L’Ue schizofrenica sui «valori» dell’Ucraina
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  • L’Europarlamento celebra i mille giorni in trincea di Volodymyr Zelensky, scordando che Kiev lotta (giustamente) per confini e sovranità. Principi che a Bruxelles erano tabù. E intanto il «nuovo Churchill» stiracchia la democrazia: «Elezioni? Prima un mondo giusto».
  • Distrutto un altro cavo nel Baltico. Mosca nega le accuse. Due sue navi in grado di tagliare i fili pizzicate nella Manica.

Lo speciale contiene due articoli.

Dopo mille giorni di guerra (milleuno, con oggi), l’Europa non è ancora uscita dalla schizofrenia sui suoi eroi. Ieri, mentre Volodymyr Zelensky era collegato con il Parlamento Ue, la presidente Roberta Metsola ha sottolineato che l’attacco russo all’Ucraina è, in realtà, anche «un attacco ai nostri valori», ossia «pace, democrazia e libertà». Una tesi speculare a quella di Kiev in lotta «per i nostri valori», tant’è che, «un giorno non molto lontano», ha assicurato Ursula von der Leyen, il Paese entrerà a far parte dell’Unione.

Il punto è che l’Ucraina combatte – legittimamente, giustamente – per difendere i propri confini, la propria sovranità. La propria libertà, certo, nel senso della propria autodeterminazione. La crociata per la pace? A Zelensky e i suoi, l’obiettivo appare subordinato alla conservazione dell’integrità territoriale, per quanto stia maturando la consapevolezza che allo smembramento, alla fine, ci si arriverà. Quanto alla democrazia, ieri Zelensky è stato chiaro: «Nessuno al mondo ha chiesto e chiede all’Ucraina delle elezioni. Ma noi, in Ucraina, abbiamo persone che, forse, sono così affamate di questo che vogliono combattere all’interno del nostro Stato più che per il bene del nostro Stato, vogliono dispute politiche in trincea, come negli studi televisivi. Questo è distruttivo per l’Ucraina». La democrazia è una minaccia. Alla stabilità, che nell’inebetita ammirazione di Bruxelles è stata fatta coincidere con la guida suprema del «nuovo Churchill». «L’Ucraina», ha concluso lui, «ha prima bisogno di un mondo giusto, poi gli ucraini terranno elezioni giuste». Se il criterio è questo, ci sarà parecchio da aspettare. Il continente delle ramanzine a Viktor Orbán finge di non capire?

Il cortocircuito più macroscopico, però, sta nell’incompatibilità tra i valori per cui davvero migliaia e migliaia di ucraini si sono immolati e i principi ai quali le élite europee, fino all’altro ieri, aderivano. Per dire: all’improvviso, i confini sono diventati inviolabili. Eppure, secondo le classi dirigenti illuminate, le frontiere dovevano essere permeabili, l’apertura delle porte doveva essere un simbolo di umanità e avanzamento. Innalzare barriere, al contrario, era un regresso deprecabile: significava ignorare la «complessità» e l’ineluttabilità del nomadismo umano. Sì, un conto è essere invasi da un esercito ostile e un conto è essere invasi dagli immigrati. In entrambe le circostanze, però, i nuovi arrivati non erano così graditi dagli autoctoni.

E la sovranità? L’idea che ognuno possa e debba decidere per sé, che i diritti e anche i privilegi della propria comunità, almeno in situazioni critiche, siano più importanti degli obblighi internazionali, è stata vituperata. E ai partiti di destra che la rivendicavano sono state affibbiate, in senso spregiativo, le etichette di «populisti» e «sovranisti». Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, si è sentito addirittura in dovere di garantire che il cosiddetto «vento del sovranismo» non sarebbe stato in grado di «minacciare l’esistenza dell’Unione» europea. La cui ragion d’essere è proprio la crescente «cessione di sovranità», ancorché giustificata da una presunta volontarietà. I popoli, «sovrani», sembrano non condividere.

Poi c’è il nazionalismo. Di quanto fosse diventato forza motrice del sacrificio ucraino si è discusso a lungo. E non senza imbarazzi, per via della comparsa di falangi neonaziste.

Si dovrebbe pure far pace con la promessa di pace. L’Europa ha alimentato la tiritera dell’assenza settantennale di conflitti, snobbando l’ombrello Nato e lo scudo americano. Ora, su quello, ha aperto gli occhi. Ma insiste: no alla diplomazia, sì agli aiuti militari «finché ce ne sarà bisogno».

Sarà che più si è fatta intensa la sfida al modello d’integrazione basato sul vincolo esterno, più a Bruxelles si è diffusa una strana mania necrofaga ed ematofaga. L’Ue ha iniziato ad avere bisogno di martiri: come il povero Antonio Megalizzi, il reporter ucciso nel 2018 in un attentato ai mercatini natalizi di Strasburgo. Il sogno dei nostri «Stati Uniti» s’è tinto di rosso. Mario Monti si domanda: «È possibile che l’Europa diventi davvero una realtà internazionale degna di questo nome senza spargimento di sangue?». Il sangue degli ucraini, magari. I quali non sanno che stanno morendo in nome del Patto di stabilità e del primato della Corte di giustizia, anziché della loro patria. Glielo ha ricordato ieri la capogruppo socialista all’Eurocamera, Iratxe Gacía Pérez: vinceranno, anche se ciò «costerà sangue, sudore e lacrime». Prosit.

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