Il governo tenta la recita atlantista. Pompeo non la beve: «La Cina vi usa»
  • Luigi Di Maio blandisce il segretario di Stato Usa: «Garantiamo la sicurezza delle reti». Ma lui affonda: «Proteggete i vostri dati dal Partito comunista di Pechino». E sul bilaterale con Giuseppe Conte, Chigi diffonde solo una nota scarna.
  • Il presidente Luigi De Vecchis presenta il centro per la trasparenza, che aprirà tra un anno. «Basiti dagli attacchi di Washington, ma siamo pronti a farci vivisezionare dagli Stati».

Lo speciale contiene due articoli.

Poche volte, sulla scena internazionale, si assiste a una tanto evidente differenza di linguaggio, e probabilmente anche di intenzioni, tra due interlocutori. Ieri a Roma il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avuto un incontro di circa un’ora con il primo ministro Giuseppe Conte e poi con il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio.

E proprio dopo il secondo colloquio c’è stata una conferenza stampa congiunta, nella quale Di Maio ha parlato con la lingua di legno di chi dice e non dice, di chi si dichiara atlantista ma ha già aperto più di un ponte con Pechino. Poco dopo di lui, però, quando è toccato a Pompeo prendere la parola, il capo della diplomazia Usa, pur non facendo venir meno il clima di cordialità, ha messo sul tavolo con estrema chiarezza e senza infingimenti il cuore del problema, e cioè le mire strategiche del Partito comunista cinese.

Procediamo con ordine. Ecco il Di Maio che introduce e ringrazia il suo ospite: «Sono molto felice di essere qui con il segretario di Stato Pompeo con cui abbiamo avuto un dialogo amichevole e costruttivo». Poi il riferimento all’emergenza Covid: «Ringrazio gli Usa per lo straordinario aiuto che ci hanno fornito sia come governo sia con il settore privato: una solidarietà forte, articolata, che può esistere solo tra alleati strategici». E ancora: «I nostri rapporti sono eccellenti, lavoriamo per mantenerli tali, ne è prova la recente partnership spaziale». A seguire, un mezzo giro del mondo, dal ruolo della Turchia al conflitto in Nagorno Karabakh, fino a un amplissimo passaggio sulla Libia: «Contiamo moltissimo sull’influenza che gli Usa potranno esercitare sugli interlocutori libici e gli attori internazionali per evitare eventuali azioni di sabotaggio» del processo di stabilizzazione.

In conclusione, la parte del discorsetto concepita per rassicurare l’alleato americano, ma in realtà – letta tra le righe – carica di ambiguità: «L’Italia è saldamente ancorata agli Usa e all’Ue a cui ci uniscono valori e interessi comuni. Ci sono alleati, interlocutori e partner economici e commerciali. Un Paese dinamico come il nostro è aperto a nuove opportunità di investimento, ma questo non può avvenire fuori dal perimetro dei valori euroatlantici». Quanto al 5G, «ho comunicato al segretario Pompeo che abbiamo ben presenti le preoccupazioni degli alleati Usa e siamo consapevoli delle responsabilità che gravano su ogni Paese Nato quando entra in gioco la sicurezza degli alleati. L’Italia è conscia della necessità di assicurare la sicurezza delle reti 5G. Resta una nostra assoluta priorità», e per questo, ha aggiunto Di Maio scaraventando la palla in tribuna, l’Italia lavora a posizioni comuni europee, «tema fatto presente all’Altro rappresentante Josep Borrell affinché sia posto al prossimo consiglio Affari esteri». E infine, come se il tema fosse solo tecnologico e non geopolitico: «Abbiamo adottato una normativa che potenzia le possibilità di monitoraggio governativo, una normativa considerata virtuosa dall’Ue in diversi report. Tutti i contratti e le intese sono soggette a scrutinio da parte del gruppo di coordinamento per il golden power presso la presidenza del Consiglio».

Finito il compitino di Di Maio, è toccato a Pompeo, che dopo aver ricordato le sue origini italiane («è bello essere qui nella patria dei miei antenati»), ha garbatamente ma puntigliosamente ricordato l’assistenza Usa all’Italia nel post Covid, mentre Di Maio – per mesi – ha quasi sempre enfatizzato nella comunicazione pubblica la cooperazione con la Cina: «Siamo stati felici di aiutare i nostri amici italiani in tanti modi nel periodo della pandemia: abbiamo offerto forniture agli ospedali, abbiamo trasportato con aerei 86 tonnellate di aiuti medici, la nostra assistenza è stata di oltre 60 milioni di dollari fino ad oggi. Abbiamo fatto molto lavoro anche con le organizzazioni non governative e il settore privato».

Sulla base di queste premesse, Pompeo è arrivato al punto politico chiamando le cose con il loro nome: per uscire dal coronavirus occorre «attribuire le responsabilità al Partito comunista cinese per i suoi tentativi lampanti di copertura di ciò che ha portato alla morte di tante persone e a triliardi di dollari di rallentamento economico in tutto il mondo».

E poi i passaggi più espliciti sull’Italia: «La preoccupazione Usa è che il Partito comunista cinese stia usando la sua presenza economica in Italia per servire i propri scopi strategici. Quando investono, non sono qui per fare partenariati sinceri a beneficio reciproco», ha ammonito Pompeo con rara chiarezza. Aggiungendo subito dopo: «Si fa appello a considerare in modo attento la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini rispetto alla società tecnologiche che sono sotto la sorveglianza del Partito comunista cinese». E che il tema sia aperto, lo si evince anche dall’insoddisfazione di diversi esponenti Pd, che non si accontentano della riunione di maggioranza (peraltro non conclusiva, come La Verità ha spiegato) della scorsa settimana, ma vorrebbero una seduta formale del cdm.

Quanto all’incontro tra Pompeo e Conte, Palazzo Chigi si è limitato a rendere disponibili sul sito del governo le foto e il video del saluto tra i due, precisando che «al centro dell’agenda» ci sono state «la collaborazione bilaterale e internazionale nel contrasto al Covid, le crisi nel Mediterraneo e le relazioni con la Cina».


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