La ricandidatura di Biden è già zoppa: il Deep State americano rema contro
Joe Biden (Ansa)
  • Mentre l’annuncio ufficiale tarda ad arrivare, la nuova fuga di notizie dal Pentagono scuote la Casa Bianca che ora è in imbarazzo con Israele e con i Five eyes. Sempre più difficile credere che si tratti di incidenti.
  • Gli Usa difendono l’alleato dalle accuse del «Washington Post»: «Prove inesistenti». Mentre Seul parla di fuga di «documenti falsificati». Kiev: «La controffensiva ci sarà».

Lo speciale contiene due articoli.

E se i recenti leak del Pentagono fossero un modo per cercare di impedire una ricandidatura di Joe Biden? L’ipotesi è ardita, ma neanche troppo fantasiosa. Non è d’altronde la prima volta che si verificano situazioni del genere, da quando il diretto interessato si è insediato alla Casa Bianca.

A maggio dell’anno scorso, il presidente tenne una telefonata con il segretario alla Difesa, Lloyd Austin, il direttore della Cia, William Burns, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Avril Haines, lamentandosi delle fughe di notizie che si erano registrate poco prima: fughe che avevano rivelato come i servizi americani avessero assistito Kiev nell’affondamento dell’incrociatore Moskva e nell’uccisione di vari generali russi. E che dire dei tre oggetti misteriosi, abbattuti dall’aviazione americana a febbraio nei cieli di Alaska, Michigan e Yukon? Un dossier gestito in modo goffo e surreale, che ha attirato al presidente numerose critiche. Accuse di scarsa trasparenza gli sono arrivate da parlamentari dem e repubblicani, mentre è abbastanza inverosimile che né il Pentagono né i servizi abbiano informazioni più precise su quei misteriosi marchingegni. Senza dimenticare che, il 12 febbraio, Northcom (che fa capo al Pentagono) avallò ufficialmente l’ipotesi che quegli oggetti potessero essere di matrice extraterrestre: un’assurdità, che la Casa Bianca fu costretta a smentire 24 ore più tardi.

E adesso l’imbarazzo sta crescendo a causa dei nuovi leak. Se il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’indagine, il Consiglio per la sicurezza nazionale non esclude che la fuga di notizie possa essere ancora in corso, mentre tra i documenti coinvolti almeno alcuni risulterebbero «modificati». Frattanto, le commissioni Intelligence di Camera e Senato sono piuttosto irritate e stanno chiedendo, ancora una volta, maggior trasparenza all’amministrazione Biden. Inoltre, al di là del danno in termini di credibilità internazionale, la Casa Bianca si sta trovando in difficoltà anche con partner e alleati che, secondo i leak, Washington avrebbe fondamentalmente spiato: dall’Ucraina alla Corea del Sud, arrivando a Israele. E proprio con lo Stato ebraico si registra la tensione più alta, dopo che uno dei documenti trapelati ha lasciato intendere che i vertici del Mossad avrebbero spinto i loro funzionari a partecipare alle proteste contro la riforma giudiziaria del premier, Benjamin Netanyahu: una circostanza, bollata dall’agenzia d’intelligence israeliana come «completamente falsa e assurda». Va da sé come un simile quadro danneggi Biden sul piano internazionale, aggravando il suo già drammatico isolamento in Medio Oriente. Dulcis in fundo – si fa per dire – questi leak hanno causato dei malumori anche in seno ai Five eyes: l’alleanza in materia d’intelligence tra Usa, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Lunedì, il governo di Ottawa, pur ribadendo il proprio impegno negli stessi Five eyes, si è infatti rifiutato di commentare «su presunte informazioni trapelate».

La situazione è complessa e alla sua base si scorge la disastrosa evacuazione dall’Afghanistan dell’agosto 2021: all’epoca, si registrarono forti tensioni su questo dossier tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, così come tra la Casa Bianca e i servizi. Tra l’altro, quella crisi ha rappresentato l’origine del declino politico di Biden ed è abbastanza verosimile che abbia guastato notevolmente i suoi rapporti con le alte sfere dell’intelligence e dell’esercito. D’altronde, era aprile 2021 quando la rivista Foreign Policy riferì che, già ai tempi del suo incarico come vicepresidente, Biden intratteneva relazioni un po’ turbolente con il Pentagono rispetto a varie questioni: dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e per l’uccisione di Osama bin Laden. E attenzione: il disastro afghano rappresenta un dossier tutt’altro che chiuso. Giovedì, l’amministrazione Biden ha pubblicato un documento in cui ha cercato di attribuire tutte le colpe di quella débâcle non solo a Donald Trump ma anche (significativamente) ai servizi segreti. Inoltre, i deputati repubblicani hanno avviato un’indagine parlamentare sul tema due mesi fa, chiedendo insistentemente di visionare tutte le comunicazioni intercorse tra l’attuale amministrazione americana e i talebani: una richiesta che onestamente suscita degli interrogativi.

Insomma, ci sono due ipotesi. O questo caos è frutto di mera incompetenza da parte degli apparati. Oppure questi apparati (o pezzi di essi) stanno remando contro Biden, per scongiurare un suo bis alla Casa Bianca. Certo: è pur vero che il diretto interessato ha appena ribadito di avere intenzione di correre nuovamente.

Tuttavia l’annuncio ufficiale di ricandidatura, che tutti attendevano per inizio febbraio, non ha ancora avuto luogo e, secondo il sito Axios, non se ne saprà nulla prima dell’estate o addirittura dell’autunno. Perché questi rinvii? Forse perché il presidente sta incontrando delle resistenze? Non è dato saperlo. Ma è lecito almeno supporlo. Anche perché, al di là del destino politico di Biden, il quadro complessivo è preoccupante: secondo la testata The Intercept, le indagini per fuoriuscita di documenti riservati sono aumentate ai tempi dell’amministrazione Obama, per subire poi un incremento all’epoca di Trump. Difficilmente i recenti leak del Pentagono possono quindi essere considerati un frutto del caso. E intanto l’indecisione di Biden può costar caro a un partito, quello democratico, che rischia di avvicinarsi impreparato all’appuntamento presidenziale del 2024.

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