ha dichiarato che Washington non andrà più «in giro per il mondo» per mediare tra Mosca e Kiev.
Pur spiegando infatti che gli Stati Uniti sono «certamente ancora impegnati in questo senso» e che continueranno a fare «tutto il possibile», ha sottolineato: «Non ci metteremo a volare dall’altra parte del mondo per mediare gli incontri». La decisione americana è arrivata dopo che il presidente russo Vladimir Putin ha rifiutato il cessate il fuoco. E secondo Bloomberg, gli Usa starebbero valutando ulteriori sanzioni contro Mosca nel tentativo di fare cambiare idea allo zar. In particolare, una delle ipotesi sarebbe l’imposizione di sanzioni sul settore bancario russo, ma anche dazi del 500% verso gli Stati che importano da Mosca gas, petrolio e uranio.
La possibilità di un disimpegno dalle trattative era già sul tavolo di Washington. Il mese scorso, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, dopo l’incontro con gli europei e gli ucraini a Parigi, aveva spiegato: «Non continueremo con questa impresa per settimane e mesi», visto che «gli Stati Uniti hanno altre priorità». E ieri, in un’intervista rilasciata a Fox News, ha ripetuto che, siccome ci sono «problemi più importanti in corso nel mondo», uno su tutti «la Cina», il presidente Donald Trump «dovrà decidere quanto tempo» dedicare ai colloqui per la pace in Ucraina.
La palla ora passa direttamente a Kiev e a Mosca, anche perché sono chiamate a «presentare e sviluppare idee concrete su come porre fine a questo conflitto», come affermato da Bruce. Idee che probabilmente non arriveranno dall’oggi al domani, visto che lo stesso Rubio ha sostenuto che le posizioni delle due parti in conflitto «sono ancora un po’ distanti».
Da una parte sembra esserci una distensione tra gli Stati Uniti e l’Ucraina, con la firma dell’accordo sui minerali, ma anche con la ripresa, annunciata ieri, dell’invio di armi dagli Usa a Kiev per un valore di 50 milioni di dollari. Ma dall’altra parte non è cambiata la visione americana su ciò che dovrebbero concedere reciprocamente Mosca e Kiev. Rubio ha sottolineato che «Putin non può prendere tutta l’Ucraina, l’Ucraina non può respingere i russi fino al punto in cui erano nel 2014». Ed è evidente che Kiev non consideri ancora questo scenario. Ieri, il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga, ha ribadito che Kiev non accetterà «la pace a ogni costo» e soprattutto ha evidenziato: «Non riconosceremo come russo alcun territorio temporaneamente occupato in Ucraina». Nessun dietrofront nemmeno per quanto riguarda l’adesione dell’Ucraina alla Nato, con Sybiga che ha confermato: «Non accetteremo alcuna restrizione alla sovranità dell’Ucraina, alla nostra politica interna ed estera, in particolare per quanto riguarda la scelta delle unioni e delle alleanze a cui intendiamo aderire».
Anche l’Europa non intende fare passi indietro nell’appoggiare l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Sull’argomento è intervenuto ieri il premier ungherese Viktor Orbán, che ha dichiarato: «Bruxelles vuole accelerare l’adesione dell’Ucraina all’Ue, a qualunque costo», avvertendo: «Non possiamo permettere che i nostri figli paghino per le fantasie globaliste di Bruxelles». Ma l’Europa sta anche procedendo con le ritorsioni contro la Russia: secondo quanto riportato da Reuters, Euroclear, la società belga di servizi finanziari che detiene la maggior parte delle ricchezze russe sanzionate nel continente europeo, starebbe pianificando di distribuire tre miliardi di euro di fondi russi congelati agli investitori occidentali. La misura, che arriva dopo che Mosca ha sequestrato il loro denaro in Russia, porta con sé delle criticità. Come ha spiegato un esperto di sanzioni del Peterson institute for international economics, Jacob Kirkegaard, «sequestrare i beni russi e consegnarli agli investitori occidentali sarebbe moralmente riprovevole», visto che si darebbe «priorità alle imprese occidentali rispetto ai contribuenti» e quindi «ogni bene congelato che non va alla ricostruzione dell’Ucraina dovrà essere coperto dai contribuenti».
Guardando al campo di battaglia, la Russia ha comunicato la creazione di una zona cuscinetto nella provincia ucraina di Sumy, quindi al confine con la regione russa del Kursk, dopo aver ripreso il controllo del territorio. Mentre nella notte tra giovedì e venerdì un raid russo a Zaporizhzhia ha colpito le infrastrutture civili della città ferendo 31 persone, inclusi due bambini.
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