Lo speciale contiene due articoli
Ci sarà o no, il matrimonio tra il M5s ed Europe en marche, lo spin off europeo del partito del presidente francese Emmanuel Macron? Da due giorni, dopo un articolo del Foglio, se ne parla diffusamente, al punto che una possibile convergenza tra grillini e macroniani pare condizionare (o forse punta proprio a condizionare) le imminenti consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo. Un durissimo comunicato diffuso ieri pomeriggio pareva stroncare ogni velleità: «Non è stato intrapreso alcun negoziato con il M5s per la formazione di un’alleanza a livello europeo», spiegava la presidente di Eem, Marianne Escurat. «I valori di apertura e umanesimo» sui quali si fonda Europe en marche, prosegue la nota, «sono incompatibili con le posizioni demagogiche, populiste e apertamente euroscettiche del M5s».
Ma in tarda serata il comunicato sarebbe stato ritirato, a dimostrazione che qualcosa bolle in pentola, eccome. Il corteggiamento era iniziato già qualche mese fa, con una lettera a firma Luigi Di Maio che rassicurava il capo dell’Eliseo sulle future intenzioni dei pentastellati in caso di vittoria alle elezioni politiche. «Presidente Macron», così Di Maio nella missiva, «il Movimento 5 stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa. Sono sicuro», concludeva sibillino il leader pentastellato, «che quando ci conosceremo meglio coglierà che il nostro Movimento, oltre a non essere una minaccia, piuttosto coltiva le soluzioni migliori per molti dei problemi d’Europa». Salvatore Merlo sul Foglio di mercoledì parlava di «manovre iniziate», mentre ieri sullo stesso quotidiano l’ex premier Mario Monti, conversando con il direttore Claudio Cerasa, auspicava che il M5s si esercitasse a diventare «Macron-compatibile». Ancora più esplicito sul Corriere Shahin Vallée, fedelissimo di Macron nonché uomo di George Soros, che – intervistato da Federico Fubini – parlava apertamente di assenza di pregiudizi nei confronti del M5s, a patto però che quest’ultimo evitasse di formare alleanze di governo con Matteo Salvini. Un tentativo di affrancare i grillini dalla Lega e contemporaneamente spingerli verso il Pd? Nel caso, pare essere a rischio proprio per l’eccesso di zelo degli stessi partecipanti al dibattito. Lo stop dei macroniani pare chiude inoltre un canale utile al M5s per alzare la posta nei negoziati per Palazzo Chigi: fino al comunicato, poi ritirato, da parte dei grillini non erano arrivate smentite alla cosa. Fonti vicine alla pratica raccontano di un dissidio tra i macroniani all’Europarlamento, ostili all’intesa, e uomini della cerchia stretta dell’inquilino dell’Eliseo che sarebbero invece favorevoli, anche su diretta sollecitazione italiana in chiave anti dialogo con il centrodestra.
Lo scorso 26 settembre, nel suo discorso «per un’Europa sovrana, unita e democratica» tenuto alla Sorbona di Parigi, Macron aveva sottolineato la necessità di mettersi al lavoro per «costruire la sovranità europea». Definire i contorni del progetto politico di Macron potrebbe sembrare prematuro, ma in realtà il contenuto della narrazione è già stabilito. Il nuovo soggetto nasce con il dichiarato scopo di replicare nel 2019, alle Europee, il successo conseguito in patria.
La ripresa è in effetti in atto per molti, ma la paura del ritorno dell’austerità è benzina sul fuoco per i movimenti euroscettici. Macron sa benissimo che se l’Ue e l’euro non cambieranno, il declino già in atto potrà solo accelerare. Ma in gioco c’è soprattutto la supremazia in ambito continentale.
La strada per Macron è comunque tutt’altro che in discesa. Il primo bivio riguarda la possibilità di creare già da oggi un gruppo al Parlamento europeo. Sulla carta reperire i deputati non sarebbe un problema, ma l’orientamento sembra essere quello di concentrare gli sforzi nella campagna elettorale del prossimo anno. Le resistenze a cui va incontro il presidente sono fortissime. Il primo ostacolo è rappresentato delle velleità egemoniche della Germania di Angela Merkel. Fino a oggi Parigi e Berlino hanno dato prova di voler garantire la tenuta dell’asse, arrivando a formulare una proposta comune di riforma sulla moneta unica. Tuttavia, i momenti di tensione non sono mancati. Qualche settimana fa il ministro dell’Economia d’Oltralpe, Bruno Le Maire, aveva definito inaccettabile l’insistenza dei tedeschi sulla ristrutturazione automatica del debito. L’intransigenza sui temi di finanza pubblica rischia di diventare un boomerang per Berlino, tanto da mettere a rischio la nomina del «falco» Jens Weidmann alla presidenza della Bce.
C’è poi la fronda degli altri partiti europei, con liberali e socialdemocratici che temono che la formazione macroniana possa erodere il loro consenso. I tavoli sono in corso da settimane. «Noi non mangeremo Macron e Macron non mangerà noi», ha rassicurato il presidente dell’Alde, Hans Van Baleen, annunciando un accordo alla pari per le elezioni del 2019. Non mancano però divergenze e scetticismi su più di un punto del programma, tanto da far apparire già oggi piuttosto traballante un eventuale accordo. A rendere ancora più complicato il cammino, le schermaglie con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, che ha rimproverato Macron di non aver ancora dichiarato chiaramente le alleanze politiche a livello europeo. Dal canto suo, il presidente francese ha invece criticato il meccanismo caldeggiato dallo stesso Juncker che prevede la nomina a presidente della Commissione per il leader del partito più votato (Spitzenkandidaten), giudicato poco trasparente e distante dalla volontà popolare.
Antonio Grizzuti
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