Prima ci fa la morale, poi Macron vende a Xi Jinping 300 Airbus
Ansa
  • Il memorandum sulla Via della seta riduce l’influenza degli Usa e ci permette di smarcarci dai vincoli europei, che rendono la ripresa impossibile. Ma per assecondare Donald Trump il governo vara lo scudo sul 5G: si applicherà anche alle forniture di beni e servizi.
  • «Senza la fiducia del Vaticano niente Via della seta». Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», rivendica il ruolo della Chiesa. Giuseppe Conte: «Seguo il dialogo fra Pechino e Santa sede» .
  • Nuovi accordi con Parigi Pechino compra 300 Airbus. Oggi pure Angela Merkel e Jean-Claude Juncker all’incontro fra Emmanuel Macron e il leader del Dragone.

Lo speciale comprende tre articoli.

Il viaggio di Xi Jinping in Italia e in Europa alza il velo su numerose ipocrisie. Prima su tutte una Unione piena di bachi, che nasconde la propria fragilità economica dietro l’impalcatura degli accordi, e non sembra disposta a comprendere il cambio di passo che arriva da Est e pure da Ovest. Per questo gli accordi con la Cina sono al tempo stesso opportunità e pericolo. Consentono al nostro Paese di uscire dagli schemi europei, ma ci espongono a eventuali rappresaglie americane. Non è un caso che, nel decreto che regola i rapporti con la Gran Bretagna in caso di Brexit firmato ieri dal presidente della Repubblica, sia spuntato lo scudo sulle attività del 5G.

In pratica, come anticipato dal Sole 24 Ore, il testo aggiorna la legge del 2012 e stabilisce che costituiscono «attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G».

Il successivo comma spiega che il meccanismo di tutela dello Stato scatterà – ed è una novità rispetto alla vecchia normativa – anche nel caso di forniture di materiali e servizi, e non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie. Si tratta chiaramente della rassicurazione che Donald Trump ha chiesto più volte. Se però il nostro Paese sarà in grado da gestire questo particolare aspetto del futuro tecnologico dell’economia tricolore, potrà cogliere le altre opportunità e soprattutto uscire dal dualismo dell’asse francotedesco. Sul fatto che sia arrivato il momento di scardinare lo schema non dovrebbero esserci più dubbi. Ieri uno studio dell’istituto dei sindacati europei dell’Etuc ha dimostrato chiaramente che i salari reali in media sono più bassi oggi di dieci anni fa in Italia e in altri sette Paesi Ue. C’è invece stato un boom nei Paesi dell’Est, in Francia e in Germania.

In pratica seguendo uno schema simile all’andamento della produttività che vede l’Italia all’ultimo posto nella classifica dei Paesi euro. Nel periodo 2009-2019, gli stipendi aggiustati rispetto all’inflazione sono scesi del 23% in Grecia, dell’11% in Croazia, del 7% a Cipro, del 4% in Portogallo, del 3% in Spagna, del 2% in Italia e dell’1% in Gran Bretagna e Ungheria. In Germania invece sono aumentati dell’11% e in Francia del 7%. La Bulgaria spicca con un +87%, seguita a distanza dalla Romania (+34%), dalla Polonia (+30%), e dai Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia, tra il +21% e il +20%). Al di là dei commenti dei sindacati che chiedono nuovi contratti nazionali (boicottando quelli aziendali che potrebbero essere una soluzione interessante), il dato da analizzare è l’andamento nel decennio. Man mano che l’Europa a motrice francotedesca si è allargata a Est, i tradizionali Paesi periferici hanno visto la concorrenza delle buste paghe dai neo membri. Le politiche inclusive di Francia e Germania hanno permesso di assorbire il trend dei costi orari. Cosa che non è avvenuta per il nostro Paese, e nemmeno per la Gran Bretagna. La discutibile scelta della Brexit nasce da questo handicap e gli analisti politici non possono non tenerne conto. L’Italia, che certamente resta gravata da un debito pubblico difficilmente sostenibile, non può restare ancorata a vincoli europei che non sono in grado di portare soluzioni concrete né al calo della produttività né al crollo dei salari. Quando Usa e Cina troveranno un accordo sui dazi – e accadrà perché Trump ha necessità di portare un risultato concreto ai propri elettori in vista della tornata di voto del 2020 – e i due colossi faranno pace, il Vecchio continente si troverà schiacciato come un vaso fragile.

A quel punto sperare in accordi bilaterali sarà una benedizione. Meno di due settimana fa Trump ha ribadito: «Se l’Ue non parla con gli Usa, imporremo dazi su molti dei loro prodotti». Parole che allungano un’ombra sull’imposizione di nuove tariffe doganali su auto e componentistica prodotte fuori dagli Usa e importate negli Stati Uniti.

E la mossa sarà tanto più rigida quanto gli accordi con la Cina saranno equilibrati. Esattamente il contrario di quanto Jean-Claude Juncker ha sempre sbandierato. Senza contare che chi ha sperato dieci anni fa negli accordi quadro attorno al volano del Wto ha dovuto ammettere quanto l’idea sia stata un fallimento. Dopo Lehman Brothers, il mondo è cambiato, si è evoluto e ha portato a politiche protezionistiche. Queste non si combattono con accordi multilaterali ma bilaterali. L’Europa non lo capisce, perché dovrebbe ammettere la propria inutilità. Per tutti questi motivi la strada verso la Cina vale la pena essere percorsa anche se imporrà difficili equilibrismi. Alle nostre spalle c’è l’immagine di Juncker, Emmanuel Macron e di Angela Merkel che cercano di intestarsi una Via comune della seta. Meglio non guardarsi indietro.


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