- Gli «studenti coranici» promettono una amnistia generale. Il pugno di velluto dell’Ue: non riconosceremo l’emirato.
- L’oppio diventerà il motore del Pil. Il sospetto: anche settori del governo locale nel ricco business degli stupefacenti.
- La Farnesina tace sugli italiani da rimpatriare dalla capitale. Il ministero degli Esteri al rilento anche sulla evacuazione degli ex aiutanti minacciati dai miliziani. Forse si deciderà qualcosa lunedì prossimo.
Lo speciale contiene tre articoli.
Un comunicato ufficiale dei talebani diffuso ieri riassume in maniera efficace le ragioni della loro avanzata in Afghanistan, che appare inarrestabile, dopo il ritiro delle truppe Nato. Il gruppo ha promesso un’«amnistia generale» per chi ha collaborato con il governo di Kabul e le «forze occupanti», ossia quelle internazionali guidate dagli Stati Uniti: «Le braccia dell’Emirato islamico sono aperte a loro», ha detto il portavoce Zabihullah Mujahid. Nel comunicato dell’Emirato islamico c’è spazio anche per un’accusa al governo di aver diffuso «false notizie» in merito alle violenze contro i civili commesse dai guerriglieri e una rassicurazione che i diplomatici stranieri «non verranno toccati», così come le proprietà private e imprenditoriali.
Mujahid ha descritto l’avanzata come una dimostrazione della «popolarità» che gli «studenti coranici» godono tra la popolazione afghana. L’impressione è che la gente o scappa o passa con loro. Ciò spiegherebbe anche perché in alcune città i talebani sembrano essere spuntati dal nulla, da un giorno all’altro.
La conquista di 18 capoluoghi di provincia in una settimana (di cui ben sei in poco più di 12 ore) «non è possibile con l’uso della forza», ha sostenuto il portavoce degli insorti. Dopo Herat e Kandahar, seconda e terza città del Paese, i talebani hanno consultato anche Lashkar Gah, un’altra città strategica nel Sud del Paese.
L’Afghanistan sembra essere tornato indietro di due decenni. In questi giorni circola sui social media una copertina della rivista americana Time di fine 2001: la scritta «Gli ultimi giorni dei talebani» su uno sfondo nero, sulla destra la figura del mullah Mohammed Omar, guida di quell’Emirato islamico dell’Afghanistan che protesse Al Qaeda e il suo leader Osama bin Laden e che fu spazzato via dalla guerra al terrorismo iniziata dagli Stati Uniti soltanto due mesi prima. Una prima pagina invecchiata male: basti pensare che secondo molti analisti l’avanzata in corso ricorda proprio quella travolgente con cui i talebani, alla metà degli anni Novanta, arrivarono ad instaurare il Califfato guidato dal mullah Omar.
Kabul rischia di essere la prossima città a cadere. Con la conquista di Pul-e Alam, capoluogo della provincia di Logar, i talebani si avvicinano sempre di più alla capitale: ora sono a circa 50 chilometri a sud ovest di Kabul, con l’autostrada Kabul-Logar che conduce nel cuore della capitale.
Se la Russia non prevede l’evacuazione dell’ambasciata a Kabul, come comunicato ieri con una nota che suona come una dimostrazione di forza in particolare agli Stati Uniti, la situazione in Afghanistan preoccupa il mondo occidentale. Ben Wallace, ministro della Difesa britannico, ha evocato scenari da «guerra civile», ha definito quello dell’ex presidente statunitense Donald Trump con i talebani un «accordo marcio» e ha sostenuto che la decisione «degli Stati Uniti» di ritirarsi dall’Afghanistan «strategicamente sta creando molti problemi». «Gli Stati falliti in tutto il mondo causano instabilità e costituiscono una minaccia alla nostra sicurezza e ai nostri interessi», ha aggiunto, spiegando che se l’Afghanistan tornasse a ospitare Al Qaeda come prima dell’11 settembre il Regno Unito avrebbe il diritto di difendersi (tradotto: tornare con «gli stivali sul terreno»).
Anche questo avvertimento, che lascia filtrare un timore, rivela la poca fiducia che Londra ripone nell’accordo tra Washington e i talebani firmato a Doha nel febbraio 2020. Un patto il cui primo punto prevede «garanzie e meccanismi di applicazione che impediranno l’uso del territorio dell’Afghanistan da parte di qualsiasi gruppo o individuo contro la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati».
Intanto Stati Uniti e Regno Unito precedono parallelamente all’evacuazione dei loro cittadini dal Paese con l’invio di rispettivamente 3.000 e 600 uomini per garantire la sicurezza delle procedure. Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha promesso, dopo una riunione d’urgenza con gli ambasciatori dei 30 Paesi membri, il sostegno dell’Alleanza al governo afghano e annunciato che la presenza diplomatica a Kabul rimarrà. La Germania ha annunciato lo stop ai progetti di cooperazione nelle aree conquistate dai talebani e ridotto il personale dell’ambasciata a Kabul. La Francia ha ribadito l’invito ai suoi cittadini di abbandonare il Paese e promesso uno «sforzo straordinario» per chi si batte per i diritti umani in Afghanistan. La Norvegia e la Danimarca hanno chiuso l’ambasciata a Kabul. La Finlandia ha deciso di evacuare il personale. La Svizzera ha deciso di far rientrare il personale dal suo ufficio di cooperazione. L’Iran, che la Russia sta cercando di coinvolgere nei colloqui internazionali, ha dichiarato che i suoi confini sono sotto controllo.
Poi c’è l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, che avverte: «Se verrà ricreato un emirato islamico i talebani affronteranno il non riconoscimento». Ma l’Unione europea, da sempre restia a usare la forza, parte per questo sempre in svantaggio rispetto a chi non ha questo timore.
Ma la situazione attuale in Afghanistan è sinonimo anche di crisi umanitaria. «Sono circa 400.000 i civili che sono stati costretti a lasciare le loro case dall’inizio dell’anno, e che vanno ad aggiungersi ai 2,9 milioni di afghani già sfollati nel Paese alla fine del 2020», si legge in comunicato diffuso ieri dall’Unchr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Numeri che inevitabilmente ricordano all’Europa uno scenario tipo 2015 con un milione di migranti in fuga dal Medio Oriente.
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