Biden in caduta libera: gela Zelensky e prova a recuperare il consenso
  • Il presidente americano critica il leader ucraino: «Sull’invasione russa non ci ha creduto». Replica piccata di Kiev: «Serve una spiegazione». A pesare su Washington inflazione, caro benzina ed elezioni di midterm.
  • Gli invasi parlano di 300.000 tonnellate di cereali distrutte. Mentre prosegue l’avanzata di Mosca nel Donbass. Mariupol a rischio colera per la presenza ovunque di cadaveri.

Lo speciale contiene due articoli

Si registra qualche segnale di tensione tra Washington e Kiev. Joe Biden ha affermato che Volodymyr Zelensky non avrebbe voluto dare ascolto agli avvertimenti statunitensi di un’imminente invasione russa. «Molte persone pensavano che stessi esagerando», ha detto il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non c’erano dubbi. Anche se Zelensky non voleva ascoltare». «Se avessimo iniziato a ricevere armi pesanti a gennaio, la situazione poteva essere diversa», ha replicato piccata Kiev. Secondo la quale, come ha precisato il portavoce, Serhii Nykyforov, «queste parole meritano una spiegazione».

In realtà il quadro è un po’ più complesso di come l’ha presentato Biden. Quello che diceva ai tempi Zelensky era che, a fronte dei ripetuti avvertimenti americani di ammassamento di truppe russe ai confini, la Casa Bianca non aveva alcuna seria strategia per dissuadere Mosca. Quando il leader ucraino chiese almeno di rendere note le sanzioni, soltanto ventilate da Washington in caso di attacco, il 20 febbraio Kamala Harris rispose che non era necessario, visto che, a suo dire, la deterrenza americana stava funzionando: appena quattro giorni dopo, i russi aggredirono l’Ucraina.

Al di là del rimpallo di responsabilità, le parole di Biden confermano una crescente freddezza della Casa Bianca nei confronti di Kiev. Il 3 giugno, il presidente Usa non ha escluso l’ipotesi che gli ucraini accettino delle cessioni territoriali per arrivare alla pace: una posizione espressa pochi giorni dopo che Zelensky, polemizzando con Henry Kissinger, aveva seccamente escluso un simile scenario. Certo, è pur vero che la Casa Bianca ha recentemente approvato l’invio di sistemi missilistici all’Ucraina. Si tratta tuttavia di sistemi in numero esiguo, oltre che a medio raggio. Non proprio quello che Kiev desiderava, visto che da tempo sta premendo per avere razzi a lunga gittata. In questo quadro, nelle ultime settimane si sono tenuti vari colloqui ad alti livelli tra Stati Uniti e Russia. L’altro ieri, c’è stato un incontro tra il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, e l’ambasciatore americano a Mosca, John Sullivan, mentre un mese fa ha avuto luogo una telefonata tra il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e l’omologo russo, Sergej Shoigu. Questo non significa che Biden abbia intenzione di abbandonare l’Ucraina. Stanno però emergendo delle perplessità, che potrebbero indurlo a tirare parzialmente il freno a mano.

Come si spiega questo cambio di atteggiamento? Iniziamo col ricordare che, da quando la crisi ha iniziato a montare a novembre, il presidente Usa si è spesso mostrato titubante, cambiando più volte posizione. In secondo luogo, i suoi rapporti con Zelensky non sono mai stati idilliaci. Al di là dei suddetti attriti sulla deterrenza, i due erano arrivati ai ferri corti già l’anno scorso. Zelensky si adirò infatti, quando a luglio Biden diede la propria benedizione al controverso gasdotto Nord Stream 2 per compiacere Berlino. Infine, dietro questo cambio di passo, si scorgono ragioni legate alla politica interna americana.

A novembre si terranno le elezioni di metà mandato e la situazione economica degli Stati Uniti appare gravissima. L’inflazione è ai massimi da 40 anni, mentre il caro carburante continua a galoppare. Ieri, la benzina ha raggiunto per la prima volta i 5 dollari al gallone: un fattore tanto più problematico con l’estate alle porte. Non solo: secondo il sito Axios, tali aumenti stanno avendo delle ripercussioni drammatiche soprattutto sui cittadini a basso reddito. Ora, come notato dalla Cnn, questa situazione è in parte dovuta alla crisi ucraina e ha subito un peggioramento a seguito dell’embargo energetico che Biden ha imposto alla Russia a marzo. È proprio per questo che, nelle ultime settimane, l’attuale presidente americano – sedicente arcinemico delle autocrazie – ha paradossalmente allentato le sanzioni al Venezuela: spietata dittatura, per giunta alleata di Mosca, da cui la Casa Bianca si aspetta un aiuto in materia petrolifera.

D’altronde, Biden sta cercando di scaricare la responsabilità della situazione economica americana una volta sul Cremlino e un’altra sulle compagnie petrolifere. Ora, se l’invasione russa ha sicuramente aggravato il quadro, non va trascurato che Biden sta fronteggiando senza successo il caro carburante già da agosto (quando andò in ginocchio dall’Opec, chiedendo un aumento della produzione di greggio). Inoltre, proprio lui a novembre incaricò la Federal trade commission di avviare un’indagine per sospetto comportamento illecito da parte dei big dell’energia americana. Del resto, è stato Biden a bloccare l’oleodotto Keystone Xl, a varare una stretta sulle perforazioni interne di gas e petrolio, oltre a far rientrare in fretta e furia Washington negli accordi di Parigi senza prima ottenere garanzie concrete dai cinesi. Questo ambientalismo ideologico, combinato agli effetti della crisi ucraina, si sta rivelando in un disastro economico per gli Stati Uniti. Uno scenario che, a cinque mesi dalle midterm, il presidente vuole scongiurare. E questo potrebbe spiegare il suo raffreddamento nei rapporti con Kiev.

Biden si trova quindi attanagliato in un dilemma, dovendo scegliere tra consenso interno e credibilità internazionale. Un vicolo cieco in cui è finito a causa di quella mancanza di leadership, che lo ha reso ostaggio della sinistra dem e incapace di incutere timore alle ambizioni fameliche di Russia e Cina. Donald Trump puntò invece tutto su deterrenza e sovranità energetica: sarà un caso, ma ai suoi tempi Vladimir Putin non si azzardò a toccare l’Ucraina.

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