La Germania si rifà la mega armata. Diktat americano sui soldi alla Nato
Esercito tedesco
  • Il ministro Boris Pistorius: «Reclutiamo 60.000 uomini. Si dica che Mosca è la principale minaccia o non riusciremo a giustificare il riarmo». Il capo del Pentagono preme per il 5% del Pil in spese militari. L’Italia: «Entro il 2035».
  • Donald Trump svela di aver provato a contenere lo zar, ma ammette: «Colpirà in modo pesante, tra lui e Kiev niente accordi. Senza tregua sarò durissimo con la Russia».

Lo speciale contiene due articoli

Dopo il Regno Unito, tocca alla Germania. Ieri, Londra ha ribadito che investirà per migliorare la «letalità» e la «prontezza» del suo esercito. Poi, a margine della ministeriale Nato di Bruxelles, il titolare della Difesa tedesco ha annunciato che Berlino recluterà «50-60.000 soldati», al fine di soddisfare i nuovi obiettivi di capacità dell’Alleanza atlantica. Anche se, almeno per adesso, non occorrerà il ripristino della leva, di cui pure si era parlato mesi fa.

Dal momento che è la maggiore economia europea, ha aggiunto Boris Pistorius, il Paese «fornirà il secondo pacchetto di capacità più consistente all’interno della Nato, ad esempio attraverso la costituzione e il completo equipaggiamento di nuove unità a livello di brigata e il pieno equipaggiamento delle proprie brigate da combattimento». Una gara al riarmo resa possibile dalla riforma costituzionale approvata dal Bundestag, che ha rappresentato, a parere dell’esponente socialdemocratico, «un cambio di paradigma», sbloccando 1.000 miliardi di investimenti pubblici. Mossa elogiata da Donald Trump, che ha ricevuto il cancelliere Friedrich Merz nello Studio ovale, con cui ha discusso anche della presenza di truppe Usa sul suolo tedesco. Se Uk e Germania, oggi, non avessero in comune l’avversario russo, sembrerebbe di essere tornati ai prodromi della prima guerra mondiale.

Con franchezza, il ministro teutonico ha sottolineato l’importanza politica di identificare nemico esterno. Secondo Pistorius, nelle dichiarazioni conclusive del summit dell’Aja, che inizierà il 24 giugno, si dovrà affermare che Mosca è la principale minaccia per la Nato: «Altrimenti, sarebbe difficile anche per noi spiegare» ai cittadini perché le spese militari debbano aumentare. E perché la Germania, da nazione smobilitata, debba ridiventare una potenza marziale. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha lanciato un’accusa pesante all’Ue: intende scagliare «un attacco preventivo» ai danni della Russia.

Il vertice belga di ieri si è aperto nel segno delle pretese americane in merito agli impegni finanziari dei membri della coalizione. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è stato esplicito: «Gli Stati Uniti sono orgogliosi di essere qui al fianco dei nostri alleati, ma il nostro messaggio continuerà a essere chiaro: deterrenza e pace attraverso la forza. Ma non può trattarsi di fare affidamento» soltanto su Washington. «Non può e non deve esserci una dipendenza dall’America in un modo con molte minacce». L’uomo di Trump ritiene che, in Olanda verrà formalizzato l’obbligo, in capo agli Stati Nato, di portare le spese per la Difesa al 5% del Pil. In molti, ha riconosciuto Hegseth, già «superano ampiamente il 2%», però, in generale, «è tempo per l’Europa di fare di più». Lo scopo di tutto ciò, ha osservato il segretario generale dell’organizzazione, Mark Rutte, è riequilibrare i contributi del Vecchio continente, del Canada e degli Usa.

I baltici sono entusiasti; per l’Italia è un problema. Nel 2024 e nel 2025, il rapporto tra somme erogate per acquisti di mezzi militari e Prodotto interno lordo si attesterebbe all’1,3%. Distante persino dal minimo sindacale del 2, al quale, ad esempio, Madrid si atterrà quest’anno. I target Nato sono onerosi: un incremento del 30% delle capacità belliche rispetto al tetto stabilito nel 2021, che, in ogni caso, è stato realizzato solo al 60-80%. Dunque, l’aumento effettivo oscillerà tra il 50 e l’80%. Rutte ha definito «storica» l’intesa.

Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha subito fatto qualche precisazione sui desiderata del Pentagono: «Il tema sul tavolo del leader» all’Aja, ha dichiarato, seguito a ruota dallo stesso Rutte, «sarà quello di un 3,5%» del Pil da destinare alla Difesa e di un ulteriore 1,5% per capacità parallele, da sviluppare entro un termine che Roma e Londra vorrebbero spostare dal 2032 al 2035. Sarà necessario acquisire più personale e il ministero sta già «elaborando un piano». Crosetto, qui più diplomatico di Pistorius, ha voluto sottolineare che non considera la Russia «una nazione nemica», ma che è preoccupato dal suo riarmo: vanta numeri «mai visti dalla fine della guerra fredda» e «siccome la Russia non programma mai nulla per caso, mi chiedo a cosa servono».

Occhio a quell’1,5% cui ha accennato il ministro: è lì che ci si potrebbe ricavare un margine di manovra, per evitare le «scelte dolorose» evocate ieri, in un’intervista sulla Stampa, dal commissario Ue per l’Economia, Valdis Dombrovskis. Il quale ha ricordato che è possibile attivare le clausole di salvaguardia per la sospensione del Patto di stabilità e ha sollecitato un dirottamento dei fondi del Pnrr al settore militare. Crosetto ha ripetuto che, sui vincoli di bilancio, non è stata ancora presa una decisione. Il vicepremier Antonio Tajani, che ha rinfacciato agli Usa la contraddizione tra il chiedere più investimenti e l’imporre dazi, ha invece rispolverato una soluzione ingegnosa: far rientrare nel 5% imposto dalla Casa Bianca anche spese affini. Tipo quella per il Ponte sullo stretto di Messina, «fondamentale per garantire la sicurezza».

Intanto, sul business del riarmo si sta tuffando la Turchia, la quale preme sull’Europa affinché acquisti i suoi prodotti. Il levantino perde il pelo, ma non il fiuto per gli affari.

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