Biden e Harris minacciano di non fare prigionieri ma un sondaggio li gela: trumpismo più vivo che mai
  • Kamala Harris fomentò un blitz al Senato e ora si scandalizza per i fatti di Washington. Sleepy Joe, amico di Antifa e Black lives matter, chiama i manifestanti «terroristi»: così prepara il marchio d’infamia per chi lo contesterà.
  • Per non cedere pure in Italia allo stigma degli «impresentabili», i conservatori continuino a dar voce ai vinti della globalizzazione.
  • I detrattori liquidano il discorso di resa del presidente: è tardivo, sì, ma sulle falle del sistema elettorale solleva un punto che non va sottovalutato. Anche perché il 56% degli statunitensi (dem inclusi) crede ai brogli: far finta di nulla significa innescare nuovi conflitti.
  • Il mea culpa di Alec Ross: «Speravamo in Barack Obama, invece i dem hanno aggravato le divisioni»

Lo speciale contiene quattro articoli.

Doveva essere il presidente della pacificazione e dell’unità nazionale. O almeno così era stato alacremente celebrato da gran parte della stampa. Eppure, a quanto pare, o è stato frainteso o deve aver cambiato recentemente idea. Perché le parole, pronunciate nelle scorse ore da Joe Biden, sembrano tutt’altro che un esempio di invito all’unità degli Stati Uniti.

Commentando l’altro ieri l’irruzione al Campidoglio, perpetrata mercoledì da alcuni sostenitori di Donald Trump, il presidente in pectore ha affermato: «Non erano manifestanti, non osate chiamarli manifestanti. Erano una folla ribelle. Insurrezionalisti. Terroristi interni. È così semplice». «Nessuno può dirmi», ha proseguito, «che se ieri fosse stato un gruppo di Black lives matter a protestare, i manifestanti non avrebbero ricevuto un trattamento molto, molto diverso dalla folla di teppisti che ha preso d’assalto il Campidoglio».

Ora, è senz’altro vero che l’irruzione sia stata un fatto grave, condotto da facinorosi. Così come sono oggettive le responsabilità di Trump nell’aver aizzato i manifestanti. Le parole di Biden tradiscono però un significativo paradosso. Prendiamo atto del fatto che il presidente in pectore si sia riscoperto un paladino dello slogan nixoniano «law and order». Ma ci chiediamo dove fosse quando, nel corso degli ultimi mesi, parecchie città sono state sconvolte da rivolte e disordini provocate proprio dai manifestanti di Black lives matter. Disordini, rispetto a cui Biden si è mostrato fondamentalmente evasivo. Non si ricordano sue prese di posizione significative quando, a giugno, alcuni dimostranti del movimento hanno occupato per quasi un mese il centro cittadino di Seattle con la sostanziale benedizione delle autorità locali democratiche. Nell’area fu impedito alla polizia di entrare, nel giro di alcuni giorni, si verificarono ben quattro sparatorie con relative vittime.

Tra l’altro, durante il dibattito presidenziale di settembre, l’allora candidato dem – che non voleva alienarsi l’appoggio degli elettori più spostati a sinistra – si rifiutò di condannare gli Antifa, dichiarando: «Antifa è un’ideologia, non un’organizzazione». Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi di quando Kamala Harris (che ha definito i fatti di Washington un «attacco allo Stato di diritto») divenne il punto di riferimento per le proteste contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. Proteste che portarono, nell’ottobre 2018, all’arresto di 293 manifestanti, entrati in un edificio del Senato degli Stati Uniti.

Ma non è solo una questione di «paradossi storici». Nel suo discorso, Biden ha infatti proseguito, dichiarando: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un presidente che ha espresso il suo disprezzo per la nostra democrazia, la nostra Costituzione e lo Stato di diritto in tutto ciò che ha fatto. Ha scatenato un assalto a tutto campo contro le istituzioni della nostra democrazia». Insomma, dalla legittima condanna dell’irruzione di mercoledì il presidente in pectore è passato a cassare in blocco e senz’appello i quattro anni dell’amministrazione Trump: quasi che i fatti di Washington siano una conseguenza ineluttabile del trumpismo.

Lo schema che regge una simile asserzione è sottile ma abbastanza chiaro. L’intento non è tanto (o comunque non solo) quello di attaccare individualmente il presidente uscente, che – dopo quanto accaduto al Campidoglio – è di fatto finito all’angolo e dispone di un margine di manovra politicamente ormai strettissimo (anche in vista del futuro). No, l’operazione di Biden è più sofisticata e punta a squalificare moralmente ogni potenziale alternativa politica alla propria presidenza. È, in altre parole, un (inquietante) investimento per il futuro, che mira a neutralizzare in anticipo eventuali linee politiche e programmatiche di dissenso nei confronti della sua amministrazione. Dissenso che, qualora si manifestasse, verrebbe prontamente bollato con il marchio d’infamia del golpismo: la lettera scarlatta, per ridurre al silenzio anche i più piccoli vagiti di opposizione. Il presidente in pectore ha significativamente pronunciato quelle parole più o meno nelle stesse ore in cui Facebook stabiliva di sospendere il profilo di Trump: quella stessa Facebook che -come riferito da Politico – conta svariati ex dirigenti all’interno proprio del team di Biden.

Insomma, anziché far leva sui fatti del Campidoglio per rilanciare un discorso di unità nazionale, il presidente entrante sceglie la strada dell’«egemonia culturale». Sta quindi al Partito repubblicano evitare di finire in questo cul de sac e respingere la narrazione del trumpismo come fenomeno intrinsecamente autocratico. Al netto dei limiti, è stato infatti il trumpismo – e non l’antistorica restaurazione di un passato idealizzato – che ha permesso all’elefantino di allargare la propria base alla working class e alle minoranze etniche. E proprio per questo i dem puntano alla sua censura totale, promettendo adesso di invocare all’uopo lo spettro dell’irruzione al Campidoglio (che comunque, per quanto sgrave, non è certo stata l’assalto al Palazzo d’Inverno!). Una sfida dirimente per i repubblicani che, molto probabilmente, dovranno affrontarla andando comunque al di là di Trump. Un Trump che, nel giro di 48 ore, è passato da «uomo forte» del partito a figura ingombrante, rovinandosi con le sue stesse mani. Fu del resto Talleyrand che, riferendosi al rapimento del duca di Enghien ordinato da Napoleone, ebbe a dire: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore».


Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…