• Seguire il Dragone sulla Via della seta ci sta mettendo in mezzo al fuoco incrociato tra due super potenze. Ma non è chiaro se il gioco valga la candela. Se gli investimenti cinesi fossero davvero di soli 2 miliardi, no.
  • Nel 2014 il Bullo e il presidente Bassanini cedettero il 35% della divisione Reti della Cassa al colosso China State Grid. Che ora ha un piede nel settore strategico per la banda larga.

Lo speciale contiene due articoli.

Mentre Usa e Cina trattano sui dazi, i due colossi si scannano sempre più. Ieri Il segretario di stato americano, Mike Pompeo, ha pure affermato che la Cina «non ha eguali» come Paese che viola i diritti umani, riferendosi in particolare alla campagna di Pechino contro le minoranze degli uiguri e dei musulmani. Parole dure nel momento in cui Washington e Pechino stanno cercando di chiudere l’accordo e organizzare l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. Pompeo – che ha presentato il rapporto annuale del Dipartimento di stato sui diritti umani – ha sottolineato la durezza dei campi di rieducazione in cui vengono confinati uiguri, kazaki e altre minoranze di religione musulmana parlando di atroci abusi, con oltre un milione di persone seppellite su ordine delle autorità. L’accusa è chiaramente mirata ad alzare i toni. L’approccio cinese al terrorismo islamico è in realtà un esempio da studiare con interesse, ma è chiaro che il motivo del contendere è tutt’altro. La tecnologia del 5G e la supremazia nel mondo della cybersecurity.

Tutto ciò ci riguarda molto da vicino, perché l’Italia sembra esserci cascata con tutti e due i piedi. L’arrivo di Xi Jinping in Italia e la firma del memorandum per la Via della Seta ha alzato un enorme polverone. Gli Stati Uniti si sono immediatamente schierata contro l’Italia e il governo stesso ha inizialmente vacillato per poi più volte confermare la volontà di tenere salda l’asse atlantista. Il ministero dello Sviluppo economico l’altro ieri ha ufficialmente smentito, con una nota, l’ipotesi di accordi sulla tecnologia 5G nel corso della visita del presidente cinese in Italia. Il memorandum of understanding tra Italia e Cina «non comprende alcun accordo sulle telecomunicazioni. Il ministro Luigi Di Maio ha istituito presso l’Iscti del ministero il Centro di valutazione e certificazione nazionale (Cvcn) per la verifica delle condizioni di sicurezza e dell’assenza di vulnerabilità di prodotti, apparati, e sistemi destinati a essere utilizzati per il funzionamento di reti, servizi e infrastrutture strategiche, nonché di ogni altro operatore per cui sussiste un interesse nazionale». L’opinione pubblica oggi sta dimenticando che le premesse per arrivare all’attuale memorandum sono state impostate dalla sinistra. A partire da Romano Prodi fino a Franco Bassanini, a cui si deve la regia dell’ingresso cinese in Cdp Reti. Ne abbiamo più volte scritte su queste colonne e per questo l’attuale paradosso è ancora più acceso. La vera «ciccia» degli accordi è stata gestita dai precedenti governi. L’attuale rischia di mettere la firma sotto una cornice che non ha il pregio di indicare le somme degli investimenti.

Da un lato ci sono impegni programmatici su temi come le infrastrutture, collaborazione finanziaria e tutela ambientale. C’è pure una clausola abbastanza ridicola che rischia di trasformare l’accordo in un contratto di locazione con la possibilità di recedere con domanda anticipata di tre mesi. Non si capisce quanti miliardi la Repubblica popolare cinese abbia intenzione di immettere nella nostra economia. Il memorandum rischia di farci litigare con gli Usa.

A quel punto deve valerne la candela. Per 100 miliardi se ne discute a tutti i livelli. per due miliardi di investimenti (un’ipotesi circolata) perché mettersi in un cul de sac? E ciò al netto della questione 5G. Se è veramente in gioco la sicurezza nazionale, i criteri di valutazione non possono essere solamente economici. Lo ha ribadito anche Matteo Salvini. Però vale anche l’uso del bilancino. Perdere gli investimenti di Huawei per l’Italia sarebbe un problema. Gli Usa non dovrebbero credere di imporre veti senza mettere sul tavolo un po’ di miliardi di investimenti sul nostro territorio. Donald Trump è un nostro alleato. Ma è bene ricordare che la Penisola è strategica e in quanto tale ha un elevato valore aggiunto. La trasmissione dei dati in Italia è molto più sensibile che in qualunque altro posto del mondo. Abbiamo cavi sensibili per Israele e per il controllo dell’intero Mediterraneo. Ciò deve comunque avere un valore. Non può essere gratis, nemmeno per gli americani. Non si può infatti dare per scontato che un ambasciatore straniero convochi il numero uno di Tim per dare disposizioni. Un motivo in più per approcciare la Cina in modo laico.

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