- La svolta di Donald Trump sull’accordo nucleare è un bel problema: Matteo Renzi e il governo ci hanno legato a una nazione che era già a rischio. In ballo ci sono una serie di intese e cooperazioni su ogni livello, più valanghe di commesse pubbliche e tanti business privati.
- Lo Stato asiatico rappresenta un’importante sponda commerciale per il made in Italy.
Lo speciale contiene due articoli.
Primo. Trump farà rivivere le sanzioni (già messe nero su bianco dal Congresso Usa nel 2012, ma di fatto sospese) contro il commercio del petrolio iraniano. Ogni 120 giorni, la Casa Bianca deve confermare la sospensione di quelle misure: ovvio che ora (la scadenza era sabato prossimo) la Casa Bianca le ripristinerà, tagliando fuori da qualunque linea di credito e da qualunque rapporto con il sistema bancario Usa chi non ridurrà l’importazione di greggio iraniano.
Secondo. C’era un altro pacchetto di sanzioni (anch’esse a lungo sospese) verso più di 400 società, settori industriali e singoli individui iraniani. Anche in questo caso la sospensione doveva essere confermata a breve (l’11 luglio), e sembra scontata un’inversione di rotta. In pratica, in considerazione della svolta di Trump, Teheran è destinata a essere considerata come un «appestato» globale.
A causa degli errori commessi prima da Matteo Renzi e poi da Paolo Gentiloni, adesso l’Italia rischia moltissimo. Si badi: non si tratta del folklore delle statue incartate al Campidoglio per non «turbare» l’ospite Hassan Rouhani. Ma di una sequenza di intese e cooperazioni su ogni piano: da quello giuridico a quello militare (perfino con esercitazioni navali congiunte). E soprattutto sono a rischio valanghe di commesse, non solo per i giganti (a partire da Eni) ma anche per imprese di dimensione media che il governo (con missioni a Teheran e perfino con una «Fiera Italia-Iran» organizzata a Roma) aveva incoraggiato in una direzione rischiosa. Sul versante privato, già prima dell’annuncio trumpiano, l’azzardo era evidente agli osservatori più avveduti.
Parliamoci chiaro: era perfettamente comprensibile che le nostre aziende cercassero l’accesso a un grande mercato. Ma è stato incauto da parte dei governi incoraggiarle verso un paese a rischio. Mi spiego: che succede se viene fuori (da parte di una corte non italiana) che i denari di un certo affare sono direttamente o indirettamente utilizzati come sostegno al terrore? Un’impresa italiana può agire in modo correttissimo, limpido, ineccepibile: ma avendo a che fare, dall’altra parte, con un’economia controllata dai pasdaran, nessuno può escludere esiti infausti.
E non si tratta solo della vergogna «politica»: ma delle conseguenze economiche per le imprese eventualmente messe in mezzo, che una qualunque corte americana può chiamare in causa. Un anno e mezzo fa è arrivato un primo segnale da non sottovalutare, riferito a vicende di diversi anni prima. Sul Financial Times di Londra, a fine 2016, è infatti comparsa la notizia di una megamulta americana di 235 milioni di dollari contro Banca Intesa in relazione a «transactions involving Iran». Qualche mese dopo, a seguito di una interrogazione parlamentare, il governo italiano fu costretto a ammettere la veridicità della notizia.
Ma anziché arretrare, il governo Gentiloni ha accelerato, inventandosi uno strumento – è da presumere – utilizzabile soprattutto per le imprese pubbliche. Il fattaccio è accaduto nell’ultima legge di stabilità: attraverso il veicolo Invitalia, il governo ha deciso di usare il denaro dei contribuenti come garanzia pubblica per affari a rischio con gli stati considerati sponsor del terrore e dell’integralismo islamista, a partire dall’Iran. La cosa tragicomica è che le risorse sono state prese dai fondi per l’imprenditoria giovanile!
- Ora, dopo l’annuncio di Trump, il pericolo si fa ancora più evidente. Per le imprese pubbliche sono in gioco i soldi dei contribuenti, mentre per quelle private portate in buona fede in Iran c’è il rischio che – magari senza colpa ma con danni devastanti – siano chiamate a rispondere presso le corti Usa. Eppure c’è ancora chi fa finta di non capire. Va forse letto così il tweet con cui Paolo Gentiloni, pochi minuti dopo lo speech di Trump alla Casa Bianca, ha confermato che per l’Italia «l’accordo con l’Iran va mantenuto». Quando arriveranno le sanzioni, telefoniamo a lui?
Daniele Capezzone
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