La narrazione ufficiale è già pronta, su due distinti piani. In apparenza, ad un primo livello, saranno valorizzati gli impegni ufficiali di Sergio Mattarella a Parigi e la dimensione soprattutto culturale di questo viaggio (non a caso il Capo dello Stato sarà accompagnato dal ministro Gennaro Sangiuliano): la notevole esposizione che il Louvre dedica a Napoli (Naples à Paris, da oggi a dicembre, anche con l’arricchimento di opere giunte dal Museo di Capodimonte)
Ma poi c’è il secondo livello, quello più politico. Al di là dell’inaugurazione congiunta della mostra, Emmanuel Macron e Sergio Mattarella si vedranno all’Eliseo per un pranzo privato. Una nota della presidenza francese, solo apparentemente neutra, enfatizza il senso della visita e dell’incontro, che «testimonia il rapporto di fiducia e amicizia tra i due presidenti e i legami eccezionali che uniscono i nostri due Paesi».
E qui non occorre chissà quale finezza politica per cogliere il non detto: e cioè il rapporto, tutt’altro che buono, tra il governo francese quello italiano. Sia chiaro: non certo per responsabilità di Roma (come pure a sinistra si cerca di raccontare qui in Italia), ma per un esplicito gioco di provocazioni condotto e orchestrato – in questi mesi – da Macron stesso, dai suoi portavoce e dall’ineffabile ministro Gerald Darmanin.
Giorgia Meloni li ha regolarmente smontati, non concedendo loro la polemica rovente che quelli a più riprese hanno cercato. E semmai la premier italiana – con elegante perfidia – ha sottolineato la valenza di politica interna francese di quelle sortite: insomma, le difficoltà di Macron stesso in patria, dove le piazze sono infiammate e il suo governo – da mesi – non dispone di una maggioranza parlamentare. Il timore di perdere prima o poi l’Eliseo, e già nel 2024 di non essere più centrale in Europa fanno il resto. Per non dire dell’Africa e del Mediterraneo, dove l’Italia marca un suo protagonismo, proprio mentre Parigi arretra e soffre.
E però – sia a Parigi che qui in Italia, a sinistra e nelle redazioni – il tentativo è quello di imbastire un racconto tutto diverso: quello di un’Italia «orbanizzata», di una torsione autoritaria in atto, e di un Mattarella unico argine e ultimo elemento di credibilità internazionale del paese.
La narrazione veicolata da troppi media è dunque fin troppo chiara: da una parte, il governo come soggetto che altrimenti sarebbe inevitabilmente isolato e screditato; e dall’altra, l’intervento «salvifico» del Colle. Con un corollario implicito: quell’intervento salvifico richiede allineamento e obbedienza, pena l’automatico richiudersi dell’ombrello.
Ecco, con il doveroso rispetto per le prerogative del Colle, è bene sottolineare che l’Italia – dal punto di vista istituzionale – non è la Francia, dove il Presidente (lì, eletto direttamente) è titolare di poteri enormi, e dove il governo è una mera emanazione dell’Eliseo. Qui in Italia – nell’attuale assetto istituzionale – le cose non stanno così, anche perché, dal 25 settembre scorso, c’è una novità: adesso c’è un governo non solo formalmente legittimo, ma pure espressione diretta di un sostanziale mandato elettorale. Ragion per cui sarà bene che la fisarmonica del Quirinale, dopo tanti anni, torni in qualche modo a comprimersi.
In questo caso – va detto – sono soprattutto alcuni giornali a spingere per allargarla, sognando una sorta di «commissariamento»: un giorno, un commissariamento più ruvido, che strattona e richiama; un altro giorno un commissariamento più paterno e paternalista, che «aiuta». Ma sempre di commissariamento si tratterebbe.
A maggior ragione nel caso italo-francese, questo schema non può funzionare. Anche perché è stato il Colle a spingere – alla fine della scorsa legislatura – per il varo di quel Trattato del Quirinale (approvato in fretta e furia) che avrebbe dovuto, nelle intenzioni di alcuni, segnare una nuova stagione di collaborazione tra Roma e Parigi. Di tutta evidenza, e per esclusiva volontà francese, per ora ci sono state solo gomitate e calci negli stinchi, altro che collaborazione. Sarà bene che Macron cambi atteggiamento. Tra l’altro, un poco di razionalità politica – in considerazione dell’elevato debito pubblico transalpino – dovrebbe indurlo a camminare fianco a fianco con l’Italia per evitare che la riforma del Patto di stabilità abbia effetti devastanti. Lo farà oppure preferirà proseguire nella guerriglia anti Meloni?
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