• Il dipartimento di Stato americano ha classificato le sigle. La maggior parte operano in Medioriente e nel Sudest asiatico. Non mancano le fazioni vicine all’Arabia Saudita, storico alleato degli Usa.
  • Spiccano le «armate» operativi nel Continente nero. Non soltanto gli islamisti di Boko Haram e Al Shabaab, ma anche l’esercito di resistenza del Signore, che sogna uno Stato teocratico ispirato ai Dieci comandamenti.
  • La mediatizzazione e la spettacolarizzazione hanno creato competizione tra gli autori delle stragi, che sempre più spesso sono singoli individui in cui è difficile distinguere tra motivazioni ideologiche e personali. Per l’analista Guido Olimpio si tratta di un fenomeno in ascesa che rappresenterà una delle principali sfide per l’Occidente. E così i metodi terrirstici tradizionali sono destinati a scomparire.

Lo speciale contiene tre articoli

«Staccare la spina». Era la soluzione che molti, negli Anni di piombo, avanzavano per combattere le Brigate rosse. «Contro il terrorismo l’arma più forte è il silenzio», suggeriva l’esperto di comunicazione Herbert Marshall McLuhan. Si pensava, infatti, che evitando la presenza sui media dei terroristi si potesse risolvere una situazione divenuta ormai critica dopo il rapimento, la prigionia e l’uccisione di Aldo Moro. «Il terrorismo è una forma di teatro», affermò il sociologo in un’intervista di allora con Il Tempo: dando copertura mediatica al terrorista, gli si offre un palcoscenico e un copione. Per questo, l’arma più forte per batterlo è il silenzio.

Sembrano passati secoli da quei ragionamenti. Oggi, infatti, con la facilità di accesso ai media e soprattutto con le immagini dell’11 settembre impresse ancora nelle nostre menti, un simile dilemma non si pone. Anzi, porselo farebbe apparire fuori dal mondo. Il «staccare la spina» non trova più spazi anche perché sono gli stessi terroristi a puntare sulla spettacolarizzazione delle loro gesta. Il caso dell’ascesa dello Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi ne è la dimostrazione. E come suggerisce Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, nel suo ultimo libro Terrorismi. Atlante mondiale del terrore (La nave di Teseo), «il binomio spettacolo-attentato garantisce successo anche quando il vertice è sotto assedio, con le spalle al muro, i ranghi demoliti dai raid aerei. La percezione è l’alleata di un nemico ubiquo, sorprendente, scaltro. Figlio-figliastro di una società nella quale non si riconosce e che è pronto a sovvertire».

Ma questa spettacolarizzazione non serve soltanto a rafforzare gruppi noti, come quelli del terrorismo islamico tipo Al Qaeda e Isis, ma anche ad alimentare la competizione tra terroristi e terrorismi. Infatti è di terrorismi – al plurale – che parla il volume di Olimpio, esperto che ha operato in Medioriente e Americhe. Non c’è soltanto il terrorismo islamico, il jihadismo. L’autore individua altre tre forme: il terrorismo xenofobo, che utilizza spesso gli stessi strumenti dei seguaci dell’Isis (basti pensare alle auto contro i simboli religiosi), il narcoterrorismo, capace di controllare territori in Messico e mercati illegali in America Latina incidendo sulla società, e infine il terrorismo personale. Quest’ultimo è, secondo Olimpio, un fenomeno in forte ascesa.

Il ricercatore canadese Kevin Cameron l’ha definito pseudoterrorismo – per quanto accademici, autorità e inquirenti rifiutino la definizione mancando all’origine una motivazione politica: un terrorismo a metà, in cui le ragioni politico-ideologiche del terrorista convivono con le questioni personali a tal punto da rendere impossibile individuare la ragione principale dietro le loro folli gesta. Le stragi di massa negli Usa, in recente aumento, sono l’esempio di come questo tipo di terrorismo si ispiri al jihadismo ma cerchi poi di superarlo, diventando ancor più violento. Dai comportamenti dei cosiddetti terroristi personali negli Usa emergono alcuni elementi: sono decisi a fare sempre più morti, studiano i precedenti per superarli e fanno riferimento alla propaganda sul Web, come nel caso di guide e manifesti, per tramandare messaggio.

Per il New York Times, «la nuova generazione di terrorismo islamista, perpetrato da individui ispirati da lontano, ha reso incerta la distinzione tra terrorista e psicopatico solitario». Ma tali caratteristiche sono comuni anche al terrorismo xenofobo. Basti agli atti compiuti da Anders Breivik a Oslo e Utoya, da Thomas Mair contro la deputata britannica Jo Cox, e da Luca Traini, l’estremista di Macerata che è andato a caccia di immigrati per le strade di Macerata promettendo di vendicare l’omicidio della giovane Pamela Mastropietro. Quello islamico e quello xenofobo sono terrorismi simili per modalità, come evidenzia Olimpio, ma anche necessari l’uno all’altro. È la tesi di Julia Ebner, ricercatrice britannica che si occupa di terrorismo e islamismo, il cui volume The rage è stato recentemente pubblicato in Italia da NR edizioni con il titolo La rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista. Noi-voi, l’identità, la paura, la rabbia sono infatti concetti comuni che hanno successo in entrambi gli estremismi, specie in un periodo, come quello attuale, di crisi globale: in un mondo sempre più complesso, spesso vince il messaggio più semplice, bianco o nero, giusto o sbaglio, noi o voi. L’autrice si è infiltrata in incognito in gruppi xenofobi e islamisti scoprendo che, per quanti si odino, non possono fare a meno l’uno dell’altro, formandosi su principi come vittimizzazione e demonizzazione e alimentandosi vicendevolmente soprattutto grazie ai media.

Raccontando il suo libro a Radio Radicale, Olimpio ha affrontato anche il caso italiano, provando a rispondere a una domanda che a volte ci spaventa porci: perché il terrorismo islamico non ha colpito sul nostro territorio? C’è sicuramente una volontà di evitare scontri con il nostro Paese per non disturbare il corridoio per il Nord Africa, da e per l’Europa. Ma Olimpio individua tre ragioni, escludendo patti tra terroristi e Stato (come fu nel caso del Lodo Moro che permise le scorribande in lunga e in largo il nostro Paese ai terroristi palestinesi e alle sigle a loro vicine) ma anche tra terroristi e mafia vista la difficoltà a interloquire con singoli individui, non già come organizzazioni strutturate. Un elemento sociale: in Italia non ci sono quartieri difficili come Molenbeek a Bruxelles, zone ad alta concentrazione musulmana dove è più facile per i jihadisti reclutare terroristi. Un elemento operativo: l’Italia ha fornito soltanto 130 foreign fighter allo Stato islamico, una cifra pari al contributo di Trinidad e Tobago, un terzo, se non di più, di quanti sono partiti dalla Francia. Infine, l’elemento linguistico: la quantità di materiale disponibile online in lingua italiana non è certo paragonabile all’immensa mole di guide e manifesti prodotti in inglese, ma anche in francese.

Il nostro Paese, inoltre, può contare sull’esperienza ormai ventennale delle forze di polizia e della nostra magistratura, attive ben prime dell’11 settembre nel contrasto al terrorismo. Ma c’è un elemento in più che ha premiato l’Italia: la possibilità di effettuare espulsioni. Questo ho permesso alle autorità di cacciare soggetti pericolosi che non avrebbero potuto arrestare. Lo stesso non si può dire, per esempio, dei francesi, in quanto i potenziali terroristi sono cittadini della République. Tuttavia, non si può fare lo stesso quando il terrorismo cresce nell’estremismo politico del Paese. E fronteggiare questo tipo di minaccia richiede non soltanto sforzi maggiori sul piano giuridico e militare ma anche, e soprattutto, su quello sociale.

Gabriele Carrer


INFOGRAFICA


Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…