- Alla convention dell’Asinello nessun accenno a classe operaia, ambiente e sicurezza. E sui dissidi interni si è fatto finta di nulla.
- Dichiarato il cessate il fuoco in Libia. Ma le elezioni rimangono lontane. Il parlamento di Tobruk ora invoca la fine delle ingerenze straniere nel Paese.
Lo speciale comprende due articoli.
«Sarò un alleato della luce, non delle tenebre». No: non è stato san Giovanni evangelista a pronunciare queste parole, ma Joe Biden. Durante il discorso di accettazione della nomination democratica, l’ex vicepresidente ha cercato di rafforzare la propria candidatura alla Casa Bianca. Peccato che, anziché concentrarsi finalmente su problemi e proposte concrete, si sia un po’ perso in considerazioni vaghe, tra il poetico e il metafisico. Non senza qualche paradosso. «Sarò un presidente che starà con i nostri alleati e amici. Metterò in chiaro ai nostri avversari che i giorni in cui ci mettevamo a fare amicizia con i dittatori sono finiti», ha dichiarato. Qualcuno forse dovrebbe ricordargli che è stato per otto anni vice di Barack Obama: un presidente che ha avviato la distensione con la Cuba castrista e l’Iran khomeinista.
«Si tratta», ha proseguito Biden, «di conquistare il cuore e, sì, l’anima dell’America. Conquistandola per i generosi tra noi, non per gli egoisti. Conquistandola per i lavoratori che tengono in vita questo Paese, non solo per i pochi privilegiati al vertice». Discorso giustissimo in teoria. Peccato che a pronunciare queste parole sia Biden: uno che, da senatore e da vicepresidente, ha appoggiato quei trattati internazionali di libero scambio (come il Nafta e la Tpp) che hanno favorito la delocalizzazione della produzione industriale, impoverendo i colletti blu della Rust Belt. Lo stesso Biden che adesso tuona contro i «privilegiati» ma che – con la sua compagna di ticket Kamala Harris – non disdegna i cospicui finanziamenti di Wall Street e della Silicon Valley. «Lavorerò […] per un mondo più sicuro, pacifico e prospero», ha aggiunto. E pensare che, nel 2002, votò a favore della guerra in Iraq, mentre il suo ex principale alla Casa Bianca intervenne militarmente in Libia nel 2011! Ma l’ex vicepresidente è andato oltre, uscendosene con un «l’amore è più potente dell’odio». Resta il dubbio se fosse una citazione dei manifesti berlusconiani del fu Pdl o dell’hippie di «Un sacco bello» di Carlo Verdone. Del resto fu proprio il sindaco democratico di Seattle, Jenny Durkan, a definire, lo scorso giugno, una Summer of Love l’occupazione del centro cittadino da parte dei manifestanti di Black Lives Matter. Almeno fin quando non scoppiarono le sparatorie con relativi morti e feriti gravi.
Perché alla fine è proprio questo il problema. L’inconsistente e contraddittorio discorso di Biden è esemplificativo di una convention -quella democratica – dagli esiti abbastanza balzani. L’unico fattore realmente coesivo che i democratici hanno mostrato di avere è un viscerale antitrumpismo. Per carità: non desta certo sorpresa che una convention dell’asinello si mostri critica nei confronti di un presidente in carica repubblicano. Il punto è che, in quattro giorni, non si è minimamente parlato di proposte programmatiche concrete. Con il risultato che il ticket Biden–Harris resta tra i più ambigui che la storia americana ricordi. Non è chiaro quale sia la sua posizione in materia di fratturazione idraulica: un elemento da cui può dipendere il voto operaio in Pennsylvania e Texas. Non è chiaro dove si collochi sulla questione dell’ordine pubblico: un fattore che può irritare non poco i residenti delle grandi città – tutte amministrate da sindaci democratici – ormai da mesi in preda a situazione caotiche (da Chicago a Portland, passando per Seattle). Non è chiaro poi che cosa voglia fare per recuperare il voto dei colletti blu della Rust Belt. E qualcuno ha forse sentito parlare in concreto di riforma sanitaria? Domanda retorica. Insomma, in termini di programma, da questa convention è emerso poco o nulla.
Viene quindi spontaneo chiedersi: possibile che i democratici non se ne siano accorti? Se ne sono accorti eccome. E infatti il glissare sui programmi per concentrarsi sull’antitrumpismo è stata una precisa scelta, onde evitare che potessero riesplodere le antiche divisioni – mai sopite – tra l’establishment e le correnti più antisistema interne al partito. È esattamente in questo senso che, come nel 2016, anche stavolta l’establishment ha monopolizzato ogni spazio. Basti guardare alla maggior parte degli oratori susseguitisi durante la convention: Hillary Clinton, Bill Clinton, Michelle Obama, Barack Obama, John Kerry, Nancy Pelosi, Andrew Cuomo, Mike Bloomberg. Non esattamente una ventata di novità. Tutto questo, mentre gli esponenti antiestablishment sono stati abilmente neutralizzati: se la deputata Alexandria Ocasio-Cortez è stata relegata a 60 secondi di intervento, il vecchio Bernie Sanders ha dato un endorsement a Biden senza entusiasmo e con un volto livido. Stare dalla stessa parte di Bloomberg non dev’essere per lui d’altronde troppo digeribile. Insomma, parola d’ordine: mettere la polvere sotto il tappeto. Strategia che già adottò Hillary quattro anni fa. Con ben magri risultati però, visto che frotte di sandersiani inferociti alla fine le si rivoltarono contro, andando a votare per Donald Trump in Michigan e Pennsylvania.
Il radicalismo chic in salsa californiana ha trionfato. Wall Street e la Silicon Valley brindano. Gli operai forse un po’ meno.
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