- Timidi spiragli al tavolo delle trattative. Contatti anche con il Vaticano: ieri conversazione tra Gallagher e Lavrov.
- In visita a Mosca, il ministro degli Esteri del Mali spara a zero su Zelensky. Che vola a Johannesburg e parrebbe interessato alle miniere nel Continente nero.
Lo speciale contiene due articoli.
Le trattative tra Washington e Mosca procedono con moltissima cautela. Tuttavia, qualche spiraglio sembra intravedersi. Giovedì, nel corso di un’intervista a Fox News, uno dei principali negoziatori russi, Kirill Dmitriev, ha aperto a delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. «Alcune garanzie di sicurezza in qualche forma potrebbero essere accettabili», ha detto, pur ribadendo che per la Russia un eventuale ingresso di Kiev nella Nato resta inammissibile. Le parole del negoziatore russo sono rilevanti alla luce del fatto che finora Mosca aveva chiesto la piena smilitarizzazione dell’Ucraina, opponendosi anche allo schieramento di truppe di peacekeeping sul suo territorio. È importante sottolineare che l’apertura di Dmitriev è arrivata a seguito dei suoi recenti incontri con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff: dei faccia a faccia che, secondo Bloomberg News, si sono tenuti a Washington mercoledì e giovedì stesso.
Dall’altra parte, se il Cremlino ha espresso un «cauto ottimismo», assai prudente si è mostrato il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Parlando dal vertice Nato di Bruxelles, ha detto che si saprà «entro poche settimane» se la Russia vorrà realmente un accordo in Ucraina. «Il presidente Trump non cadrà nella trappola di infiniti negoziati su negoziati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Ci stiamo avvicinando alla pace in Ucraina perché stiamo parlando con entrambe le parti, ma non abbiamo ancora raggiunto alcun risultato».
Ricordiamo che, negli scorsi giorni, Donald Trump aveva espresso irritazione sia verso Volodymyr Zelensky che Vladimir Putin. Al primo aveva rimproverato di non voler firmare l’accordo sui minerali strategici, accusando invece il secondo di tergiversare. Non a caso, alcuni giorni fa, il presidente americano aveva minacciato tariffe secondarie sul petrolio russo. È in questo quadro che, stando a quanto riportato da Nbc News, il team di Trump starebbe suggerendo all’inquilino della Casa Bianca di non tenere una nuova telefonata con Putin, a meno che quest’ultimo non accetti un cessate il fuoco completo. Non è al contempo escludibile che la parziale apertura di Dmitriev sulle garanzie di sicurezza sia una conseguenza delle pressioni di Trump sul Cremlino.
Non solo. Dmitriev è altresì il Ceo del fondo d’investimento sovrano russo. È quindi possibile che, nei suoi colloqui a Washington con Witkoff, abbia affrontato anche il tema dei rapporti economici tra Stati Uniti e Russia. Ricordiamo che, durante la loro telefonata di marzo, Trump e Putin avevano parlato della possibilità di «enormi accordi economici» tra i due Paesi. Un tasto, questo, su cui la Casa Bianca sta battendo, per cercare di incunearsi nelle relazioni tra Russia e Cina. Probabilmente i pesanti dazi appena imposti da Trump a Pechino vanno letti (anche) in quest’ottica: dazi da cui Mosca è stata invece significativamente esentata. Certo, la Casa Bianca ha fatto presente che sono già in essere pesanti sanzioni contro la Russia: ragion per cui, ha precisato, non vigono al momento relazioni commerciali significative con questo Paese. Tuttavia, è interessante notare come i dazi reciproci siano stati annunciati da Trump negli stessi giorni in cui Dmitriev incontrava Witkoff a Washington. Insomma, probabilmente il presidente americano continua ad alternare il bastone alla carota.
Nel frattempo, si sta muovendo anche la Santa Sede. Ieri, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, si è sentito con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Secondo una nota della Santa Sede, «il dialogo è stato dedicato al quadro generale della politica mondiale, con particolare attenzione alla situazione della guerra in Ucraina e ad alcune iniziative volte a fermare le azioni belliche». La Russia, dal canto suo, ha espresso «gratitudine alla Santa Sede per la sua assistenza nel risolvere le questioni umanitarie».
Frattanto, è sempre più evidente come il dossier ucraino si intersechi con quello mediorientale. Ieri, il Cremlino ha detto che la questione iraniana va «risolta solo con mezzi politici e diplomatici». «Stiamo lavorando per ripristinare le nostre relazioni con gli Stati Uniti, ma anche l’Iran è un nostro partner, un nostro alleato, con il quale intratteniamo relazioni molto sviluppate e multiformi», ha proseguito. La Russia ha perso significativa influenza in Medio Oriente nel corso del 2024 a causa sia della caduta di Bashar Al Assad che dell’indebolimento di Teheran. Per cercare di recuperare terreno, Putin, a inizio marzo, si era proposto come mediatore nelle eventuali negoziazioni tra Washington e l’Iran per stipulare un nuovo accordo sul nucleare. Trump potrebbe riconoscere questo ruolo allo zar in cambio di un suo ammorbidimento sul dossier ucraino. La pressione a cui la Casa Bianca sta sottoponendo il regime khomeinista per costringerlo a trattare potrebbe quindi essere letta anche come un indiretto avvertimento al governo russo.
Governo russo che, giovedì, ha ospitato una conferenza con i ministri degli Esteri di Mali, Burkina Faso e Niger: i tre Paesi africani che, de facto sotto l’egida di Mosca, hanno creato, nel 2024, una confederazione politico-militare chiamata Aes. Nell’occasione, Lavrov ha accusato Kiev di tentare di destabilizzare la regione del Sahel. Segno, questo, che il Cremlino punta ad aumentare la propria pressione sul fianco meridionale della Nato. La maggiore attenzione russa alla Libia e allo stesso Sahel è del resto una conseguenza indiretta dello schiaffo subito in Siria da Mosca l’anno scorso.
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