Bruxelles rinvia lo stop al greggio di Mosca
Petroliera russa (Ansa)
  • Mentre le bombe ucraine hanno ridotto del 40% la capacità di export russo verso l’Europa, il bando totale, previsto per metà aprile, scompare dall’agenda della Commissione. Mistero su dove finisca il petrolio sequestrato alla «flotta fantasma» di Vladimir Putin.
  • Gnl, stoccaggi, movimenti finanziari: troppi indizi ci dicono che le bollette saliranno.

Lo speciale contiene due articoli

Il petrolio russo è sotto attacco. Non solo per le sanzioni, ma anche per azioni di sabotaggio che colpiscono direttamente infrastrutture, rotte e capacità di esportazione. Secondo calcoli diffusi da Reuters, almeno il 40% del potenziale export di Mosca – circa due milioni di barili al giorno – risulta oggi fermo a causa di tre fattori: raid ucraini, danni agli oleodotti e sequestri di petroliere. Un colpo senza precedenti per il secondo esportatore mondiale di greggio, arrivato proprio mentre il prezzo del petrolio è tornato a superare i 100 dollari al barile.

Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi contro il sistema energetico russo, colpendo tutti i principali terminali occidentali: dai porti baltici di Primorsk e Ust-Luga fino a Novorossiysk, sul Mar Nero. I raid condotti tramite droni hanno provocato incendi, rallentamenti e, in alcuni casi, la sospensione delle operazioni di carico, con effetti immediati sulle esportazioni di Mosca. Sotto pressione anche l’oleodotto Druzhba, arteria storica che attraversa l’Ucraina e rifornisce diversi Paesi dell’Europa centrale. L’obiettivo di Kiev è chiaro: ridurre le entrate energetiche del Cremlino, che rappresentano circa un quarto del bilancio statale, indebolendo così la capacità russa di sostenere il suo sforzo bellico.

Le conseguenze dell’offensiva voluta da Volodymyr Zelensky, d’altronde, si fanno sentire ben oltre il teatro di guerra ucraino. Con le rotte occidentali colpite o rallentate, Mosca è costretta a spostare una quota crescente del proprio export verso l’Asia, in particolare Cina e India. Ma anche queste direttrici presentano limiti: capacità logistiche ridotte, costi più elevati e tempi più lunghi. In un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente, il risultato è un aumento dell’incertezza sui mercati energetici globali.

In questo contesto tanto delicato, Bruxelles ha deciso di rinviare ancora la proposta di bando totale delle importazioni di petrolio russo. Il provvedimento, atteso inizialmente per metà aprile, è scomparso dall’agenda a breve termine della Commissione e, al momento, non è stato neanche ricalendarizzato. A livello ufficiale, i funzionari di Ursula von der Leyen ribadiscono l’impegno europeo a portare avanti il piano. Nei fatti, però, pesano le divisioni interne dell’Ue e la difficoltà di alcuni Stati membri a rinunciare completamente alle forniture russe. Il nodo, insomma, resta quello dell’unanimità. Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal greggio che arriva attraverso il Druzhba (noto come «oleodotto dell’Amicizia»), hanno già ottenuto deroghe alle sanzioni e continuano a opporsi a una stretta definitiva. Non a caso, Viktor Orbán ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Ucraina qualora Kiev non riattivi i rifornimenti che passano per il Druzhba.

Nel frattempo, una parte crescente del petrolio russo continua a circolare al di fuori dei canali ufficiali. È il caso della cosiddetta «flotta ombra», una rete di petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di comodo e con proprietà difficilmente tracciabili, utilizzate per aggirare le sanzioni. Attraverso questi circuiti opachi passa ormai una quota rilevante del greggio di Mosca, che riesce così a raggiungere comunque i mercati internazionali. Negli ultimi mesi, tuttavia, anche questo sistema è finito nel mirino delle nazioni occidentali. Diversi Paesi europei e gli Stati Uniti hanno iniziato a fermare e sequestrare petroliere sospettate di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni. Secondo operatori del settore citati da Reuters, circa 300.000 barili al giorno provenienti dall’Artico, con partenza dal porto di Murmansk, risulterebbero oggi bloccati proprio a causa di queste operazioni. Ufficialmente si tratta di applicazione delle sanzioni. Ma resta aperta una questione: che fine fa il petrolio sequestrato? Viene davvero sottratto al mercato o rientra attraverso altri canali, magari sotto nuove etichette?

Negli ultimi giorni, peraltro, il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze navali ad abbordare le petroliere sospette: una misura che segna il passaggio da una logica puramente sanzionatoria a un intervento più attivo sulle rotte marittime, con il rischio di aumentare tensioni e incidenti. Ieri, per esempio, nel Mar Nero una petroliera turca in arrivo dalla Russia è stata colpita – a poche miglia dal Bosforo – da quello che Ankara ritiene un veicolo sottomarino senza equipaggio. Nessun ferito, ma danni alla sala macchine. Un episodio che conferma come le rotte energetiche siano ormai parte integrante del confronto bellico, non solo sul piano economico, ma ora anche su quello più strettamente militare.

Insomma, il petrolio russo continua a scorrere, ma in un circuito sempre più frammentato e instabile. Non è solo una questione di sanzioni o di mercato: è una guerra parallela, meno visibile ma altrettanto decisiva, in cui si gioca una parte rilevante dell’equilibrio economico e strategico del conflitto russo-ucraino.

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