Consolato colpito, l’Iran promette vendetta
Ansa
  • Teheran reagisce al bombardamento dell’ambasciata a Damasco: «Il crimine codardo deve essere punito». Gerusalemme nega: «Non era una sede diplomatica». La rabbia dell’Arabia Saudita preoccupa gli Usa, che chiariscono: «Noi non siamo coinvolti».
  • Raid israeliano uccide 7 cooperanti. Benjamin Netanyahu: «Un atto involontario». Antony Blinken chiede un’indagine «tempestiva» sull’incidente che ha coinvolto l’Ong.

Lo speciale contiene due articoli.

Resta alta la tensione in Medio Oriente, dopo il raid condotto da Israele contro l’ambasciata iraniana di Damasco, in cui sono rimasi uccisi alcuni alti funzionari delle Guardie della rivoluzione islamica. Secondo il New York Times, «dopo il bombardamento, le truppe americane nel Sud della Siria hanno abbattuto un drone d’attacco unidirezionale».

«Siamo in una guerra su più fronti, in attacco e in difesa. Ne vediamo la prova ogni giorno», ha dichiarato ieri il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, il quale ha anche affermato che lo Stato ebraico sta agendo «per rendere chiaro a tutti coloro che agiscono contro di noi, in tutto il Medio Oriente, che il prezzo sarà alto». «Agiremo ovunque per prevenire l’accumulo di forze da parte dei nostri nemici», ha anche detto. «Secondo la nostra intelligence, questo non è un consolato e non è un’ambasciata», ha detto alla Cnn il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, riferendosi all’edificio colpito a Damasco. «È un edificio militare delle forze Quds, mascherato da edificio civile a Damasco», ha aggiunto. Israele, insomma, sostiene che l’attacco di lunedì vada inquadrato nell’ottica di un ripristino della deterrenza nei confronti dell’Iran e del suo network regionale. Inoltre afferma di non aver bombardato un edificio adibito a uso diplomatico.

Dall’altra parte, non si placa la furia di Teheran. «Il crimine codardo non rimarrà senza risposta», ha tuonato il presidente iraniano, Ebrahim Raisi. «Israele sarà punito», ha aggiunto l’ayatollah, Ali Khamenei. Sulla stessa linea si è collocata Mosca, che vede proprio in Teheran e Damasco i suoi principali alleati mediorientali. Il Cremlino ha parlato di «atto di aggressione» e, su richiesta iraniana, ha fatto convocare per ieri sera una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. «La Cina condanna l’attacco», ha inoltre affermato Pechino. Vale la pena di ricordare che Cina e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione venticinquennale nel 2021 e che Teheran ha siglato l’anno dopo con Gazprom un’intesa da 40 miliardi di dollari. Critiche al raid sono arrivate anche dal portavoce del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Se l’Ue ha intanto invocato «moderazione», l’amministrazione Biden ha preso tempo. Stando ad Axios News, il governo statunitense ha comunicato a Teheran che gli Usa «non sono stati coinvolti nell’attacco». In particolare, secondo funzionari israeliani e americani, Gerusalemme avrebbe informato Washington pochi minuti prima del raid, senza comunque chiederle il via libera. Dal canto suo, dopo l’attacco, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, ha detto di aver trasmesso agli Usa un «importante messaggio», parlando anche di «responsabilità del governo americano».

Un’ulteriore incognita per la Casa Bianca arriva dalla dura reazione del ministero degli Esteri saudita. «Il ministero esprime il rifiuto categorico del regno di prendere di mira le strutture diplomatiche con qualsiasi giustificazione e con qualsiasi pretesto, il che costituisce una violazione delle leggi diplomatiche internazionali», si legge in una nota. Ricordiamo che un anno fa, attraverso la mediazione cinese, Iran e Arabia Saudita hanno avviato un disgelo diplomatico. Inoltre, a seguito del brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, l’accordo di normalizzazione dei rapporti tra Riad e Gerusalemme, che l’amministrazione Biden stava a sua volta mediando, è stato congelato. Non è al momento chiaro se la crisi di Damasco avrà impatti negativi sulla ripresa del processo negoziale: domani, il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, dovrebbe recarsi in Arabia Saudita per parlare con Mohammad bin Salman di una eventuale intesa diplomatica tra Riad e Gerusalemme. Non sono per ora chiare neppure le conseguenze per le trattative sugli ostaggi: proprio ieri i negoziatori israeliani hanno formulato, tramite la mediazione egiziana, una nuova proposta per il rilascio dei prigionieri, da inoltrare ad Hamas.

Oltre a preservare i rapporti con i Paesi arabi, la Casa Bianca punta a scongiurare un allargamento del conflitto e a evitare di irritare l’ala filopalestinese del Partito democratico americano, in vista delle elezioni di novembre. Il problema è che finora Joe Biden non è stato capace di ripristinare la deterrenza verso Teheran, ostinandosi a non riesumare la politica della «massima pressione» di trumpiana memoria sul regime khomeinista. Dal canto suo, attaccando Damasco, Israele ha alzato notevolmente la tensione. Il suo obiettivo è probabilmente duplice. In primis, lo Stato ebraico punta a «stanare» un Iran che finora si è sempre trincerato dietro il suo network regionale da Hamas a Hezbollah, passando per gli Huthi (ricordiamo che uno dei pasdaran uccisi lunedì, Reza Zahedi, intratteneva stretti legami con la stessa Hezbollah). In secondo luogo, Israele vuole spingere Joe Biden ad abbandonare la sua accomodante posizione verso Teheran, imponendogli una scelta di campo il più netta possibile. Difficilmente tuttavia la crisi in corso fermerà il deteriorarsi dei rapporti tra il presidente Usa e Benjamin Netanyahu: proprio ieri è stato annunciato che Yair Lapid, acerrimo nemico del premier israeliano e considerato vicino ai dem americani, si recherà a Washington settimana prossima.

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