- La crisi infiamma lo Sri Lanka. La prossima a incendiarsi sarà la Tunisia: una minaccia per l’Italia. Stop al transito di gas russo per l’Europa attraverso Sokhranivka, in Ucraina. Il gestore: «Blocco imposto da Mosca». Gazprom: «Falso». E i prezzi salgono.
- Il fermo dell’export della ceramica è già costato 13 milioni alle imprese. Settore fiaccato pure da caro energia e scarsità di materie prime, vendute dalla Russia.
Lo speciale comprende due articoli.
L’Europa non perde l’occasione per prendere tempo. Ieri così è stata la giornata del corteggiamento a Viktor Orban. Fino a poco tempo fa il premier ungherese era, per Bruxelles, la rappresentazione della negatività, adesso è l’interlocutore da coinvolgere a tutti i costi nella speranza di portare a casa le sanzioni contro il petrolio russo. Un divieto alle importazioni che Budapest non può accettare alle condizioni attuali. Nemmeno la proroga proposta da Bruxelles che fa slittare l’obbligo, non solo per l’Ungheria, ma anche per la Slovacchia (fino al 2025) e Repubblica Ceca (a metà 2024) non basta. E quindi la Commissione ha messo sul tavolo i fondi di compensazione. Serviranno a permettere all’Ungheria di investire per rendersi indipendente dal greggio russo. Non solo con nuovi oleodotti, ma anche per aggiornare le proprie raffinerie. E, ovviamente, investire di più sulle rinnovabili.
Il tutto farà parte del pacchetto RePower Ue che la Commissione presenterà la prossima settimana. Dopo aver promesso soldi l’intenzione è far approvare le sanzioni prima di quella data. Per il sottosegretario agli Affari europei, Clement Beaune, «è possibile raggiungere un accordo entro questa settimana». La Commissione europea, a detta del suo portavoce Eric Mamer, lavora per «l’adozione il prima possibile». Nell’incontro di ieri tra Ursula von der Leyen e Orban «sono stati fatti progressi sulle sanzioni, ma serve ancora del lavoro», hanno ammesso dalla Commissione. E una parte di quel lavoro doveva svolgersi con una videoconferenza tra i leader della regione nella mattinata di ieri. L’appuntamento è slittato. Solo Emmanuel Macron ha avuto un colloquio telefonico con Orban per «finalizzare, in uno spirito di solidarietà, le garanzie necessarie per le condizioni di approvvigionamento petrolifero» di alcuni Stati membri, ha spiegato l’Eliseo. Si capirà dunque di più nei prossimi giorni. Di certo, ieri, c’è stata solo la decisione di accantonare il divieto di trasporto del greggio russo su petroliere battenti bandiera europea. Secondo quanto ha riportato il Financial Times, sull’ipotesi di vietare anche l’uso di petroliere europee per i traffici di greggio russo erano pronte a fare le barricate Grecia e Malta. «Per questo l’idea è stata già abbandonata», si legge sul quotidiano della City.
Un peso in meno da sostenere e un colpo in meno all’economia del Vecchio Continente. Che ieri è finita per l’ennesima volta nell’altro tritacarne, quello del gas. Il gestore ucraino, in una dichiarazione sul suo sito Web, ha annunciato che non potrà più accettare il transito di gas russo attraverso Sokhranivka. Tuttavia, ha precisato, sarà ancora possibile reindirizzare i flussi attraverso un altro punto di ingresso, permettendo di rispettare i contratti europei. Gazprom ha subito risposto, negando di aver messo in piedi alcun ostacolo. Chi dei due sta ricattando l’Ue sul gas a questo punto è difficile capirlo, fatto sta che il continuo tira e molla e il prolungarsi delle indecisioni non contribuiscono certo a tranquillizzare i mercati. Il prezzo del gas ha ripreso a salire, a Londra dell’11%. Quindi, lo stillicidio di notizie, assieme ai colli di bottiglia peggiorati dai fermi di numerosi porti, non fanno altro che buttare benzina sul fuoco delle materie prime. E incendiare i Paesi più poveri. Meno di un mese fa lo Sri Lanka annunciò il default selettivo, non essendo più in grado di pagare in valuta estera l’acquisto di farine e altre materie prime necessarie per pane e altri beni di prima necessità.
Ieri la situazione è degenerata. Sette morti in un pomeriggio, oltre 200 feriti e immediato coprifuoco. Il ministro alla Difesa ha emanato un’ordinanza che autorizza tutti gli agenti di sicurezza a sparare a vista contro chiunque venga scoperto a danneggiare proprietà pubbliche o a causare danni.
La decisione arriva nel momento in cui il presidente stava dispiegando nell’isola decine di migliaia tra soldati di tutti i corpi e forze di polizia al termine di una notte all’insegna di scontri. Scontri proseguiti nonostante la successiva decisione del premier, Mahinda Rajapaksa, di farsi da parte. Il rischio di una guerra civile nell’isola sarebbe un problema nel breve termine per la Cina, che da tempo ha costruito legami stretti con l’ex colonia inglese. Ma le cause scatenanti della protesta non sono certo circoscritte.
Anzi secondo numerosi analisti il prossimo Paese nella lista dell’instabilità sarebbe la Tunisia. E, per noi, si tratterebbe di un enorme problema. D’altronde l’instabilità in Asia e in Africa possono essere armi a doppia lama. La Russia mira a innescare la miccia nel Continente nero, mentre il blocco atlantico punta a un gioco simile in Asia. La debolezza economica della Cina, che certo non viene rallentata dal riavvicinamento russo, spinge gli Usa ad alzare i toni. Ma il rischio da ambo le parti è che le fiamme, da focolai circoscritti, diventino incendi veri e propri e quindi finiscano fuori controllo. In tutto ciò, l’inerzia dell’Ue, aggravata dalle spaccature interne, non aiuta a trovare soluzioni e alternative. Non resta che da attendere l’involuzione del sistema della globalizzazione e l’avvio di una ulteriore spirale inflazionistica.
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