C’è la rete Obama-Clinton dietro il disastro afgano
  • La fallimentare gestione del ritiro è solo in parte colpa di Joe Biden che ha pescato, per i ruoli chiave, nel «vivaio» dem. Il segretario di Stato, il consigliere per la sicurezza e il capo del Pentagono sono legati ai network di potere degli ex presidenti.
  • Prima fatwa del regime talebano contro le donne, abolite le classi miste: «Sono il male della società». Ancora scontri all’aeroporto, tre morti. Controffensiva a nord della capitale, ammazzati 20 estremisti.
  • I «barbuti» sono entrati in possesso di 600.000 fucili, aerei, droni e veicoli blindati. L’unico problema è che non sanno come utilizzarli. E per questo cercano «docenti».

Lo speciale contiene tre articoli.

L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca fu da molti salutato come il ritorno della competenza ai vertici del governo statunitense. Addirittura, lo scorso 24 novembre, la rivista Vogue pubblicò un articolo intitolato: «Le scelte del gabinetto di Joe Biden inviano un messaggio chiaro: gli adulti sono tornati al comando». In particolare, si elogiava il nuovo presidente per aver nominato nella sua nascente amministrazione figure dal curriculum impeccabile: gente formatasi all’Ivy League e con importanti esperienze negli apparati governativi. L’esatto opposto – si disse – degli «scappati di casa» di cui si era attorniato Donald Trump.

Eppure oggi vediamo che le cose si sono rivelate più complicate del previsto. Perché, dietro il disastro operativo e strategico della ritirata afghana (operazione che anche Trump avrebbe effettuato), si celano gli errori di questa classe dirigente tanto lodata. Oltre all’inverecondo caos delle evacuazioni, il Pentagono si sta poco elegantemente rimpallando le responsabilità della Caporetto con i servizi segreti, mentre il Wall Street Journal ha rivelato che, il 13 luglio, l’ambasciata americana di Kabul avesse avvertito il segretario di Stato, Tony Blinken, di un possibile imminente crollo del governo afghano. Ecco che quindi si ravvisano notevoli responsabilità ai più alti livelli dell’attuale amministrazione americana. Un elemento che certifica il fallimento di una classe dirigente forgiata negli anni all’ombra dei potenti network di Barack Obama e della famiglia Clinton.

Blinken, per esempio, è stato membro del National security council durante la presidenza di Bill Clinton. Sotto Obama, ha invece servito prima come vice consigliere per la sicurezza nazionale e successivamente come vicesegretario di Stato. Non solo: nel 2017 ha fondato la società di consulenza WestExec, insieme a Michèle Flournoy: ex sottosegretaria alla Difesa di Obama, che aveva già ricoperto alcuni incarichi nell’amministrazione Clinton. Ancora più vicino ai Clinton è poi l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, che fu vice capo dello staff di Hillary Clinton, durante il servizio di quest’ultima come segretario di Stato. Sullivan sarebbe poi diventato consigliere dell’ex first lady ai tempi della sua (sfortunata) candidatura alla Casa Bianca nel 2016. Saldi agganci nell’establishment democratico sono poi ravvisabili anche nel curriculum dell’attuale capo del Pentagono, l’ex generale Lloyd Austin. Nominato comandante di Centcom da Obama nel 2012, ha fatto successivamente parte di Pine Island: società in cui era presente lo stesso Blinken e di cui fa ancora oggi parte la Flournoy.

Insomma, tre dei principali responsabili di quanto sta accadendo in Afghanistan – Austin, Sullivan e Blinken – intrattengono strettissimi e storici legami con i network di Obama e dei Clinton. Eppure gli «adulti» celebrati da Vogue non sembra stiano esattamente svolgendo un gran lavoro (andrebbe forse a tal proposito ricordato che la direttrice della ben nota rivista patinata, Anna Wintour, sia amica e sostenitrice di Hillary Clinton). D’altronde, al di là di Vogue, anche molta altra stampa si impegnò in un’operazione simpatia per sostenere i «competenti» di Biden: ci fu per esempio chi rimarcò come Blinken avesse un autografo di John Lennon. Eppure, se anziché parlare di gusti musicali si fosse andati a scandagliare le carriere pregresse di questi signori, sarebbero forse emersi sin da subito dei campanelli d’allarme. Eh sì, perché Blinken e Sullivan (insieme alla Flournoy e alla Clinton) furono per esempio tra i principali fautori del disastroso intervento bellico in Libia del 2011. Proprio Sullivan, tra l’altro, rimase coinvolto – insieme alla sua principale di allora – nella malagestione che avrebbe portato alla crisi di Bengasi l’anno successivo. Tutto questo, mentre, da comandante di Centcom, Austin fu messo sotto torchio dal Senato nel 2015 per il fallimentare addestramento delle forze di combattimento contro l’Isis in Siria. Ecco che allora il collasso afghano è qualcosa che va ben oltre le pur gravi responsabilità personali di Biden. È qualcosa semmai che affonda le proprie radici in una rete di potere e alleanze principalmente riconducibile ai Clinton: una rete che, da almeno due decenni, ha consolidato la propria influenza all’interno del Partito democratico. Con i risultati che stiamo vedendo in questi giorni. E per favore: non si venga a dire che l’accordo per il ritiro l’ha fatto Trump. Primo: sulla disastrosa evacuazione l’ex presidente repubblicano non c’entra nulla. Era l’attuale amministrazione che avrebbe semmai dovuto organizzarsi per tempo. Secondo: la storia non si fa coi i se e con i ma. Non sapremo mai pertanto come, in un eventuale secondo mandato, Trump avrebbe gestito il ritiro. Terzo: se Biden considerava quell’accordo sbagliato, avrebbe potuto sconfessarlo (così come ha fatto con altre eredità trumpiane). La retorica della «competenza» ci aveva garantito che l’attuale amministrazione dem avrebbe risollevato l’America. Oggi, invece, non ci resta che stendere un velo pietoso.


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